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sabato 7 marzo 2009

Antimatter - Lights Out (2003)




Anno: 2003

Etichetta: Strangelights Records


Tracklist:
1.Lights Out

2.Everything You Know Is Wrong

3.The Art Of A Soft Landing
4.Expire

5.In Stone

6.Reality Clash
7.Dream

8.Terminal


Line Up:
Mick Mos + Duncan Patterson (tutte le parti suonate)
Michelle Richfield (vocals)
Hayley Windosr (vocals)
Jamie Cavanagh - percussioni

Una recensione improvvisata..Ascoltavo l'album e ho seguito il flusso di emozioni, tante, in questo caso...Perchè è impossibile rimanere indifferenti al cospetto della creatura di Duncan Patterson, che iniziò questo nuovo viaggio musicale proprio dove terminava il precedente, ovvero da Alternative 4 degli Anathema, la band che lo ha consacrato e alla quale ha prestato i suoi abissali giri di basso...
L'album quindi...successore del superbo A Dream For The Blind, rappresenta un climax di emozioni soffuse, in slowmotion, dove il trip-hop si sposa con l elettronica, fondendosi con il prog-rock e l'ambient, mantendendo sempre i legami con il dark e il gothic "intelligente" che caratterizzavano la sua precedente band...L'album si apre con uno straziante suono di una sirena da guerra che introduce la splendida title-track. La tensione sale e invade, ma anzichè esplodere, implode in se stessa con dolci atmosfere elettroniche, sulle quali regna la flebile voce di Michelle Richfield che recita la sua solitudine. "Lights out as you hit the ground" recita la song, e noi la assecondiamo, luci spente mentre si arriva a terra...
La successiva "Stone" è una delicata ballata elettronica, inframmezzata da una parte più ruvida nello stile degli Anathema, e poi chiusa da una voce recitata e introspettiva
L'emozione sale, arriva il trittico di song che sempre mi incanta. "Dream" è costruita su melodie struggenti ; probabilmente il passaggio più easy-listening dell'intero album, ma cesellato da tocchi avanguardistici che lo rendono unico, vicino ai The Gatering post-Mandyllion , mentre le tastiere prima e i violini poi creano arabeschi sonori di fattura sublime. E la sezione ritmica, delicata ma precisa accompagna la song fino alla fine.
Tocca ora a "Everything You Know Is Wrong"...riflessiva, come poche, dove Mick Moss porta a fermarsi e a pensare, in meandri sonori non distanti da quei geni che rispondono al nome di Radiohead. Il pezzo è chiuso da un meraviglioso solo di tastiere, sostenuto appena dagli abissali giri di Duncan Patterson.
Nella successiva "The Art Of A Soft Landing" fa ritorna la voce di Mick Moss, e nel finale fa la sua comparsa una chitarra distorta e un urlo lontano e sofferto: è quasi il momento della catarsi dell'album, dove tutto pare fermarsi accompagnato solo dalle note gravi delle keys.
"Reality Crash" è una bellissima ballata, dominata dal basso di Duncan protagonista assoluto e da un intreccio strumentale unico, dove fa la sua comparsa, sia all'inizio che alla fine, un flauto traverso.
"Expire" è una traccia che non avrebbe sfigurato su in un album di Portishead o dei Massive Attack: 8 minuti di puro trip-hop. La voce femminile non è più delicata e ovattata come nei brani precedenti, ma si fa inquieta, turbata, mentre ripete, quasi come un mantra, "I've a solution. Final solution", e le basi elettroniche diventano fredde, artificiali, lontane anni luce dalle avvolgenti linee melodiche che emergono dalle altre canzoni.
Si giunge così a "Terminal", un brano strumentale aperto delicato, dagli arpeggi di chitarra acustica prima e di un'arpa poi. I colori si fanno scuri nella seconda parte della traccia, dove il suono dei sintetizzatori si fa più profondo e cominciano a sentirsi dei rumori di sottofondo. L'album è quindi chiuso da un ticchettio elettronico continuo.Ipnotico. È questo suono a chiudere l'album, quasi a simboleggiare la speranza che svanisce, ma sempre perseguita, mentre tutte le luci si spengono.

Un album notturno come pochi, vicino come attitudine agli Arab Strap per capacità di emozionare in questa parte della giornata...
Superbo..


Neuros

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giovedì 5 marzo 2009

Anathema - A Natural Disaster (2003)


Anno: 2003

Ettichetta: Music For Nations

Line-up:

Vincent Cavanagh - Voce, chitarra
Danny Cavanagh - chitarra, tastiere, seconde voci
Lee Smith - tastiere, programming
Jamie Cavanagh - basso, programming
John Douglas - batteria
Additional vocals : Anna Livingstone e Lee Douglas


Tracklist:
  1. "Harmonium" – 5:28
  2. "Balance" – 3:58
  3. "Closer" – 6:20
  4. "Are You There?" – 4:59
  5. "Childhood Dream" – 2:10
  6. "Pulled Under at 2000 Metres per Second" – 5:23
  7. "A Natural Disaster" – 6:27
  8. "Flying" – 5:57
  9. "Electricity" – 3:51
  10. "Violence" – 10:45



È un errore comune il considerare la splendida copertina di Travis Smith come il risultato ispirato dall'ascolto del disco, infatti la band dichiarò che il lavoro era stato realizzato prima della fine delle registrazioni.

“potrebbe essere interpretato in vari modi. Se consideriamo i fatti dell’11 settembre, tutto ciò potrebbe essere chiamato disastro naturale. Quindi una conseguenza naturale che è nata da persone cattive, religioni cattive, cattiva storia, comportamenti cattivi. Un marito che spara ed uccide la propria moglie, per un raptus di follia, anche questo è un disastro naturale. Fondamentalmente è il risultato di una scelta, una reazione ad un’azione fra persone. Quindi non può essere visto soltanto come la ribellione della natura ai misfatti dell’uomo, ma può essere vista come la stupida e stolta ribellione di alcuni uomini in reazione alla reiterata idiozia di diverse altre persone. Tutto questo è palesemente riferito ai fatti del World Trade Center e degli attentati in generale”.

appunto...

Feel free to comprehend
What I see will never end
I'm not me now a light has died
Its too real to run and hide

Harmonium” è un brano che ha più la valenza di un intro, fluttua nell'aria di una eterea melodia in attesa di infrangersi su un muro di chitarre per poi riagguantare nel finale nuovamente un clima trip pop ; maggiormente incisiva è “Balance”, sorprendente nel suo uso di controvoci elettroniche e riverberi a tappeto di un brano trasformato in un sussurro del cuore. È ancora tempo di stranirsi “Closer” ci risucchia lentamente in un caledeoscopico vortice sinuoso di vodocoder, inarrestabili ritmiche e distorsioni di chitarra, la trappola sende irrisorio il passar dei secondi, dilatandone il processo senza traccia di noia. Già è il tempo di fermarsi a riflettere, i contorni si fanno più chiari, non c è bisogno di violare l'affascinante booklet per accorgersi che Danny abbai firmato quasi tutto il disco, prende letteralmente per mano la band, conducendola in pacifici territori di dolce melanconia come “Are You There?” ,è il clima di pace dopo tante vicissitudini interne, la tranquillità sgorga dalla sua voce come un limpido ruscello incontaminato. Esteso nella successiva “ Childhood dream “, la chiameremmo strumentale, se non fosse per il suo potere rimembrativo che riesce a comunicare dentro il nostro animo, il lontano vociar di bambini(per la cronaca,la figlia di Smith, Jaden) fan scorrere il calendario all'indietro rapidamente, conservato tra gli occhi resta una sorta di onirico sogno ad occhi aperti. L'atmosfera è destinata a durar poco, giunge la straniera “ Pulled under at 2000 metres a second “ che in troppi han bollato frettolosamente come la “A Dying Wish del 2003” ,solo per somiglianze strutturali.
Just freedom is only a hallucination
That waits at the edge of the distant horizon
And we are all strangers in global illusion
Wanting and needing impossible heaven

Bisogna cogliere i dettagli , il cantato di Vincent filtra disprezzo mutato ad angoscia tesa poi verso gocce di paura distillata nell'incendiario ritornello dal sapore Thrash vecchia scuola, Douglas in dieci anni è notevolmente cresciuto tecnicamente, il gruppo lascia spazio al suo intuito, e cioè mostra sempre i suoi frutti, Da metronomo si muta a peefetto esecutore di fraseggi degni di nota. Nella seconda parte del cd lascia spazio a composizioni chitarristiche nelle ballad, per poi aggiungersi in un secondo momento, è il caso della sinfonia del rimpianto “A Natural Disaster”
Torna poi dietro al microfono Vincent ,introdotto da nastri di chitarre registrate alla rovescia, traformando “Flying” in un incantesimo notturno di suggestive emozioni ,alle doti canore del moro vocalist succede un intenso assolo del fratello, un grido di note sequenziali vorticanti dritte al cielo in un arrestabile crescendo e poi riassopito all'unisono con la ritmica della conclusione. Nuovamente è il turno della serenità, la timida voce di Daniel che si fa spazio tra i pentagrammi per la onesta "Electricity" (che nulla aggiunge ne toglie alla valutazione complessiva del cd) che chiude una triade di brani dal sapore romantico di un essenzialità disarmante. L'ultimo brano ,come i fan oramai sono abituati ad immaginare, è una strumentale. Ma “Violence” mostra il lampo di genio inatteso, Les apre celestialmente con un giro di note dal sapore retrò , Douglas s'insinua nelle trame nella seconda parte , martellando sui tom progressivamente ,spalleggiato da un riff distorto di chitarra in crescita, culminante in capolavoro di John dietro le pelli: una sfuriata impetuosa in piena regola prima di uscire di scena e lasciare i riflettori puntati nuovamente sulla dolcezza del pianoforte e synt in lenta dissolvenza,quasi a incitarvi verso il regolatore del volume per assaporarne ogni minima sfumatura. Di questo disco compatto nella sua disomogeneità, preciso nelle sue imperfezioni, diviso durante il distacco dei due fratelli (che finiscono per spartirsi davvero i brani da cantare) in una sola parola:brillante.


Layers of dust and yesterdays
Shadows fading in the haze of what I couldn't say
And though I said my hands were tied
Times have changed and now I find I'm free for the first time
Feel so close to everything now
Strange how life makes sense in time now
cantata elegantemente da Lee Douglas in un ritmo dal sapore jazzato, concluso in maniera sognante da un mare di voci sovraincise a far risaltare il contenuto del testo.


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Gidan Razorblade

mercoledì 4 marzo 2009

Anathema - A Fine Day To Exit (2001)


Anno: 2001

Etichetta: Music For Nations

Line up:
Vincent Cavanagh - voce, chitarra
Daniel Cavanagh - chitarra, tastiere
Lee Smith - tastiere
Dave Pybus - basso
John Douglas - batteria




Tracklist:
  1. Pressure – 6:44
  2. Release – 5:47
  3. Looking Outside Inside – 6:23
  4. Leave No Trace – 4:46
  5. Underworld – 4:09
  6. Barriers – 5:53
  7. Panic – 3:30
  8. A Fine Day to Exit – 6:49
  9. Temporary Peace – 18:46






Il turbine di problemi che investe il nucleo del gruppo,non impedisce però loro di continuare a sfidare le ire della critica,percorrendo un processo evolutivo verso un abbandono totale delle sonorità metalliche ,per farlo si affidano al supporto del produttore Nick Griffiths e tornano nella grigia Liverpool.
Il pianoforte si avvicina a piccoli passi e il sound stupisce ancora ,il singolo è un brano che presenta una chitarra rapita dalla psichedelia è un ritornello cachy che ne legittima la decisione di renderla il singolo della raccolta e di farne un video,che mostra per l'appunto un viaggio su una macchina in piena notte,ed è una corretta metafora. Release è il matrimonio di una chitarra acustica arpeggiata e un organo gotico che seguono il loro cammino verso una emozionante esplosione affidata ad un pulito assolo di chitarra,il secondo pezzo scritto da Douglas (in risalto in questo lavoro la sua fase compositiva,con ben tre realizzazioni più una scanzonata ghost track dal sapore Country) ,Looking Outside Inside, mostra una interessante evoluzione vocale, partendo timida e giungendo carica di determinazione,mostrando però una lunghezza eccessiva. Nemmeno il tempo di credere in un calo di ispirazione e le ali della melodia di “Leave No Trace” rapisce l'attenzione con la sua atmosfera e un perfetto uso dei cori; “Underwold” incalza con i suoi accordi in maggiore,è il magnetismo di Vincent a dominarli tramite le proprie corde vocali e una perfetta alchimia con la propria lineup che si dimostra oramai padrona anche di un songwriting che affonda le sue radici del rock alternativo figlio di più jeff Buckey che dei ultracitati Radiohead.

There's always something
You won't dare to say
Your good intentions
Are boring take me away
If it keeps you sane, then it's okay
If I played it safe, would it save me?


Con Barriers si affonda nel cuore della serenità e della classe raffinata dell'intera opera, sognanti gli echi e le evanescenti chitarre che circondano Daniel e Lee Douglas in un brano di intima dolcezza. Ma è impossibile preveder la successiva mossa,il gruppo infatti carica un proiettile di adrenalina, Panic” travolge con la sua attitudine punk decelerata al confine del ritornello che elude di poco l'epicità per poi dissolversi tranquilla; Il disco continua a correre, come una ruota di un veicolo, il viaggio assume veli lisergici nella titletrack ,percorrendo leggiadre linee vocali inseguite da una complice batteria e una chitarra paranoica, in una nemesi di sensazioni che selezionano tutte le tonalità possibili di pace e solarità interiore. Quelle onde,terminano un brano per iniziarne e accompagnarne il successivo,la tranquillità che scorre nelle vene proprio come quel mare. Galante accompagnatore del brano “Temporany Peace” composto durante le registrazioni di Judgement e abbracciato perfettamente al resto delle composizioni, in un caldo suono elettroacustico ,la spiaggia è davanti. I vestiti sbottonati e lasciati lì come preoccupazioni ,per immergersi in quella quiete ,e rimanere lì a pensare tra le onde...

Beyond this beautiful horizon
Lies a dream for you and I
This tranquil scene is still unbroken by the rumors in the sky
But there's a storm closing in
Voices crying on the wind
This serenade is growing colder breaks my soul that tries to sing
And there's so many, many thoughts
When I try to go to sleep
But with you I start to feel a sort of temporary peace

There's a drift in and out

Dopo tutto ciò,vi sembra ancora atipica la copertina?

Gidan Razorblade

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sabato 28 febbraio 2009

Anathema - Judgement (1999)

Sento il mio cuore bruciare
Nel profondo...bramando
So che sta giungendo


Anno: 1999
Etichetta: Music For Nations

Line Up:
Vincent Cavanagh - Guitar, Vocals
Daniel Cavanagh - Guitar, Keyboards, Vocals on 7
Dave Pybus - Bass
John Douglas - Drums

Tracklist:
1.Deep04:53
2.Pitiless03:11
3.Forgotten Hopes03:50
4.Destiny Is Dead01:47
5.Make It Right (F.F.S.)04:19
6.One Last Goodbye05:24
7.Parisienne Moonlight02:10
8.Judgement04:20
9.Don't Look Too Far04:57
10.Emotional Winter05:54
11.Wings of God06:29
12.Anyone, Anywhere04:51
13.2000 & Gone04:51

detonazione.

Un anno dall'ultimo disco. La distanza è così breve,le vicende,altrettanto imprevedibili. Ciò che si acquista,son due perdite. Che privano i fratelli Cavanagh dei loro equilibri nella quotidianeità della vita che in ambito musicale, per sfuggire dal dolore,si stringono alla loro comune passione,la terra d'origine attorno ad una tale babele,sembra così diversa e caotica,che decidono di partire.
La meta è un piccolo comune ligure con meno di trentamila abitanti , Ventimiglia li accoglie nei Damage Inc. Studios alle porte della primavera.
Nonostante i fratelli siano gli unici superstiti della lineup precedente a questo album,Judgement non si mostra come una presenza alterata nella discografia della band,mostrando semmai una maggiore dipartizione dei ruoli nella band, non più divisa tra due compositori, ma una partecipazione che comprende tutti e cinque i membri della band per almeno due composizioni ciascuno.
L'analisi è subito confermata dai pezzi di apertura, i primi quattro non sono altro che una furba suite organizzata in quattro episodi,completamente legate tra loro ma realizzate con una cura simile da acquisire un gran valore anche se ascoltate in maniera singola; Deep mostra il viso della malinconia crepuscolare in un velo di arpeggi delicati, Pitless parte all offensiva,graffiando l'aria con uno spirito energico ,subito troviamo il lato più acustico e intimista del rock. Destiny is Dead ne è il naturale prolungamento strumentale che sintetizza in pochissimi accordi l'alto valore delle geometrie sonore della band.
John Douglas realizza con Make it Right il suo primo brano interamente composto con gli Anathema,che nonostante una discreta struttura di archi e sovraincisioni vocali,non incide come dovrebbe, a seguire arriva uno dei cavalli di battaglia della band, La struggente dedica alla madre scomparsa prematuramente.Il segreto di One Last Goodbye risiede proprio nella sua semplicità, una composizione fresca e spontanea schiude la ballad come un dolce fiore di semplici e dirette parole, il nettare che sgorga è immediato quanto sentito, lontano però dalla banale retorica, accarezza il cuore lacrimante così ben interpretato dal crescendo dell'assolo finale.

Quanto ho bisogno di te
Come soffro ora che te ne sei andata
Nei miei sogni ti vedo
Mi sveglio così solo
So che non volevi andartene
Il tuo cuore desiderava restare
Ma la forza che ho sempre amato in te
Alla fine se ne è andata
In qualche modo ho capito che volevi lasciarmi in questo modo
In qualche modo ho saputo che non potevi mai... mai rimanere
E nella luce del mattino presto
Dopo una silenziosa notte serena
Hai portato via il mio cuore
e io soffro

La storia di un addio è il medesimo argomento narrato dalla timida voce di Lee Douglas in un vortice creato da un minimalista e raffinato giro di pianoforte per una Parisienne Moonlight a metà tra il brano sfuggente e un intermezzo elaborato.
La titletrack lascia intuire un proseguo sulle rilassate sonorità appena oltrepassate, ma sa mentire con un affamato ritmo in crescendo che divora l'urlo di angoscia,scaturendo un assalto del drumkit di Douglas in un perfetto fraseggio Thrash metal sorretto da una imponente chitarra ritmica ,ma il pezzo elude in una morte istantanea, cogliendo impreparato l'ascoltatore.
Riemerge il sole in Don't Look Too Far , nel placido abbandonarsi nella atmosfera ricreata e poi corrotta da un inserto acido delle sei corde, condizione analoga in “Emotional Winter” in ispirazione molto più floydiana nell intro con chitarre a dialogare tra echi e riverberi ,protagoniste anche in “Wings Of God” in una sorta di continua risposta impetuosa alle strofe di Vincent, in questo caso però i 3 minuti strumentali sarebbero stati da dimezzare o da approfondire con soluzioni diverse. E ciò dimostra il lato acerbo del Douglas compositore che si fa preferire nelle vesti di musicista, a differenza del nuovo acquisto(nonchè amico di vecchia data) Dave Pybus, che non possiederà certo in tocco e l'estro di Duncan ,ma mostra una discreta familiarità con il songwriting d'alto livello della splendida “Anyone,Anywhere”in collaborazione con l'italiano Dario Patti (Dayan Same,Voodoo Hill)autore di una ottima prestazione e della strumentale “2000&Gone”(di ispirazione al film 2001 Odissea Nello Spazio” che scorre sognante e ispirata a far da riflesso all'intera opera,ricca di atmosfere caldamente gelide,ove la tensione ha lasciato spazio a quella malinconia intesa come la felicità di esser tristi. Perchè comunque presenti. E loro rispondono con decisione all'appello ancora una volta.

Gidan Razorblade

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venerdì 27 febbraio 2009

Anathema - Alternative 4 (1998)


Anno: 1998
Etichetta: Peaceville Records

Line Up:
Vincent Cavanagh - Guitar/Vocals
Daniel Cavanagh - Guitar
Duncan Patterson - Bass
Shaun Steels - Drums

Tracklist:
1.Shroud of False01:37
2.Fragile Dreams05:32
3.Empty03:00
4.Lost Control05:50
5.Re-Connect03:52
6.Inner Silence03:08
7.Alternative 406:18
8.Regret07:58
9.Feel05:28
10.Destiny02:14

We are just a moment in time
A blink of an eye
A dream for the blind
Visions from a dying brain
I hope you don't understand




L'angelo pare essersi restaurato nel corso delle due copertine, è radicalmente mutato dalla figura che appariva in Eternity, una veste decisamente modernizzata, dallo sfondo incolore,a far risaltar maggiormente il non volto al centro della figura, celato o assente che sia, dona una sensazione di maggior introspettività e desiderio di restar confinati tra i propri pensieri ; anche se la spiegazione più materialista la conferì Daniel, nell' indicare come ispiratore, un libro chiamato Alternative 3 (di Leslie Watkins ) che forniva una spiegazione ipotetica su teorie che potessero prevenire la distruzione del mondo,la terza possibilità era lasciare il pianeta. Dunque gli Anathema con questa copertina da “Angelonauta” , vollero esprimere una loro aggiuntiva opinione per la salvezza.
Ma i membri della band sono in realtà 4,e non è detto che i pareri in un gruppo debbano essere unanimi, Duncan infatti motiva la scelta del titolo interpretando il libro sovracitato da un lato diverso, oscurando l'effetto, punta il dito sulla causa :la cospirazione che poi porta alla formulazione delle tesi. Ed è per questo che molte delle liriche dell'album hanno la Fiducia come protagonista.
Esordire così, rende la fotografia del gruppo (entrato in sala di registrazione a gennaio del 1998,per poi uscirne sei mesi dopo) sicuramente più nitida, la creatività corre impetuosa sull'asse Patterson /Danny Cavanagh alternati da tranquilli separati in casa,mentre Shaun Steels si accomoda dietro le pelli. Ci sarebbero tutte le attenuanti per una raccolta di per se discontinua, eppure l'omogeneità rappresenta uno dei molteplici punti di forza di questo capolavoro.
"Shroud Of False" è la risposta prima della domanda,un intro dolcemente cinico affidato ad una unica strofa intrisa di significati,poi va via tra gli echi e i pensieri destati con esso, ci raggiunge "Fragile Dreams" tra una divina sezione fiati accompagnato da un crescendo di batteria culminante in un riff memorabile che ha la sua evoluzione solo poco prima che subentri il cantato,il risultato è di una emotività disarmante. “Empty” è decisamente il brano più catchy dell'opera, presentando una batteria addirittura programmata,Vincent riesce a fornire con la sua interpretazione vocale la rabbia all'intero pezzo,ottenendo una tregua solo per un breve intermezzo di pianoforte. Lo stesso strumento, contorna di note raminghe la confessione intimistica del vocalist nella successiva “Lost Control” delicatamente dissanguata da un fiume di violini. “Re-connect” è l'unico brano che spezza la dittatura compositiva del duo,è appunto firmata dal cantante, un vestito di accordi perfettamente indossato dai suoi numerosi cambi di registro.
L'inaspettato momento di serenità giunge con “Inner Silence”, filtrato di una tenera rassegnazione, sotto l'incisività delle pelli di Shaun ,la band continua a viaggiare nelle emozioni più introspettive dell'animo umano,senza soste ne retorica. Capolavoro strutturale è la titletrack, Duncan arpeggia nervoso un giro paranoico,turbinato dalle spaziali tastiere lisergiche, si manifesta la quarta alternativa:l'olocausto dell'umanita. Nel gelo di un ritornello che non esiste. È silenzio. È poesia eretta da un fraseggio di batteria e chitarra che squarcia la tensione accumulata.
Danny introduce altre novità nel sound della band, un hammond (!) si fa spazio nell'aria di una timida chitarra acustica,e la carica emotiva del fratello, ornata da cori e archi ,il risultato è ciò che le parole possono solo intrappolare, limitative in questo turbine di “sapori uditivi” assaggiati in 8 minutie nemmeno un secondo offerto alla noia. Patterson firma la strada verso la fine, la dolceamara “Feel” dai contorni organistici quasi religiosi ,e “Destiny” , incentrata nel gotico giro di tastiera (se ne risentirà il richiamo nella seconda parte di Going Nowhere quattro anni dopo, incluso nel primo cd dei suoi Antimatter) che accompagna la speranzosa preghiera di Vincent ,la ninna nanna che addormenta il dolore ,consegnadoci una pietra miliare degli anni novanta, frutto di emozioni catturate in dieci composizioni in maniera cosi efficace, da sentirle pulsare ogni volta,come insegna la fine del sesto brano.

When the silence beckons
And the day draws to a close
When the light of your life sighs
And love dies in your eyes
Only then will I realize
What you mean to me.

Gidan Razorblade

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giovedì 26 febbraio 2009

Anathema - Eternity (1996)


Anno: 1996
Etichetta: Peaceville Records

Line Up:
Vincent Cavanagh - Guitar/Vocals
Daniel Cavanagh - Guitar
Duncan Patterson - Bass
John Douglas - Drums

Tracklist:
1.Sentient02:59
2.Angelica05:51
3.The Beloved04:44
4.Eternity, Part I05:35
5.Eternity, Part II03:12
6.Hope (Roy Harper cover)05:55
7.Suicide Veil05:11
8.Radiance05:52
9.Far Away05:30
10.Eternity, Part III04:44
11.Cries on the Wind05:01
12.Ascension (instrumental)03:20


Tre settimane nel freddo Gallese,e la mutazione arriva, spontanea come non mai. Siamo nel 1996, e l'allontanamento di una band da sonorità estreme verso lidi rock più intimistici non è ancora considerata un'evoluzione comune, era chiaro che per scalar le vette del successo,la band avrebbe potuto tranquillamente realizzare un The Silent Enigma 2 per far fruttare le casse, ma sarebbe stato come congelarsi, in quella umidità anglosassone. Così dalle tetre statue dei primi artwork stavolta emerge solo un candido angelo contornato di tinte lisergicamente acide di uno spazio sconfinato Il filo conduttore resta, il Doom è presente nella sua essenza eterea ,respirabile nel sapore della sconfitta, della certezza della perdita. Emerge però un tenue sole alla distanza che ridisegna la filosofia della band, la nascita di un qualcosa. Vien persino celebrato nell'intro “Sentient” ,il vagito del neonato cullato dalle note della (ancora per poco) Guest al piano&tastiere , Les Smith che celestialmente accompagna le corde di Daniel.
Un inzio sussurrato del quartetto di Liverpool, che accende la disperazione all'unisono con gli amplificatori nella successiva “Angelica” ,divenuto oramai un classico delle setlist dei live,i riff lasciano spazio a vere e proprie composizioni strumentali intorno alla tragicità romantica della voce di Vincent, la somma è una autentica perla di nera passionalità. “The Beloved” scala la cima dell'intensità collegndosi al brano antecedente, è rabbia che sanguina dalle casse degli amplificatori , la risposta prima della domanda. Che giunge successivamente a metà della composizione.
Quasi a voler dare uno stampo prog, ci troviamo di fronte ai primi due frammenti di titletrack, il primo dai ritmi sostenuti che esplodono al culmine di quel “do you think we're forever?” e orchestrazioni spettrali di tastiere e un outro addirittura elettronico ,”Eternity part2” unisce passaggi onirici di voci distorte, ruscelli che scorrono,Michelle Richfield (che ritroveremo nel progetto Antimatter) conclude con tre semplici parole ,esaltate da una notevole delicatezza, questo omaggio alla scuola floydiana . A segnalarne ancor più marcatamente l'influenza, è la successiva cover “Hope” ,scritta appunto da Gilmour per Roy Harper , ed è proprio quest'ultimo ad introdurre le note con uno spoken, il dialogo successivamente si fa duplice, la chitarra quasi si estrane in un giro ossessivo a spirale che ingloba il cantato che raggiunge l'estasi nel ritornello poi affiancato da echi syntati .
È il cuore del disco, offerto dal pezzo forse più cupo della raccolta, “Suicide Veil” ,il doom spogliato e rivestito da musicisti esperti, ma innanzitutto dalla sensibilità di uomini capaci di fondere i ritmi sostenuti e tastiere decadenti tipiche del genere, con l'enfasi interpretativa di Vincent nel ritornello. Una piacevole coda strumentale poi sfuma senza abbandonare la mente.
Radiance” fa da specchio alla produzione del disco, povera e scarna, che non intacca la bellezza del disco anzi, la risalta, nella crudezza delle sonorità ,allontanando del tutto possibilità di deja vù, nonostante ciò, è l'arte psichedelica della chitarra di Danny a riaddrizza le sorti del pezzo che altrimenti sarebbe da valutare un gradino sotto gli altri. La penna di Duncan tinge nuovamente l'album di torbida introspettività nella successiva “Far Away” , gravitato intorno alla ipnotica nenia del ritornello e ai ripetuti scambi d'intesa tra le sue quattro corde e la chitarra acustica . Strumenti che proseguono il dialogo nella successiva “Eternity part 3” , Douglas trascina questa marcia doom (che elude solo in un fraseggio tribalista ) per poi lasciarsi andare in un energica accelerazione thrash. In "Cries On The Wind" sono i registri a cambiare, Patterson alza il volume nella strofa recitata più che cantata, e i fratelli Cavanagh domano la seconda parte in uno stretto intreccio chitarristico che muore in sacrificio dell'esaltazione dell'ultimo verso:

Don't dwell on the forthcoming
As I know it won't be happening
And you know, when I'm gone
You'll hear my cries on the wind

le labbra non si schiudono ulteriormente, lasciando all'estro di “Ascension” l'agio di comunicare il verbo della speranza, in un impeto di positività ed energia poi riposato da quei tasti bianchi e neri che avevano aperto il sipario di questo capolavoro inferiore solo ai due lavori più cronologicamente vicini ad esso, .

Le bonus track di questo album sono le pregevoli versione acustiche di “Far Away” e “Eternity part 3” che mostrano l'attitudine dei musicisti a riproporre brani in chiave completamente acustica, successivamente dimostrata in un intero tour del gruppo e della pubblicazione dell' ep “A Dream For A Blind” del nuovo progetto di Duncan Patterson.

La versione giapponese include l'eccezionale riarrangiamento di Sleepless con il carisma di Vincent dietro al microfono e Michelle Richfield , l'elaborato risulta sicuramente più accattivante e incisivo dell'originale.

Gidan Razorblade

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martedì 24 febbraio 2009

Tv on the radio - Return to cookie mountain (2006)

Giustifica
Anno: 2006
Etichetta: Interscope Records

Tracklist:
1. I Was A Lover
2. Hours
3. Province
4. Playhouses
5. Wolf Like Me
6. A Method
7. Let The Devil In
8. Dirtywhirl
9. Blues From Down Here
10. Tonight
11. Wash The Day

Premessa:
La domanda più difficile a cui mi sia capitato di rispondere, parlando dei Tv on the radio, è stata sicuramente: “Ma che genere fanno?” . Come se fosse necessario etichettare un gruppo, vincolarlo ad una categoria per invogliare l’ascoltare a dargli una chances. Ed io non so rispondere di botto, con una sola etichetta/genere/ categoria/specie: i tv on the radio sono sostanzialmente un gruppo (afro)americano che si diverte a buttare dentro il proprio calderone un po’ di tutto: rock, blues, elettronica, indie, alternative, gospel, r n’b, qualche accenno di post-punk (che non guasta mai, quel gusto per la musica di classe degli anni’80) ed un mood in cui tutti sono sia polistrumentisti sia vocalisti. Abbiamo una certa stabilità nel ruolo all’interno della band, ma da una canzone all’altra il cantante viene affiancato da altre due o tre voci, spesso queste sono corali.

Il disco:
Return to cookie mountain è riuscito nell’impresa di accontentare diverse tipologie di palato: dal popolo del blues, ai patiti di ambient, a coloro che amano lo shoegazing, alla tradizione “nera” fino agli indieani (coloro che ascoltano indie) che non disdegnano le melodie ed i brani mainstream.
I was a lover: inizia con un beat incrociato con qualche effetto ben assestato, qualche riverbero ripetuto ed una cadenza che è dimessa, quasi ad intensificare il senso della canzone, il tutto mentre si ode un piano in lontananza; “io ero un amante, prima di questa guerra”, così recita il cantante nelle prime battute del brano, un conflitto sia fisico che spirituale, il cui unico scopo è allontanare la pace e trasformarci, eliminare ogni traccia di bellezza e di sentimentalismo, come se la pace fosse un crimine. E’ una litania impolverata, che dà l’idea di un uomo affetto dalla crisi di mezza età che guarda le proprie mani e si chiede che fine abbia fatto, consolato dalla scoperta che ha raggiunto una maturità e non ha perso i ricordi.
Hours: la struttura è particolare, perché la medesima strofa viene ripetuta contemporaneamente da due voci diverse, una più baritonale ed una più acuta, mentre dietro il basso e la batteria costruiscono un soffice e corposo letto su cui adagiare il tutto. La band al completo esegue acrobazie vocali, quasi tutte fungono da melodia regina, da seguire come il filo di Arianna per evadere da una realtà sporca e infausta.
Province: vede la partecipazione in fase vocale-compositiva del duca bianco, sir David Bowie. Qui ziggy stardust è un valore aggiunto, un contrappeso con la sua voce più grave rispetto agli acuti (in certi punti anche femminili, oserei dire) del cantante, mentre il pianoforte e le pelli sorreggono l’intera impalcatura, in pieno stile blues-ambient. Non saprei dire se si tratti di un piano a coda, o di un pianoforte modificato con l’aggiunta di campanelli o di vibrafoni, fatto stà che l’insieme è stupendo e molto godibile.
Playhouses: digital ambient ed elettronica, la batteria spesso sia avvicina ad una drum machine, e le voci sono registrate contemporaneamente su più piste, come una ragnatela su cui veniamo catturati e rimaniamo impassibili, si ferma ogni attività del nostro organismo, a parte un lieve movimento della testa, cercando di andare a tempo.
Wolf like me: primo singolo estratto, personalmente la ritengo miglior canzone dell’intero 2006. Non riesco a descriverla, sono troppo di parte: guardatevi il video e poi vediamo se non siete d’accordo. L’ho detto che parla di licantropia? Beh, grossomodo si.
A method: sicuramente tra le più toccanti ed emotive di tutto il full –lenght, dove la spiritualità si fonde con la parte più passionale e sensibile della nostra anima; tutta la matrice gospel-blues, si riversa all’interno della canzone, sfiorando vette di altissima fattura.
Let the devil in: silenzio…una persona che fischia nella nebbia, intona una melodia con fare religioso, il tutto si trasforma in una marcia del sentimento, in cui al posto della batteria e delle percussioni ci sono gli strumenti più antichi del mondo: le mani e la voce. E’ un canto apotropaico, atto a scacciare i propri demoni interni.
Dirty whirlwind: altra traccia abbastanza simile alla precendente, ma qui abbiamo al posto deli battiti sincoronizzati delle mani, i tamburelli ed il pianoforte.
Blues from down here: ossia come prendere un brano blues e traslarlo su una base elettronica, continuata, indie e tremendamente distorta , dove il feedback tipico dello shoegaze regna sovrano.
Tonight: è un grido di ribellione che si alza verso il cielo, aiutato dagli amplificatori portati al volume massimo, in un turbinio di suoni che strizzano l’occhio al noise.
Wash the day: conclude il disco, ed un pò dispiace che sia finito. Ma allo stesso tempo siamo sicuri che questo secondo lavoro del gruppo di Brooklin sia solo l’ennesimo passo verso il capolavoro assoluto che li consacrerà ai posteri.

Sgabrioz

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