Creative Commons License
Rock e Dintorni by Rock e Dintorni is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia License.
Based on a work at rockedintorni.blogspot.com. .: monografia
Visualizzazione post con etichetta monografia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta monografia. Mostra tutti i post

venerdì 15 maggio 2009

James "Jimi" Marshall Henxdrix: breve guida all' ascolto.

image


Are You Experienced? (MCA, 1967)

Una gavetta come sessionman di Wilson Pickett, Tina Turner, King Curtis e Little Richard (il quale si lamentava addirittura che il giovane Jimi gli rubasse il palcoscenico) , viene messo sotto contratto da Chas Chandler (ex Animals) , che nel regno unito gli fa registrare il primo disco. Partendo dalla cover di “Ehy Joe “ ,così sorprendentemente valorizzata dal chitarrista, in una veste Blues di alto stile. Uno stile che padroneggia benissimo, aggiungendo tecnica e cuore ( Red House, I Don't Live Today) il vero capolavoro è la superba “ Third Stone From The Sun” , fondendo anche le ritmiche jazz, Jimi crea una gemma di inestimabile valore artistico che regge perfettament eil paragone con tutto ciò
che la psichedelia aveva proposto in quegli anni. Un disco fondamentale per il Rock proposto in tutte le salse, richiami alla black music ( Highway Chile ,sempre sottovalutata, ha un Pattern che farà storia in materia) , e a radici tribali ( la convulsa Manic Depression e la ruffiana Stone Free dimostrano che il batterista Mitch Mitchell non era esattamente un elemento scenografico) . Come se non bastasse, centra riff che faran parte dell' ABC dei chitarristi che verranno ( Purple Haze e Foxy Lady in primis) e soluzioni artistiche che ispireranno il songwriting di artisti di più correnti ( 51st Anniversary tra l'altro sembra aver ispirato gli esordi anche dei The Cure) , inconfondibile il suo tocco anche quando la sua chitarra ,oltre che a colpire, vuole accarezzare orbite di dolci ballad (The Wind Cries Mary)

image

Axis: Bold as Love. (MCA, 1967)

Forse non aveva tutti i torti il giornalista (è Noel) che nell'intro “EXP” ,annuncia l'avvento di un alieno (con tanto di effetti chitarristici che ne simulino l'atterraggio ) in un divertente gag con il chitarrista, per il periodo è assoluta avangarde. Dopo pochi mesi dal primo disco, l'album della triade che solitamente vien sottovalutato , il più tributario verso la musica nera . Eppure i risultati sono stupefacenti anche in questo caso. L'apertura è affidata alla languida “ Up from the Skies” ,jazzata nella sensualità pacata degli esperimenti del trio; che accelerano in “ Spanish Castle Magic” , dal ritmo contagioso e incursioni spettacolari delle 6 corde. Perchè quando Jimi si lancia nei suoi virtuosismi sa essere realmente devastante (“Ain't No Telling” ) , e non è nemmeno detto che ciò debba essere fatto in un contesto puramente rock, note magiche si disegnano nell'aria di “ Little Wing” , creando probabilmente l'atmosfera del brano più fascinoso e catartico della raccolta. Non mancano di certo i riferimenti all' hard blues (“ If 6 Was 9” e la titletrack, a tratti Crooneristica ) e al rock and roll revival ( “ You Got Me Floatin'” con tanto di coretti retrò e il falsetto di “ Wait Until Tomorrow” a narrare le vicende di due sfortunati amanti) . C è sicuramente più spazio per il bassista (ex chitarrista) Noel Redding , autore di una splendida prova nella sezione ritmica di “Little Miss Lover” e vocalist di “She's So Fine” (che in fin dei conti è il brano meno coinvolgente del disco, anche perchè Jimi si sa, non apprezzava molto che qualcuno lo sostituisse dietro al microfono). L'episodio più atipico del disco resta “ Castles Made of Sand” , tra chitarre registrate al contrario e un cantato/parlato vicino a ciò che una decina d'anni dopo si chiamerà sotto il nome di Rap.



Electric Ladyland (prima stampa, MCA 1968)

!Have You Ever Been To Electric Ladyland? The magic carpet waits for you so don't you be late “ , ed è bene che prendiate a cuore questo invito del chitarrista,se non avete mai ascoltato quest album, fatelo. Per capire come un disco rock può rimanere al passo con gli anni anche passati 30 anni, e certo non solo per la perfetta produzione di questo disco ( la perfezione dell'artista arrivava al rifare una take anche 50 volte per ottenere il suono che voleva) , ma per la continua ricerca nella contaminazione del blues, materia difficile, e lui nemmeno sapeva leggere gli spartiti. Non si direbbe però dalla splendida “Voodoo Child” (con Jack Casady al basso e Steve Winwood all'organo Hammond, i problemi con Noel erano già insanabili a quanto pare ) o alla frenesia di “Gypsy Eyes” . Un disco che possiede un dinamismo moderno anche nella scelta dei singoli ( vennero scelte la melodica “ Burning of the Midnight Lamp” e la trascinante “ Crosstown Traffic” , dedicata all'altra faccia della medaglia dell'esser idolatrati) e il gusto di legare con un filo immaginario le composizioni (psichedelia solista in “ Rainy Day, Dream Away”, e la chitarra sembra continuare una pregrassione solistica in “ Still Raining, Still Dreaming” , uan vera pioggia di note che proseguono oltre il cantato). Sicuramente tra i tre album,è il meno immediato, pezzi come “1983” ( suite lisergica che intavola un viaggio da 13 minuti sulle ali di sei corde e poderose rullate che delicatamente sfuma via sulla coda strumentale “ Moon, Turn the Tides...Gently Gently Away” , ha l'effetto di un anima che sembra dondolare tra un orecchio e l'altro dell'ascoltatore) .
Il trio di chiusura è monumentale, l'interessante effettistica in “House Burning Down” da strada alla spettacolare “All Along the Watchtower”, probabilmente una delle migliori cover della storia della musica, ricca di phatos e gravida di una tensione liberata da un orgasmico assolo finale, riarrangiata in maniera opposta al minimalismo Dylaniano. “Voodoo Child (Slight Return)” termina in capolavoro di circa 5 minuti di creatività esplosiva , senza schemi. È lo schema.

image


Band Of Gypsys (MCA, 1970)
Tra beghe legali e la mafia dei Black Panthers , venne registrato quest album dal vivo . Il trio Black del momento, Hendrix affiancato da due stelle (Buddy Miles alla batteria e Billy Cox al basso ) . Ci sarebbe da contare i furti che negli anni successivi ci son stati nei confronti della jam di questo live, a partire dai funky riff di “Who Knows”(intorno al settimo minuto raggiunge l'apice ) , “Machine Gun” lascia dilatare un affresco di Rock scuola Cream, Blues imbevuto di psichedelia che supera i dieci minuti, citazioni testuali e musicali (rullate come proiettili, 20 anni prima di One dei Metallica) alla guerra in Vietnam. Distorisioni, Cori, buio. Il silenzio e poi è solo Jimi.
“Changes” ha un andazzo quasi country rivestito di elettricità e il tipico tocco della musica nera, trascinante e asciutto, tagliato solo dal wah wah , cantato da Cox. Udendo le prime note di “Power To Love”, ci si accorge ancora una volta dell'importanza del musicista di questa biografia, il primo minuto gli vale il conio del detto tipico “un intro Hendrixiano” , ne segue una giostra di jam tra il funk/blues e il folk, la sintonia è presente ed è palpabile. Come il gradimento della platea che quasi non si accorge di quanto la band abbia provato poco prima di esibirsi a questi livelli.
“ Message Of Love” è proposta nella sua versione più ispirata, genialità assoluta negli inserti solistici, merito anche del drumming di Buddy Miles, un vero metronomo. Il pubblico accoglie con entusiasmo la scelta di collaborare in “We Gotta Live Together” , un funky stomp celebra il brano, anche in questo caso, riuscito. Cox&Miles ripresero il tema della serata ,pubblicando “Band of Gypsys :return” anni dopo, intanto il marziano era tornato nel suo pianeta, ma resta un gran bel disco,con nuovi arrangiamenti,consigliato a chi ha gradito il primo evento.

image

First Rays Of The New Rising Sun (1997)

Ebbene si, gli inediti degni di nota di Hendrix terminano con due album, pubblicati postumi, che insieme avrebbero fatto parte del nuovo disco di Jim, la carica selvaggia lascia spazio ad una vena decisamente più intimistica, e ovviamente non sappiamo di quanti pezzi l'artista avrebbe successivamente corretto:

Disco 1:
Rainbow Bridge
Ascoltando “Pali Gap” , oltre che a rimanere a bocca aperta per la naturalezza nella quale viaggia funambolicamente tra le note, noterete quanto il disco si distacchi abbastanza dal lavoro precedente (ad esclusione di “Earth Blues” con il suo coro gospel e “Dolly Dagger” sulla scia di Axis).” Room Full Of Mirrors” lavora duro su percussioni e sovraincisioni di chitarre che duettano anche con la stesso timbro vocale. “Hey Baby (New Rising Sun)” resta una della ballad più pregevoli del repertorio, melodicamente efficace già dai primi ascolti. “ Izabella” sperimenta tonalità più solari, arrangiata sotto i canoni della black music moderna e le affilate soluzioni di un plettro davvero infuocato. Quest ultimo diventa poi la luce nell ombra di alcuni brani che sembrano incompiuti , ma nonostante ciò,degni di nota : “Little Drummer Boy-Silent Night” e “ Hear My Train A-Comin'” ( undici minuti son sicuramente troppi) e il proto punk di “Stepping Stone” . Star Spangled Banner vien proposta in una versione più curata ( e meno affascinante della celebre versione storica)

Disco 2
Cry Of Love
Il disco più vicino al Soul della discografia, lo dimostra la carica “Freedom” e le venature rock di “Ezy Rider” , l'album è più morbido del suo “gemello”, riscosse un moderato successo commerciale (sarà anche perchè Mitch Mitchell torna in supporto dell'artista, e la zuccherosa “Angel” si più elencare tra le melodie più ispirate&catchy dell'artista) , confezionando al suo interno godibili brani con anche ottime intuizioni ( l' arpeggio di “Night Bird Flying” , la fantasia di “Astro Man”) che però infondo nulla aggiunge ne toglie alla memoria complessiva di Jimi (si sfiora il Lo-Fi con “Belly Button Window” )

Live&Disco Postumi&Amenità varie :
c è da dire una cosa, tra l'avidità di Chandler e una non precisissima legge sul Copyright del periodo, il mercato è stato letteralmente invaso di prodotti che catturino almeno una nota di Hendrix. Dalle Demo ai live, fino a giungere alle jam session e scarti di sovraincisioni. Dell' 80% di sta roba potete farne tranquillamente a meno (a meno che non vi vogliate ascoltare la trecentesima versione di Fire ,ecc ) ,vale la pena solo spendere due parole sui prodotti che solitamente sono più in risalto su questo diluvio commerciale e chicche varie:

Live At Woodstock : non penso devo aggiungere molto qui, esibizione spettacolare, graffiante, dal suono crudo. Da avere
In The West : fossi in voi,lo eviterei, ci sono inediti si, ma sembra si voglia davvero grattare il fondo di un barile che grida pietà.
War Heroes : vale il discorso fatto sopra. Ma se proprio dovete ascoltarvi uno dei due,vada per questo.
You Can Be Anyone -Timothy Leary : un occasione per sentirlo suonare il basso , l'amico Buddy Miles alle pelli, godibile.
Isle Of Wight: se ne parla sempre tanto, il Woodstock dei poveri, ma il concerto non andò bene, clima ostile, Jimi che non recupera la stanchezza dal viaggio, è un po' appannato...
Live at Berkeley- 2nd Show : decisamente meglio. Da avere
South Saturn Delta: è pure del catalogo della famiglia di Hendrix,ma non ne trovo il senso. In bilico tra una raccolta,inediti e due alternate version, ma prendere un disco per una nuova versione di All Along The Watchtower ,non so se convenga.
The Ultimate Experience: best of fatto come la faccia loro, da evitare.
BBc Session: in doppio disco, tutte le apparizioni di Jimi alla radio e televisione. Con cover inedite, Jingle per radio one per la stessa radio,intermezzi di intervista, e più spazio (una volta tanto) ai brani di Axis. Qualità ottima, da avere.

Live at Monterey: tour del primo disco, merita.
Concerts: raccolta,inutile.

The Jimi Hendrix Experience Box Set : 4 cd ( e se non erro, 1 dvd ) , il prezzo è alto, ma è il must per gli appassionati di alternate versions ,unrelased e live rari di brani. Qualità ottima.



Gidan Razorblade


venerdì 16 gennaio 2009

Minor Threat - Complete Dischograpy (1988/2003)


Anno: 1988

Etichetta: Dischord

Tracklist:
1. "Filler" – 1:32
2. "I Don't Wanna Hear It" – 1:13
3. "Seeing Red" – 1:02
4. "Straight Edge" – 0:45
5. "Small Man, Big Mouth" – 0:55
6. "Screaming at a Wall" – 1:31
7. "Bottled Violence" – 0:53
8. "Minor Threat" – 1:27
9. "Stand Up" – 0:53
10. "12XU" – 1:03
11. "In My Eyes" – 2:49
12. "Out of Step (With the World)" – 1:16
13. "Guilty of Being White" – 1:18
14. "Steppin' Stone (Monkees Cover)" – 2:12
15. "Betray" – 3:02
16. "It Follows" – 1:50
17. "Think Again" – 2:18
18. "Look Back and Laugh" – 3:16
19. "Sob Story" – 1:50
20. "No Reason" – 1:57
21. "Little Friend" – 2:18
22. "Out of Step" – 1:20
23. "Cashing In" – 3:44
24. "Stumped" – 1:55
25. "Good Guys (Don't Wear White) (The Standells Cover)" – 2:14
26. "Salad Days" – 2:46

Pay no mind to us, we’re just a minor threat. Parlare di questo Complete Discography equivale a parlare della storia dei Minor Threat e parlare dei Minor Threat equivale a parlare della storia dell’hardcore. La band di Washington DC rappresenta uno dei rarissimi casi nella storia della musica in cui un singolo gruppo incarni in sé un intero movimento. Sì perché i Minor Threat sono l’hardcore. Non sono gli inventori di questo stile musicale, ma ne sono l’essenza, la furia, l’ideologia, le contraddizioni. Ian MacKaye, Lyle Preslar, Brian Baker, Jeff Nelson. Questa la formazione storica. Quattro adolescenti completamente diversi da quelli che dall’altra parte degli Stati Uniti stavano mettendo a ferro e fuoco la costa ovest, qui non troviamo né sbandati né poverelli senza tetto. Qui abbiamo quattro ragazzi della Washington bene, con una famiglia alle spalle e un tetto sulla testa. La differenza fra Los Angeles o San Francisco è sostanziale: essere hardcore sulla costa ovest significa essere degli sfigati, emarginati, perseguitati dalla polizia e dai compagni di scuola, esserlo nella Capitale significa essere tipi giusti, da rispettare e temere. E allora sotto a imitare Black Flag, Circle Jercks e compagnia: jeans, maglietta, anfibi, catene usate come cinture, pestaggi, intimidazione, aggressività.
Poi arriva anche la musica, e qua le cose iniziano cambiare. Sì può pensare di battere i propri maestri al loro stesso gioco? Si può guadagnare l’adorazione di un’intera scena prima ancora di aver pubblicato un misero EP? Può un uomo solo dare vita a uno stile di vita antitetico a quello proposto dalla scena musicale di provenienza e farlo sopravvivere per quasi trent’anni? Le risposte di Ian MacKaye e dei Minor Threat a queste domande sono tutte dei “sì” decisi.C’è un episodio che rende l’idea di cosa sia riuscita a diventare nell’arco di pochissimo tempo la band di Washington per la comunità hardcore. Poco tempo dopo la fondazione del gruppo i quattro ragazzini bianchi si trovavano a dover aprire un concerto per i grandi Circe Jercks, Ian quel giorno mise talmente tanta foga nel cantare Screaming At A Wall durante il soundcheck che finì per perdere la voce. Data cancellata? Niente affatto. Lyle sale sul palco davanti a un salone strapieno di gente e dice che Ian deve fare un annuncio. Nel frattempo il frontman si presenta sullo stage con un cartello recante tre parole “sono-senza-voce”, afferra il microfono e con l’ultimo filo di fiato sbraita "Guilty Of Being White". Da lì ha inizio il delirio. Ian mostra alla folla i fogli con alcune parole delle canzoni e i fan ricambiano cantando al posto suo tutte le canzoni ad un volume tale da coprire il suono degli strumenti. E pensare che fino a quel momento avevano pubblicato solo un piccolo demo distribuito fra gli amici. Ma la leggenda era già iniziata. Una leggenda partita nel 1981 con la pubblicazione di due 7’’. Minor Threat, esordio fulminante contenente alcuni dei brani più importanti dell’hardcore tutto: si va dall’assalto frontale di Filler alla furia cieca di Seeing Red, dalla programmatica Straight Edge alla deflagrante Screaming At A Wall. In My Eyes in cui risplendono perle quali la title track e Guilty Of Being White. Tutto attraverso la Dischord di MacKaye, quella che diventerà una delle più importanti etichette indipendenti del mondo. I Minor Threat sono già sulla bocca di tutti, ma dopo un esordio così abbagliante arriva di immediatamente il buio. Lyle lascia il gruppo per proseguire gli studi alla Northwestern University e Ian lo scioglie perché dall’alto del suo integralismo non può accettare che della band facciano parte persone esterne a chi gli ha dato vita. Duro, coerente, hardcore. Nel frattempo Brian si unisce ai Government Issue mentre Ian e Jeff si ritrovano impantanati senza riuscire a trovare il bandolo della matassa nel progetto Skewbald. La notte però dura poco, un annetto, il tempo necessario a Lyle di realizzare che la sua vita non è fra il libri ma su un palco davanti a gente che si ammazza di slamdance. Nel 1982 i Minor Threat sono di nuovo insieme, c’è anche un’altra novità. Nei due anni lontani dai palchi la loro fama si è accresciuta a dismisura rendendoli la band hardcore più importante del distretto di Washington, ormai anche più dei mostri sacri Bad Brains. Il loro nome è sulla bocca di tutti e inizia a spargersi come un virus per tutti gli Stati Uniti, la band sbarca anche sulla costa Ovest e nell’estate di quell’anno Ian decide di apportare una piccola rivoluzione in seno al gruppo: accontenta Brian facendolo passare all’agognata chitarra ritmica e accetta nel gruppo Steve Hangsen come bassista. Questa scelta a posteriori si rivelerà l’inizio della fine per la band. Con la nuova line up registrano Out Of Step che grazie alla nuova disponibilità di strumenti e idee porta la struttura delle canzoni ad aumentare in dinamicità e complessità rispetto alle classiche schegge hardcore: Look Back And Laugh e Betray sono i primi embrioni di questo potenziale nuovo corso (stiamo già parlando di post qualcosa? Probabilmente sì), la title track e Sob Story ci tengono invece ben ancorati al passato. Dopo la pubblicazione di questo EP i ragazzi si imbarcano in un trionfale tour che li porta a suonare in ogni buco degli States. Il virus Minor Threat aveva ormai infettato completamente il corpo dell’hardcore americano, la storia della musica si stava scrivendo da sé. Da lì a poco la band andò incontro ad un inevitabile collasso, la politica in fatto di marketing e gestione delle spese di Ian aveva portato i ragazzi sul lastrico e l’ingresso in formazione di Hangsen era andato a minare irrimediabilmente l’equilibrio già fragile fra quattro personalità fortissime. E la furia devastante che sprigionavano si basava proprio su questo equilibrio perfetto quanto precario. Nell ’83, all’apice della loro popolarità, sui Minor Threat cala il sipario lasciando nella scena hardcore un vuoto incolmabile. In particolare la comunità di Washington inizierà a sprofondare in una spirale discendente di violenza, razzismo e omofobia nonché malcelato fascismo. MacKaye rimarrà sconvolto da tutto ciò, una volta realizzato di essere stato lui stesso a dare il via solo un paio di anni prima a questo putiferio non rimarrà con le mani in mano. Nell’estate di due anni dopo riunirà i pezzi grossi della comunità DC nel tentativo di dar vita a una nuova scena basata sui valori della fratellanza, dell’empatia e della non-violenza. Tutti avrebbero dovuto fondare nuove band e così la famosa “rivoluzione d’estate” ebbe inizio. Nacquero Embrace (per mano dello stesso Ian), Dag Nasty (grazie a Brian)e Rites Of Spring (di Guy Picciotto, poi con Ian nei Fugazi). L’emocore emetteva così i primi vagiti.
In Complete Discography viene raccolto tutto il materiale prodotto in quegli anni. Racconta la leggenda di un gruppo di ragazzini che in pochi mesi ha cambiato oltre che la storia della musica anche la vita di migliaia di persone in tutto il mondo. Passare in rassegna queste canzoni è come fermarsi a guardare quello che probabilmente è lo snodo fondamentale della musica degli ultimi 25 anni. Da qui in poi il rock non sarà mai più lo stesso: il punk sembrerà una cosa per mocciosi, il metal diventerà trash e chissà quant’altro (metalcore, deathcore,etc.etc.), le lunghe cavalcate dell’emo e del post-hardcore avranno il loro inizio sviluppandosi e ramificandosi all’infinito negli anni a venire.
Slayer, Nirvana, Faith No More, Refused, Neurosis, Fugazi e tantissimi altri sono partiti da qui. Uno motivo ci sarà.
Onore e rispetto per Ian e i Minor Threat.

Alessandro Sacchi =KG=

domenica 21 dicembre 2008

Mudhoney

image
image



I Mudhoney sono un (...IL) gruppo garage rock di seattle, uno dei primi (e più importanti) del movimento GRUNGE. Durante la loro carriera, hanno rilasciato alcuni capolavori e una serie di ottimi album, seguendo una certa evoluzione artistica che ha permesso loro di non sgretolarsi nei meandri del manierismo (pur restando sempre fedelissimi al loro sound) e nelle pagine di cronaca nera.
i 2 fondatori della band, Mark Arm(voce) e Steve Turner(chitarra), provengono dall'ultima formazione dei GREEN RIVER. La band fu assemblata nel 1988, con alla batteria Dan Peters ed al basso Matt Lukin proveniente dai MELVINS.
image
L'esordio lo abbiamo nel 1988 con l'ep Superfuzz Bigmuff (in seguitito ristampato come un lp vero e proprio, con all'aggiunta di una serie di singoli nella tracklist), un concentrato di rude potenza e sporcizia sonora con chiari riferimenti agli Stooges, MC5, Blue Cheer, Hendrix, Grateful Dead ed ai seattleiani The Sonics. C'è la ripresa dei '60, sopratutto del sound di Detroit, adesso sotto una luce tutta nuova,e veicolata per altri finie con altri toni.
L'impatto dell' ep nell'immaginario rock fu devastante, la scandalosa "touch me i'm sick" divenne presto una hit alternative (ed un inno generazionale). nell'ep c'è una tale nevrosi da far impallidire chiunque; un cantato monotono e cantilenante, gracchiante e cartavetrato, come le chitarre superfuzzose di Steve Turner, ma forse la vera forza trainante dei primissimi mudhoney è la sezione ritmica, e in particolare quella bestia di batterista invasato che sapaccava il culo brano dopo brano, in modo sempre diverso (e questa è la sua grande forza, e la forza dei primissimi mudhoney).
"In Out Of Grace" è uno stendardo dove sventola tutto lo splendore marcio della band, e tutta la ricchezza del loro sound, Mark Arm spara sentenze sotto un fuoco incrociato di assoli. "If I Think" è uno degli episodi sviluppati meglio, con una partenza agrodolceriflessiva che finisce per corrompersi nella baraonda bestiale che solo i mudhoney possono fare, anche se con deliziosi inserti melodici, gli unici che in questo ep avrete modo si saggiare.
image
Mudhoney [1989] è un disco imprescindibile, proprio perchè è la completa realizzazione degli intenti contenuti nell'ep precedente, che si concretizzano in una mazzata ancora più dura, rifinita (pur restando essenzialmente ruspantee)ed assestata; l'influenza dell'hardcore (sempre presente nel background della band) si fa sentire, e nel confezionare i 12 pezzi del disco, non ne sfugge uno che non sia una bomba.
vediamo ora qualche brano: "Flat Out Fucked" è una cantilena distorta e fiammante; i riff di "This Gift" portano la ruvidezza al limite del thrash; "Get Into Yours" è una concitata rincorsa all'ultimo respiro tra i 4 'honey, forse uno dei brani più orecchiabili, sicuramente uno di quelli con più groove; "You Got It" mi rocorda parecchio i primissimi soundgarden (quelli di "screaming life", "fopp" e "ultramega ok"); tutto poi rallenta nella acida "Come to Mind" dove il blues si fa psichedelia e la psichedlia si fa blues, l'acqua si trasforma in vino, i pani si trasformano in pesci e i lebbrosi si alzano, camminano e si fanno di LSD.
La barcollante "Running Loaded" introduce quel minimo sindacale di melodia, "The Farther I Go" ha un incipit quasi motorheadiano.... mentre la canzone in se assomiglia più a qualcosa dei Dead Kennedys.
in realtà il vero capolavoro lo troviamo alla fine del disco, e si intitola "Dead Love"..... stoner ante litteram? una cosa è certa: questo disco è un album seminale, e di certo non lo è solo per la storia del GRUNGE.
image
Every Good Boy Deserves Fudge [1991] è ancora più "quadrato", rifinito, e professionale. il sound della band incomincia a crescere e ad assorbire elementi nuovi come il surf di "Fuzz Gun 91" l'uso dell'organo in "Check Out Time" e di una armonica in "Pokin' Around", per il resto, si tratta di una riproposizione della vecchia roba sotto una nuova pelle. brano notevole è invece "Broken Hands", malinconica ed intensa, dal finale in grande stile.
image
Piece Of Cake [1992] rappresenta l'approdo su major ed il tentativo (questa volta riuscito) di fare qualcosa di nuovo. l'honey-sound resta fedele a se stesso, pur essendo ora molto più arioso e ricco di spunti eterogenei; i toni sono molto più surf/punkeggianti, ma sempre impiantati nel Detroitismo garage nevrotico (questa volta più allegrotto); sul piano tecnico-compositivo io avverto una certa crescita, sopratutto in Steeve e Matt(ora molto più aggressivo).
l'intro è una caricatura alla techno, proprio in un momento storico in cui l'elettronica stava sfondando (allo stesso modo del grunge) nelle vendite.
"Make It Now" superlativa, un brano che spazia lisergicamente in tutto il panorama rock abrasivo immaginabile dall'uomo e va oltre, confezionando un capolavoro,pochi minuti ma è una conquista per l'umanità, o meglio, per quella fetta di umanità a cui piacciono le zozzerie musicali, una fetta di torta... appunto.
ma l'album ci riserva tante sorprese, come per esempio il country-rythm&blues-southern-garage-rock di "When In Rome", un brano limpido e solare, direi quasi che è una potenziale hit estiva, una di quelle per pogare sotto l'ombrellone, magari con l'ombrellone stesso.
In "Suck You Dry", la band fa carne da macello... suona come una marcia funebre hardcore.
Torniamo a fare gli spiaggisti, i bagnanti o i tipi da spiaggia con "Blinding Sun", davvero spiaggiante...ops...spiazzante, sopratutto la parte di batteria. il pezzo suona come quel mix visto prima di rock americanaccio mezzo blueseggiante mezzo sudista e mezzo matto. un altro piccolo capolavoro.
"Youth Body Expression Explosion" introduce psichedelia pesante, quasi space rock per certi versi... ma si tratta solo di un intermezzo (quest'album è pieno di intermezzi simili) di un minuto e quaranta secondi.
le meraviglie del disco sono tante ed è impossibile passarle tutte in rassegna, ma almeno una menzione alla ballatona country-folk "Acetone" (episodio unico nella discografia degli 'honey. che sia l'ennesima presa per culo (dopo lo sfottò alla musica sinfonica nell'album precedente, lo sfottò alla techno e gli intermezzi western....) o un brano serio, non ci è dato saperlo.... però a me piace un sacco, contribuisce ad arricchire la varietà dalla proposta sonora del disco.
la gran puttanata è che questo "Piece Of Cake" non è stato capito da nessuno (o quasi), infatti ha totalizzato scarsissime vendite.
a questo punto la band si prende una pausa di 3 anni fatta di stanchi lavori compilatori, uno sfortunato ep, collaborazioni(tra cui evidenzierei la partecipazione alla soundreack di "judgment night", con un brano crossover composto con il rapper Mix-A-Lot), progetti paralleli (tra cui spiccano i Monkeywrench di Mark e Steve).
image
My Brother And The Cow [1995] puro e semplice garage rock con sfumature rhythm&blues(peraltro abbastanza sbiadite). "Generation Spokesmodel" è una sincera e sentita decica a Kurt Cobain (che in vita citava sempre i mudhoney tra le sue più importanti influenze). un poco sincero ritorno alle origini(anche segnato dal ritorno alla produzione di Jack Endino, allontanato nei 2 album precedenti), che in realtà è un modo per provare a riconquistare i fan che avevano girato le spalle al gruppo dopo "Piece Of Cake". "Into Your Shtick" è una botta terribile, cattivissima invettiva contro la vedova di Cobain, il brano più autoreferenziale del disco, ma forse anche il più bello, nella sua amarezza e ed estrema dinamicità compositiva(e anche nel cantato, questa volta è davvero sputato in faccia a chi ascolta). "Today, Is A Good Day" ha uno di quei ritornelli che ti si fissano in mente e non puoi più cancellare, ma del resto del brano non c'è poi molto da dire, così come non c'è molto da dire per gran parte dei pezzi del disco: si tratta della rifrittura degli stratagemmi dei primi 2 album, solo che questa volta sono appunto degli "stratagemmi", mentre quando i mudhoney suonavano i brani di "SUPERFUZZ BIGMUFF", era tutto spontaneo come un rutto dopo pranzo.
però dobbiamo dare atto di una cosa ai nostri carissimi mudhoney: quest'album è troppo stradaiolo, se lo infilate nello stereo dell'auto, non vorrà più uscire, vi si pianta proprio li, mentre guidate e vi sballa la guida! non vorrei essere nei panni dei passeggeri/pedoni/conducentidimezziadiacenti mentre scorre l'ultimo brano(effettivo), "1995"... questo è ultradistorto, pompatissimo, quasi psych-stoner (e qua i mudhoney preannunciano certe sonorità che ricorreranno negli album successivi) con tanto di finale con sassofono.
image
Tomorrow Hits Today [1998] Jim Dickinson sostituisce Endino, e l'album viene fuori con la stessa solennità con cui dio di rivela all'uomo: un ritorno sperato, atteso, e finalmente arrivato 3 anni dopo una delusione(quasi)totale.
il sound è molto professional(infatti è la prima volta che gli 'honey decidono di utilizzare i soldini messi a loro disposizione dalla casa discografica), moderno, fresco, quasi un debutto!
"A Thousand Forms Of Mind" è un inizio da infarto, con uno space-blues spettacolare, Mark è assolutamente in forma, Jimi...ops..Steve Turner sembra ringiovanito e rincazzutito, e finalmente torna la sezione ritmica varia e multiforme a cui eravamo abituati! ascoltate che piacevole varietà di suoni e soluzioni in un solo brano!
ogni brano è messo perfettamente a fuoco, ed ogni singolo pezzo contiene tante influenze d'ogni tipo (come in "piece of cake", ma qua il tutto sembra più omogeneo); "Try To Be Kind" rasenta zone d'ombra in cui il rhythm&blues spaziale si mischia al boogie e ad alcune ventate jazzy!
in "Poisoned Water" emerge lo spirito psichedelico della band, e nella seguente "Real Low Vibe" c'è tutto un vibrante blues massiccio che si scatena fino a intraprendere strade hendrixiane molto tortuose, che conducono all'intro tribale di "This Is The Life", un altro pezzo taglia-asfalto.
"Move With The Wind" è un pezzo assolutamente atipico per i mudhoney, è quasi soul (ma lo immaginate Mark Arm che fa una cosa del genere?), peraltro interpretato in modo perfetto.... in questo pezzo, la solita furia tipica della band è piuttosto strisciante, quasi compressa, pronta a saltar fuori alla prima occasione....che non rarderà ad arrivare.......infatti "Ghost" si regge su un giro blues che sa quasi si house(se la remixi, viene fuori tranquillamente una megahit da discoteca).....e in questo pezzo, Mark vomita l'anima sul microfono. attenti all'assolo finale.
"I Will Fight No More" è un superbo lento strumentale, un intro massiccio con risvolti psichedelici che serve ad introdurre il pezzo forte dell'album: l'oscura e fumosa "Beneath The Valley Of The Underdog". tutto l'album è uno spettacolo. beh, fate conto che l'ultimo brano è il più bello di tutti; un blues robotizzato, alienato ed alienante, un concentrato di inquietudine pesantissima tradotta in musica. Mark Arm sembra un santone o un prete che dice messa, al pari del miglior Ozzy.
Quest'album contiene le migliori prestazioni di Mark Arm come cantante.
Dopo il 1998, una serie di eventi fa traballare la line up dei mudhoney, Lukin lascia la band, che spesso è anche senza bassista (impegnato in diversi progetti), così Mark e Steve tornano a dedicarsi al loro side project e la band si scioglie, rilasciando anche una doppia antologia ("March Of Fuzz").
image
Since We've Become Translucent [2002]
il 2002 verrà ricordato come l'anno del ritorno alla ribalta di mezza scena grunge (quasi tutta quella vivente): "Songs for the deaf", fenomeno dell'anno ospita ben 2 sangue blu del grunge (nobilitati dal passato Screaming Trees e Nirvana); torna Jerry Cantrell (ex alice in chains); tornano i Pearl Jam con "Riot Act"; torna Chris Cornell , con la superband Audioslave; tornana Mark Lanegan solista................ si assiste ad una nuova ondata di manierismo pseudo-neo-grunge in tutto il mondo.............
............e tornano i MUDHONEY, completamente rinnovati (cambio di etichetta, line up, e stile).
La novità principale è l'ampio uso di fiati nei brani. il substrato è sempre garage, anche se la tendenza allo stoner c'è sempre, sopratutto nel trip iniziale di ben 8 minuti (impensabile un tale minutaggio per i vecchi 'honey) intitolato "Baby Can You Dig The Light": chitarre liquidissime, acide, fiati, effetti su effetti, distorsioni su distorsioni, nulla è più come prima. a questo punto è spontaneo pensare che i mudhoney siano tornati, un'altra volta e anche questa volta, in grande stile................ ma tutto questo è vero solo per metà: l'album, seppur molto compatto e ben sviluppato non sempre regge il confronto con il brano d'apertura, e lascia un certo amaro in bocca.
comunque si tratta di un disco interessantissimo, ed è innegabile che l'evoluzione nel sound dei mudhoney C'è STATA!
ottime canzoni sono "The Straight Life" (il brano più leggerino del disco.... ma cazzo, mozza il fiato!) e "What The Flavor Is"; mentre la conclusiva "Sonic Infusion" è l'unico brano in grado di riprendere il discorso d'apertura e premere l'acceleratore verso il versante psych-stoner, infatti il risultato è sbalorditivo(mi ricorda addirittura i primi Monster Magnet).
image
Under A Billion Suns [2006]
La linea è quella solare e strombazzata del precedente lavoro. ampia presenza della psichedelia e dei fiati, e l'unica sostanziale novità sta nel fatto che ogni singolo brano pare essere stato più curato e perfezionato.
tanto per fare un esempio, "Hard-On For War" è un pezzo stoner pressocchè perfetto.... ci sono tutti i trucchetti del genere: è tutta lava che cola, è un lanciafiamme che sputa fuoco e rock come DIO comanda.
"In Search Of" ricorda i Fu Manchu già dal titolo...(in realtà questo brano è molto più psichedelico del repertorio medio dei Fu Manchu, ma il paragone ci sta per via del simile background delle 2 band) si tratta di uno dei pezzi più sfollagente dei mudhoney, che finalmente tornano per riprendersi quanto a loro spetta, ed appropriarsi di quello stoner che loro avevano anticipato in certi episodi, sin dagli esordi.
"Blindspots" non è altro che la centrifuga finale(tra psichedelia, hard rock, rocknroll, fino al twist), con la quale la band ci lascia, fino al prossimo zozzissimo album.

INCHINO




John

sabato 20 dicembre 2008

Green River

I Green River li ricordiamo perchè:
1. sono stati una delle prime band ad unire punk, garage ed hard rock pre-metal;
2. sono stati la prima band grunge;
3. hanno influenzato direttamente e indirettamente tutta la storia del movimento (direttamente, perchè dallo scioglimento del gruppo sono nati i mudhoney, i mother love bone ed i pearl jam; indirettamente, perchè tutta la neonata scena rock underground seattleiana fu influenzata stilisticamente da loro)
La band prese il suo nome da un serial killer di seattle.
I membri dei GR erano: il cantante Mark McLaughlin, detto "Arm" (poi fondatore dei Mudhoney); il chitarrista Steve Turner (che dopo il primo EP lascerà il gruppo e fonderà con Arm i Mudhoney); il chitarrista Stone Gossard (poi fondatore dei Mother Love Bone e dei Pearl Jam); il bassista Jeff Ament (poi fondatore, con Stonr dei Mother Love Bone e dei Pearl Jam) ed il batterista Alex Vincent.
Nei Green River ci sono sempre state 2 correnti di pensiero, 2 "partiti", quello ARM-TURNER (che avevano un background punk ed erano devoti al rock dei '60s), e quello AMENT-GOSSARD (appassionati di metal, glam ed hard rock, il primo adorava i Venom e per questo era sfottuto da Mark, ed il secondo adorava i Kiss ed aveva una certa attitudine glam che lo spinse ad acquistare degli zatteroni di dubbio gusto).
Lo stile stesso dei GR è un derivato di questa loro natura duplice (da una parte punk dall'altra hard rock), che li portò a forgiare un sound che agli esordi non fu capito da nessuno.
Le contraddizioni della band non tardarono a saltare fuori, e a trasformarsi da propulsore di un sound contaminato a sorgente li incomprensioni e dissidi innanzitutto artistici. per esempio, prima di uno show, Jeff Ament litigò pesantemente con Mark Arm perchè il primo non intendeva suonare una certa cover degli Stooges poichè reputava troppo semplice la parte di basso.
I Contrasti interni alla band erano dovuti anche al diverso background culturale-ideologico (o banalmente alle diverse aspirazioni delle 2 band), infatti il punto di snervamento definitivo dei rapporti all'interno della band si ebbe quando, in occasione di un concerto, si doveva distribuire degli inviti e Mark Arm intendeva far entrare gratis i suoi amici, mentre Stone Gossard preferì invitare alcuni rappresentanti di Major (tra i quali solo 2 accettarono l'invito... ). Questa storiella scandalizzò l'incorruttibile Mark (così incorruttibile, che comunque non tardò a firmare con una Major, nei Mudhoney, nel '92..... proprio quando capì che col """grunge""" ci potevi fare i soldi), lo turbò così tanto, che non appena la nuova band multimilionaria di Stone sfondò con "Ten", Mark tirò fuori quella storia, tanto per sputtanare Stone e Jeff, e descriverli come degli opportunisti cacciatori di affari (ed è da qua che deriva la repulsione di Kurt Cobain verso i Pearl Jam).
Steve Turner, lascerà la band dopo la realizzazione del primo EP, poi la band registrerà senza di lui, 2 altri dischi.
Quando, la sera di Halloween dell'87, Mark raggiunge la band in sala prove, Jeff e Stone gli comunicano che era la fine dei Green River, e così Mark Arm se ne va, sbattendo la porta.
Da tempo, Stone e Jeff erano in contatto con Andy Wood, cantante dei Malfunkshun, con il quale fonderanno i Mother Love Bone, gruppo dalle coordinate musicali più vicine allo street rock e agli Aerosmith che a quanto ascoltato nei Green River. La prematura morte di Andy Wood porterà alla nascita dei Pearl Jam.
Steve e Mark invece fonderanno i Thrown-Ups, coi quali pubblicheranno 3 EP, e in seguito i Mudhoney, dediti ad un grezzissimo garage rock.
Partiti insieme nell' 84, questi ragazzi, dopo 3 anni si separano per sempre, in 2 tronconi, finendo col creare opposte "fazioni" all'interno della stessa scena.
Nel 2005, Eddie Vedder, varie volte nel tour dei Pearl Jam, chiama sul palco Mark Arm e Steve Turner per eseguire, insieme ai vecchi compagni Stone e Jeff "Kick Out The Jams" e "Rocking In A Free World".... emozionante? no, molto di più.


image
Come On Down [1985]
Soli 6 brani, per un ep, che in fin dei conti, sarà ineguagliato in fatto di intensità da parte della band.
"Come On Down" è il battesimo del nuovo corso musicale seattleiano, brano che da titolo al disco e pezzo più bello, grazie ai suoi riffs granitici(quasi sabbathiani),a quel ritmo marziale ed alla ubriaca voce di Mark Arm, istrionico come Iggy Pop, dirompente come Johnny Rotten. "Swallow My Pride" è la vera hit della band (sempre se di hit si può parlare, visto che questo disco ebbe un riscontro di vendite così basso da costare alla band la sfiducia della casa discografica, ed il conseguente cambio di etichetta, dalla Homestead alla neonata SubPop) che fu poi coverizzata in "Fopp" dei Soundgarden e dai Pearl Jam nel singolo natalizio del 1995. "Ride Of Your Life" inizia con una cavalcata hardcore, poi esplode in una tempesta di stop and go, e un memorabile assolo finale che sa di metal primordiale. "Corner Of My Eye" è costituita da una ossessiva ripetizione di riff e ritornello in modo martellante, tant'è che solo sul finire del brano si svelano gli intenti nichilisti, in un assalto sonoro raggelante by Vincent/Ament.
Dopo la pubblicazione dell'ep, Steve Turner lascia la band perchè infastidito dalle pose metallare di Gossard ed Ament.

image
Dry As A Bone [1987]
Un altro EP, 5 bran. La band non cambia sostanzialmente lo stile, ma risulta più dinamica, la struttura dei brani è più ariosa (ed il minutaggio lo dimostra). Jeff Ament è cresciuto molto, ed è già una colonna portante del gruppo, ed anche grazie al suo apporto in fase compositiva, il gruppo, in questo ep, sembra più orientato verso pezzi tirati e velati di metallo. Memorabile "P.C.C." e il piccolo gioiello intitolato "This Town".
è il vero debutto dei Green River, ed è il debutto della SubPop; da questo momento in poi, una cosa tirerà l'altra e nulla sarà più come prima. La storia della nascita, dei successi, e del declino della SubPop è parallela alla storia del grunge, che ha visto in essa un formidabile veicolo.

image
Rehab Doll [1988]
il primo (e unico) LP è in realtà un album postumo, inquanto la band, al momento dell'uscita del disco, era già sciolta.
La qualità è nettamente superiore a quella degli EP precedenti: "Searchin" mostra la vena garage di Stone Gossard, questa volta in una delle sue migliori prestazioni, con una chiarra grezza e minimal, ma affilata e sempre sul punto di esplodere. "Forever Means" è l'epidodio più metallizzato del disco, dove la schizzofrenia ed il tormento espressi nel cantato di Mark, hanno il loro contrappunto nelle rasoiate diaboliche di Stone. la title track è frullato di soni e rumoracci tra l'asprezza garage e la pesantezza del rock più pesante, così come avviene in "Smiling And Dyin", dove Jeff si diverte e ci diverte un po col suo basso, e come avviene nella nuova veste di "Swallow My Pride", nella scazzottata hardcore/pre-metal intitolata "Porkfist", tra i black flag ed i primi motorhead. "One More Stitch" rappresenta il tentativo di apportare delle variazioni al sound della band, attraverso l'alternanza tra acustico/elettrico, che presto sarà un espediente molto ricorrente nel seattle sound (e derivati).


John

giovedì 18 dicembre 2008

Temple of The Dog

I Mother Love Bone ci misero pochissimo a trasformarsi da promessa rock mondiale a fenomeno archiviato e messo da parte, dopo la morte per over dose di Andrew Woods, infatti nessuno dopo se la sentì di portare avanti quel progetto senza il capitano del rock dell'amore e la casa discografica, che su quel gruppo aveva scommesso, non fece nemmeno promozione all'album appena uscito.
Fu un duro colpo per Stone e Jeff, che ancora una volta furono costretti a ripartire da zero; ma fu un duro colpo anche per qualcuno che non militava nei Mother Love Bone, ma che conosceva benissimo Andy, perchè aveva vissuto con lui un po di tempo (e lo aveva aiutato ad affrontare i suoi problemi con la droga), sto parlando di Chris Cornell.
Chris si reca in Europa, per allontanarsi dai posti che gli ricordavano l'amico scopmarso, si immerge nel suo dolore, e soffre perchè non può parlarne con nessuno che avesse conosciuto bene Andy.
Nel suo periodo trascorso in Europa, il cantante dei Soundgarden scrisse di getto "Say Hello To Heaven" e "Reach Down", poi una serie di altri brani, che presto si accorse non essere molto compatibili con lo stile dei Soundgarden, ma molto più vicini al songwriting di Stone & Jeff nei Mother Love Bone.
Contemporaneamente Stone, stava jammando liberamente nello scantinato dei suoi genitori con Stone e un nuovo acquisto: Mike McCready. Fu in quel periodo che tramite i Red Hot, Jeff si mise in contatto con Eddie Vedder. Da quelle Jam nacquero gli "Stone Gossard Demos", una serie di brani tra cui "Pushing Forward Back" e "Times Of Trouble".
Alle jam di Stone stava partecipando anche Matt Cameron, allora batterista dei Soundgarden (la cosa buffa è che Matt stava suonando pezzi come "Alive" e "Black" prima ancora che si chiamassero così e ben 8 anni prima di entrare nei pearl jam).
Chris, Stone e Jeff pensarono di unire le loro forze per realizzare un album-tributo a Andy Woods. in un primo tempo intendevano rimettersi a lavoro su alcuni demo di Andy e materiale inedito dei Mother Love Bone, ma Xana (la ragazza di Andy) era contraria ad una speculazione sul suo ragazzo; così Stone e Chris misero insieme i pezzi scritti separatamente, ne scrissero di nuovi e approntarono una superband: Matt Cameron(batteria) e Chris Cornell (voce e chitarra) dei Soundgarden; Jeff & Stone e Mike McCready(chitarra solista) di quelli che sarebbero poi stati i Pearl Jam.
Il progetto prese il nome da un verso di un brano dei Mother Love Bone, "Man Of The Golden Words": TEMPLE OF THE DOG.
image



all'interno del booklet dell'album c'è un piccola presentazione del progetto scritta a mano da Jeff Ament, come fatto anche nei Mother Love Bone.
image



in "Say hello 2 heaven", Chris canta: "Venne da un isola / e morì in una strada /Si ferì... / ma non mi disse mai niente / Saluta il paradiso / Nuovo come un bambino / perso come una preghiera / il cielo era il tuo luogo di divertimento /ma la terra fredda fu il tuo letto". il brano è una preghiera disperata, infatti inizia proprio con un'invocazione alla "madre misericordiosa". il fatto di "salutare il paradiso" riprende quella tecnica tipica di Andy consistente nell'uso di metafore religiose.
"Reach down" propone un blues teatrale estremamente toccante, in cui viene fuori Mike McCready, in un assolo interminabile. 11 minuti di poesia e passione. "Ho fatto un sogno l’altra notte/ Eri in un bar, eri seduto in un angolo / indossavi una lunga giacca di pelle bianca / e occhiali viola, e avevi la brillantina nei capelli / ti dissi: hey questo è il posto dove starò / e un giorno ti offrirò da bere".
"Hunger strike" è un pezzo morbido, che propone un duetto memorabile Cris Cornell / Eddie Vedder (al suo esordio discografico come cantante).
"Pushin forward back" è il brano più duro dell'album. La ballata zeppeliniana "Call me a dog" ripropone un blues soave guidato dalle impennate di Chris e dal trasoporto metafisico di Mike. "Times of trouble" è tristissima, Cornell suona anche l'armonica, e recita in questo modo: "Quando il cucchiaio è caldo / e l’ago è appuntito / e tu lo spingi / posso sentire ciò che dici / che il mondo nero [...] Non provare a farlo / non provare ad ammazzare il tuo tempo / potresti farlo [...] so che giocavi ma / qualche volta le regole sono dure" e conclude con un imperativo molto chiaro e che non richiede una difficile interpretazione: "devi afferrare il tuo tempo fino a sfinirti / attraversa questi tempi di guai". una delle liriche più intense ed intelligenti mai scritte da Chris. torna la metafora religiosa in "Wodden Jesus", ed una sferzata energica in "Your saviour", dove in basso di Jeff e la batteria di Matt creano un groove oscuro e nevrotico, quasi tremante, ciò che emerge è la sofferenza, la sofferenza che si trasforma in suono. "Four walled world" ha l'epicità tipica del Gossard degli esordi, e risplende grazie ad un cantato in un costante crescendo di pathos e intensità, anche sottolineato dallo straordinario assolo di Mike, molto corale e coerente col brano stesso. "All night thing" è la conclusione del disco, con toni molto più leggeri e pacati, il cantante (si) vuole rassicurare, questo pezzo è la fine della tempesta notturna(di quella notte citata mille volte nei testi).... e l'inizio della quiete, perchè la vita risorgerà sempre.



John

mercoledì 17 dicembre 2008

TAD





Una ragazza tanto bisognosa di affetto alza la cornetta, compone il numero, ed esprime in modo non equivoco la sua voglia... dall'altro capo del telefono risponde un uomo lardoso, barbuto e coi capelli grassi, che apprezza notevolmente l'invito della donna........... che al momento della sua risposta, capisce d'aver sbagliato numero.


Questa scena è tratta dal film "Singles - L'amore è un gioco", e l'uomo lardoso è il mitico Tad Doyle, ex-macellaio(è vero!) e forntman di una delle più """pesanti""" band del panorama grunge: i TAD. è giunto il momento di rendere un po di giustizia a questi ragazzi: non ne parla nessuno e chi lo fa, dice le solite storie su come fossero zozzoni e grezzi, dimenticando di dire che sono stati uno dei fenomeni più interessanti di tutta la scena, capaci di elaborare uno stile personale e ricercato. I TAD sono stati l'altra faccia di Seattle, quella nata e morta underground, quella che non è mai stata sotto i riflettori, e che non è mai stata cagata dalle grandi masse.... e ne era fiera. Lo stile dei Tad era a metà tra il metal (tra il premetal anni 70 e il thrash) e hardcore albinianamente inteso (Steve Albini fu anche loro produttore). Facile paragonarli ai Mudhoney, per via della loro comune passione verso gli Stooges, ma non possiamo identificarli, poichè si tratta di esperienze musicali per certi versi opposte. I Mudhoney erano tradizionalisti, invece i Tad erano in un certo senso modernisti (basti pensare alla loro tendenza allo sfumare verso l'industrial o ai loro ritmi quasi techno); entrambe le band propongono grezzume a valanga, ma i Tad hanno una pesante componente metallica che ai Mudhoney manca. La band si costituisce nell'88 e un anno dopo rilascia per la SubPop un debutto blasfemo e truce: God's Balls, prodotto da Jack Endino (degli Skin Yard, band di provenienza del batterista dei Tad, Steve Wied), diviso in 2 facciate, la prima intitolata "Jesus" e la seconda intitolata "Judas". Tutto l'album è una sfilata di suoni e immagini orribilanti, una fusione acida e sincopata tra hard rock ed hardcore. brani imperdibili: "Satan's Chainsaw" e "Behemoth". I Tad seguono i Nirvana nel tour di Bleach. Salt Lick [1990] fu prodotto da Steve Albini (ideatore dei progetti Big Black e Rapeman negli 80), e infatti ne assorbe le coordinate stilistiche e compositive. il risultato è un album più maturo del precedente, che non risparmia alcune piacevoli sorprese, come l'apertura melodica di "Glue Machine". "Potlatch" ricorda i Big Black ed i Ministry, mentre "Hibernation" preannuncia qualcosa che succederà negli Helmet.
image
8-Way Santa [1991] chiude la parentesi SubPop dei Tad, e lo fa per certi versi nel migliore dei modi (con un'altra crescita compositiva), per altri nel peggiore (perchè il disco ebbe parecchi problemi giudiziari e pochissimi riscontri nelle vendite). il sound è più preciso e professionale(ottima la produzione di Butch Vig), e la melodia comincia a prendere il sopravvento,anche con certe ventate powerpop che tenderanno ad arrotondare gli spigoli della proposta sonora dei Tad.
image
Inhaler [1993] rappresenta il passaggio a major ed è, a mio avviso, l'album più accessibile e meglio strutturato tra quelli dei Tad (anche perchè Tad Doyle ora ha imparato..........a cantare).
Josh Sinder passa alla batteria e alla produzione c'è J. Mascis.
"Grease Box" è un inizio tritatutto, con una buona dose di hardcore su un sostrato metal e powerpop; "Throat Locust" è un frullato di Big Black e Black Flag; "Leafy Incline" è tutta da canticchiare o urlare a squarciagola in auto, perchè difficilmente vi toglierete dalla testa quel ritornello; "Luminol" si apre con un riff marcatamente metal, poi segue un grugnito stile Rapeman e una serie di colpi sincopati e martellanti basso-batteria che assomigliano a mitragliate, tanto che sembrano provenire da "the land of rape and honey", poi segue un'inaspettata (e bellissima) apertura acustica che spezza l'atmosfera truce di prima, ma solo per poco, e dopo un'altra ancora, ancora più lunga e questa volta accompagnata anche dal pianoforte, prima del cazziatone finale.
"Ulcer" e "Lycanthrope" portano un'altra pioggia di grezzume una pioggia bollente ed abrasiva; notevoli sopratutto nel secondo brano gli assoli di chitarra (su quest'album sono lussureggianti ed onnipresenti). "Just Bought the Farm" è la convergenza tra punk, noise e in un certo senso new wave(!?!?), questo tanto per dirvi quanto sia vario lo spettro stilistico dei Tad e quanto di sbaglino quelli che li definiscono come dei grezzi rockettari di vecchio stampo. questo brano ne è la dimostrazione, perchè sembra la sintesi di quello che è successo dal 77 al 93, infatti sembra di passare dal punk a tutte le sue incarnazioni ottantiane (hc, new vave e noise) in ogni singolo istante, in un brano tormentato e palpitante, portatore delle inquietudini di diverse generazioni.
in "Rotor", "Paregoric"(come fare l'elettroencefalogramma ad un martello pneomatico) e "Pansy" si ribadiscono i concetti visti fin ora e si consolida la formula di INHALER, grandissima prova discografica che si conclude con un brano atipico, l'acustica powerballad intitolata "Gouge".
La band va in tour con i Soundgarden, poi viene scaricata dalla casa discografica a causa di una locandina raffigurante Clinton che fuma uno spinello con sotto la scritta "This Is Heavy Shit".
image
Infrared Ridinghood [1995] è un'ulteriore concessione alla melodia ed all'ascoltabilità, dopo il quale la band cadrà nell'oblio.


John


martedì 21 ottobre 2008

Eyehategod



C'era una volta il blues ed il southern, musica tipicamente americana per americani puri e duri: di quelli che hanno la bandiera a stelle e strinsce in giardino, che il sabato per pranzo fanno un barbecue indossando un grembiule con su scritto "kiss the cook", di quelli che sono tutti birra, football e che credono a tutto quello che dice Washington, piangendo quando vedono lo sbarco sulla Luna. Siamo negli Stati Uniti e gente come Young, Petty, Lynyrd Skynyrd e Willie Nelson erano idoli incontrastati per le folle, ma col passare dle tempo una parte della popolazione inizia ad innervosirsi, rifiutando logiche borghesi, puntando il dito contro la società stessa di cui fa parte, ripudiando quegli ideali commercializzati e appiccicosi come lo sciroppo d'acero sulle pancake. E' il punk hardcore dei Black Flag, Discharge ed Unsane, sono le dosi massicce di musica malata e tubercolotica dei Melvins, sono le bordate sonore caustiche e venefiche sotto forma dei Riff di Iommi e della batteria di Ward nei Sabbath. E' il marciume che prende vita e si compatta, scegliendo la palude della Lousiana al posto del prato all'inglese. New Orleans, delta del Missisipi. La sorgente del blues e del voodoo.

image


Eyehategod: già dal nome capisci che non si tratta di cinque ragazzi di cielle. I-Hate-God: neanche Milton era stato così diretto, ma lui preferiva essere più sottile. Mike Williams - Voice Jimmy Bower - Guitar Brian Patton - Guitar Joey LaCaze - Drums Gary Mader - Bass Mike, Jimmy, Brian, Joey, Gary. Nel 1988 Jimmy e Joey vogliono partire da una base di hardcore punk molto violento e serrato, inserirci bordate alla melvins, creare una base blues malata e viziata e avvicinarsi, come coordinate, a quello che sarà lo sludge. O meglio, senza gli Eyehategod non ci sarebbe lo sludge.


Nel 1992 viene pubblicato uno degli album più claustrofobici, nichilisti, pessimisti e misantropi della storia: In the name of suffering. Il clima è insalubre e carico di tossine, con feedback e suoni volutamente distorti e cacofonici, in cui si incastonano le liriche di Williams, il nuovo profeta della desolazione e del'autodistruzione. Cinici, bastardi, affilati e violenti, pubblicano un disco in cui i riff sono compatti e le ritmiche sono serratissime, violente e strabordanti. Da avere senza dubbio.


Nel 1993 iniziano ad assaporare un pò di successo, con il secondo lavoro: Take as needed for pain, e vanno in tour con Corrosion of Conformity, Napalm Death e Godflesh. TANFP: c'è un lieve miglioramento nella produzione, ma l'incedere persiste sulla lentezza acida, sulla pesantezza al posto della velocità hardcore, sulla ripetetività massiccia di riff che azzannano alla gola, mentre la voce di Williams si fa sempre più devastata e trascinata, veicolando odio e vaticinando la prossima distruzione del pianeta. Attenzione, rispetto a ITOS si avvere un certo cambiamento, nella struttura dei pezzi e nella loro composizione, che appare più serrata e diretta come un calcio in faccia. Ma non è un augurio negativo, come se sperasse nella morte, piuttosto si tratta di un urlo rabbioso che proviene dal cuore pulsante della terra, un grido disperato che vuole soltanto comunicare il suo totale disprezzo per il menefreghismo e per il qualunquismo, la logica del profitto che schiaccia come un cingolato il benessere sociale. E' un nuovo modo di fare lotta sociale, stando lontani dalla city e spalando letame, per poi lanciarlo in faccia ai benpensanti, inzozzando i loro colletti bianchi. Nel 1994 Jimmy Bower, insieme a Phil Anselmo (Pantera), Kirk Windstein e Todd Strange(entrambi nei Crowbar) e Pepper Keenan (Corrosion of Conformity), da vita al progetto Down.
image
Nel 1996, è la volta di Dopesick, ennesimo grande lavoro sludge, probabilmente il loro capolavoro. Probabilmente no, ma alla fine è tutto soggettivo negli EyehateGod. cambi di rotta oligofrenici, una soffocante e depecrabile aria satura di cattiveria e malignità, urla che si alternano a brani suonati molto bassi, sotto terra direttamente. Anche questo da avere, soprattutto per il fatto che nel 2006 sono uscite tutte le ristampe, contenenenti brani bonus. Peace thru war è un inno ed uno dei brani più belli della band; il titolo deriva dal fatto che i musicisti fossero tutti in condizioni pessime (sia mentali, che fisiche), con relative fughi in day hospital per incidenti durante le rec-sessions. Iniziano ad ottenere celebrità, grazie al tour con White Zombie e Pantera.
Fondamentali per chi volesse conoscere lo sludge.

Discografia:
* In the Name of Suffering (1992)
* Take as Needed for Pain (1993)
* Dopesick (1996)
* In These Black Days: Vol.1 (Split with Anal Cunt*) (1997)
* Southern Discomfort (Raccolta) (2000)
* Confederacy of Ruined Lives [quarto disco in studio](2000)
* 10 Years of Abuse (and Still Broke) (EP) (2001)
* Preaching the "End-Time" Message (Raccolta) (2005)

* Lo split con gli Anal Cunt (altro gruppo di pazzi schizzati) è un ep nel quale entrambe le bands tributano i Black sabbath, suonando diverse cover ma in tre soli brani (killing yourself to live, It's allright, sabbra cadabra, blow on a Jug per gli AC; Sabbath jam per gli EHG) a metà tra il grindcore e lo sludge.












Inoltre, per chi ama le cover segnalo un tribute agli (anti)eroi del marcio paludoso:

For the sick - a tribute to Eyehategod

Pubblicato l'anno scorso per la Emetica Records, tutta la devozione di altri old dirty bastards della scena sludge e non, che riversano il loro morboso amore per gli EHG in un doppio cd.

Questa la tracklist:

01. Dot - Man Is Too Ignorant To Exist
02. Unearthly Trance - Shinobi
03. Cable - Pigs
04. Bowel - Run It Into The Ground
05. Alabama Thunderpussy - Godsong
06. Deadbird - Children Of God
07. Kylesa - Left To Starve
08. Rue - Blank
09. Brutal Truth - Sister Fucker
10. Byzantine - Shop Lift
11. Buried At Sea - White Nigger
12. Raging Speedhorn - 30$ Bag
13. The Unholy 3 - Take As Needed For Pain
14. The Esoteric - Crimes Against Skin
15. Total Fucking Destruction - Kill Your Boss
16. Triac - My Name Is God (I Hate You)
17. One Dead Three Wounded - Dog'S Holy Life
18. Halo Of Locusts - Dixie Whisky

Sgabrioz

domenica 19 ottobre 2008

Acid Bath



Ci sono gruppi che sembrano nati per fare male. Altri, per portare freschezza, innovazione, e per superare i confini, netti o più labili, che separano un genere da un altro. Direi che gli Acid Bath possano tranquillamente rientrare in entrambe la categorie.

Iniziano come molte altre band, invischiati tra il Grindcore ed il Death Metal, per poi dare una prima sterzata alla loro carriera con il terzo demo, il già maturo Hymns of the Needle Freaks.


Trattasi di una vera chicca che consiglio a tutti gli appassionati della band in questione, perchè contiene le prime versioni di molti brani che diverranno poi celebri nelle incarnazioni dei dischi successivi (Scream of the Butterfly, Jezebel).
Già l'apertura, affidata all'orrorifica Dr. Seuss Is Dead, fa gelare il sangue nelle vene. Quell riff cadenzato, quella voce inizialmente in puro growl in stile Death, l'accelerazione centrale tipicamente di stampo Punk/Grind, costituiranno poi l'ossatura della proposta musicale degli Acid Bath nei dischi a venire. Una gemma che va assolutamente riscoperta, sia per l'importanza che ha rivestito nella loro evoluzione, sia per l'effettiva bontà delle canzoni proposte.

Dopo una lunga gavetta, i nostri danno alle stampe nel 1994 il loro primo full-lenght, When the Kyte String Pops.


Recensione di Neuros


Distorsione rumorosa e bizzarra, ecco che parte The Blue, sostenuta da un basso che richiama i gironi infernali pù depravati, mentre Riggs sbraita sopra le chitarre che entrano prima lente e poi alzano il tiro, su, verso il muso dell’ascoltatore, guardandolo negli occhi, e mostrando il proprio carattere strafottente, nel refrain stoppato più volte, dove Dax inizia a mostrare tutto il suo range vocale, quasi a volere incarnare l’immagine del bello e dannato, con un timbro caldo e ipnotico, che proprio quando pare conciliare, morde alla gola, tramutando la soave voce in uno scream acidissimo, che ben si amalgama alle tentazioni doom che portano alla fine della song, ma la melodia è presente, costante, stemperando la pesantezza di sei minuti di martirio sonoro.
Tranquillized parte veloce, con la voce pulita di Riggs a giostrare le chitarre taglienti di Sanchez e Duet, che incuranti dell’accostamento importante al sound dei Down, mordono alla gola, mentre la sezione ritmica disegna percorsi sublimi per uno scenario che si colloca tra lo stoner e lo sludge. Rallentamenti sabbathiani da brividi e introspezioni vorticose degne degli Electric Wizard, ecco le discese degli Acid Bath. L’inferno in terra, ma attira i nostri sensi. Ecco Cheap Vodka, una song punk travestita dalla melma degli acquitrini del sud degli States, sorretta di riff spessi, corposi e viscidi, che infettano ogni cosa entri in loro contatto.
L’influenza del Metal è fondamentale, in primis per la tecnica, davvero di livello altissimo, fatto che salta subito alle orecchie in sound così becero come lo sludge, e poi dicevamo nelle melodie. E naturalmente musicalmente parlando, alcune parti rasentano da vicino il death americano, soprattutto quello degli Obituary, come accade nella dannatissima Jezebel, aperta da un blast-beat e in Fingerpaintings of the Insane, dove stranianti keys di sottofondo rendono l’atmosfera agghiacciante, soprattutto nei momenti dove Riggs si lancia nel pulito, ed è questo il punto di forza : risultare abominevoli nelle parti meno tirate.
Da questa precisazione arriva la sublime e maestosa Scream Of The Butterfly.
Arpeggi caldi e inquietanti, sopra i quali si erige dannata la frustrazione di Dax, che colora quadri tristi e lontani, mentre le chitarre acustiche, ora pizzicate, fanno echo addirittura al folk e al southern rock, mentre il basso di Pitre regna onnipresente e il drumming di Kyle risulta vario e sopra le righe anche in una song acustica, il tutto mentre Riggs, strazia il cuore, rivolgendosi a una lei, che soffre, e non c’è più:

"She smiles like a child with flowers in her hair
with blood on her hands
into the sun she stares
She feels it die
I heard her cry...
like the scream of the butterfly"

Ed ecco che Dr.Suess Is Dead arriva a devastare i timpani, sorretta da vocalizzi infernali, questa volta sostenuti da Duet e Pitre, che oltre a cantare, stuprano la chitarra con riff che farebbero perdere i capelli a Buzz e Melvins al completo, così come ai Cathedral di oggi, davvero un muro di suono mastodontico e impenetrabile, che ci porta la terra direttamente alla bocca.
Dope Fiend pare essere una jam tra dei Kyuss indemoniati e una qualsivoglia formazione death in vena di scampagnate sludge, risutlando più ferali e violenti di entrambi gli esempi. Toubabo Koomi è un esperimento allucinato : una base punk\hc, dove i Melvins si divertono a suonare veloci e sguaiati, mentre nei refrain le chitarre assumono un carattere zanzaroso addirittura mutuato dal black, e quando questi finiscono lasciano lo spazio ad andamenti doom psichedelici da viaggio astrale. God Machine è un pugno sulle gengive costruito nuovamente su ritmiche death, sopra le quali si erigono chitarre che i Crowbar hanno sfoderato in una sola prestazione. Dannazione e disperazione, Mortician’s Flame, tutta sorretta dal basso abissale di Pitre, superbo nella sua prestazione, mentre Dax, con il suo eccletismo dona vita a un muro scarno e minimale, ma dall’impatto acidissimo. In What Color Is Death si può sentire come avrebbero suonato i Sepultura con Pepper Keenan ad affiancare Kisser, mentre The Bones Of Baby Dolls riprende la malinconia acustica di Scream of The Buttefly, che porta al finale delirio di Cassie Eats Cockroaches :
sludge in tutto e per tutto, schizofrenico e irrefrenabile sopra il quale si innalzano campionamenti presi da Arancia Meccanica di Kubrick.
Del resto cosa si può aspettare da una band che fa disegnare il proprio artwork dal serial-killer John Wayne Gacy, un giovinotto che ha stuprato e massacrato 33 uomini?
Un lavoro spesso dimenticato, ma forse la summa di quello che è lo sludge, in tutta la sua evoluzione, pur mantenendo i propri confini.

La risposta del pubblico, anche a causa della difficoltà del genere proposto, è molto tiepida. I nostri non si perdono d'animo e pubblicano, due anni più tardi, il loro secondo ed ultimo disco, Paegan Terrorism Tactics.


Con questo disco, gli Acid Bath si rinnovano ulteriormente, lasciando da parte spesso le influenze Grind per dedicarsi ad uno Sludge a tinte Doom, di sicuro molto più metallico di quello del lavoro precedente, senza disdegnare come al solito la melodia, che è presente anche in maggior quantità. Già nel primo pezzo, Paegan Love Song, possiamo avvertire questo cambiamento: riff cadenzato tipicamente sabbathiano, mentre anche il cantato nelle parti in pulito ricorda la tradizione Hard Rock. Pur essendo questo il brano più vecchio stile del disco, troviamo la spia di quello che sarà il resto dell'album: Bleed Me An Ocean riprende la tradizione Doom Metal, così come molti altri pezzi che seguono. Ovviamente ci sono anche diversi elementi di novità, immancabili nella musica dei nostri: Graveflower ci sorprende con un cantato che ricorda addirittura il Grunge ed in particolare Layne Staley, immerso in atmosfere quasi Dark. Atmosfere che vengono riprese anche nella lunga, splendida ballata New Death Sensation, gotica e decadente. Ovviamente gli Acid Bath non sono dimentichi del loro passato, e ci deliziano con stangate a metà tra il Death Metal ed il Grindcore (13 Fingers) da far tremare i muri.
Un disco eterogeneo, meno marcio e del precedente e forse per questo meno rappresentativo del genere: le tinte Dark vanno per la maggiore, in contrasto con l'attitudine Punk che invece aveva caratterizzato When The Kite String Pops. Troppo spesso sottovalutato, considerato il "fratello minore", in realtà non ha molto da invidiare all'esordio, anzi alcune soluzioni meno grezze e più melodiche sono veramente notevoli.

Un gruppo che aveva veramente molto da dire, e ci è riuscito in soli due album. Musica grezza e marcia non adatta a tutte le orecchie, tematiche "forti" e di difficile assimilazione. Gruppo troppo spesso dimenticato, costituisce in realtà una delle massime espressioni dello Sludge; senza dubbio va riconosciuta la loro importanza storica e la ventata di aria fresca che han portato in un genere per natura poco incline a contaminazioni.

Discografia:
Hymns Of The Needle Freaks (Demo) - 1993
When The Kite String Pops - 1994
Paegan Terrorism Tactics - 1996



Monografia: Alphadj
Recensione "When The Kite...": Neuros