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sabato 10 gennaio 2009

Green Carnation - Journey to the End of the Night (1999)


Anno: 1999
Etichetta: Prophecy Productions

Tracklist:
1. Falling Into Darkness
2. In The Realm Of The Midnight Sun
3. My Dark Reflections Of Life And Death
4. Under Eternal Stars
5. Journy To The End Of The Night Pt. 1
6. Echoes Of Despair Pt. 2
7. End Of Journey? Pt.3
8. Shattered Pt. 4

Journey To The End Of The Night è il disco d'escordio dei Green Carnation, ma è anche l'album del loro come back, perchè la band si forma la prima volta dieci anni prima, nel 1990, ma dopo un demo si scioglie e resta appesa per 10 anni, durante i quali il cantante, Tchort diventa un eroe del metal scandinavo, passando dall'esperienza con gli Emperor ai Carpathian Forest e Blood Red Throne; mentre Christian "X" Botteri (chitarra) e Christofer "CM" Botteri (basso) diventano il nucleo degli In The Woods..., nei quali potranno sperimentare suoni che andranno ben oltre il background black metal originario, e che saranno la base per la nuova esperienza Green Carnation, che infatti nel 1999 si rifondano nel segno della sperimentazione, lontani anni luce dal black metal del demo d'esordio.
A livello strumentale e compositivo siamo vicini ai territori My Dying Bride, mentre Rx Draumtanzer, la voce principale, ricorda sfacciatamente Warrel Dane dei Nevermore. La band si avvale della partecipazione di ben 5 vocalist a rotazione, Linn Solaas, Synne Soprana, Vibeke Stene, Atle Dørum tra cui ben in rilievo Melena dei Trail of Tears, che nell'album fa molto, con quel suo importante contributo quasi operistico/melodrammatico nel cantare e recitare il dolore. C'è un grosso lavoro alle tastiere, nell'intento di riprodurre atmosfere di derivazione Pink Floyd, prese e pompate di metal, suggestive e fredde, perchè è la freddezza un elemento costante anche dei testim cupi e depressivi, in un concept che è caratterizzato dal tema dell' inabissamento.
L'album è composto principalmente da 4 suite(se escludiamo intro e la tripla coda dell'album), per un totale di 70 minuti di poesia, intensità emotiva, densità musicale e variazioni stilistiche così ben amalgamate da sembrare omogenee e permeate l'una dell'altra, come parti di un unico discorso fatto di momenti legati ad atmosfere rarefatte, passaggi sperimentali o intermezzi strumentali psichedelici; e atmosfere pesanti vicine al doom più epico e classicheggiante, depressivo, progressivo, ma anche vicine al doom più nero e, sotto certi aspetti, d'avanguardia. 4 suite che si apprezzano se ascoltate tutte d'un fiato, senza soste ne tentativi di isolare in qualche modo i singoli pezzi, anche perchè sembrano più rilevanti le graduali e sfumate progressioni che si avvertono in una singola suite, che le differenze rilevabili globlamente tra una e l'altra. In The Realm Of The Midnight Sun inizia già con tre immagini di "perdita", "Black lights, shattered dreams, broken hope", ed è l'inizio del viaggio negli abissi, un calarsi introspettivo e solitario nei propri dolori e nelle proprie paure; nella narrazione l'elemento della luce è fondamentale, inquanto simbolico di uno status esistenziale spesso rappresentato col riferimento ad elementi naturali(the wind nel secondo verso... the storm nel terzo verso... the moon nel quarto verso... e via dicendo), tutte metafore chGiustificae in realtà sono indice di una concezione panteistica della natura, una natura ostile e crudele, una specie di dio cattivo:
world have casted me and pushed me down into a darkness
where only cold and fear can reach me
i am alone, even my tears leave me and dissapear
poi l'immagine del labirinto, e del tracciato, che porta ad un oceano maligno (ed ecco un altro elemento naturale, anche esso preso e distorto in una accezione negativa, nella fattispecie, simbolo di una condizione di sofferenza che avvolge e annega l' io narrante):
stumbling through the vast labyrinth of sadness
the track i follow, lead me down to an ocean of sorrow and pain
the way back to the light is too long and i dont have
the strength enough....
come vedete è ripresa anche la figura della luce, dopo che anche il titolo stesso del brano contiene la parola sun, la luce per eccellenza, poi declinata in contesti e sfondi diversi: froozen light... northern light....
Il brano per i primi 8 minuti trascina una atmosfera livida e desolata, ben rappresentata dalla melodia ripetitiva e dall'impressionistico uso del cambio di tempo da parte del batterista; alla voce c'è Malena nella maggior parte del pezz, in una prestazione siderale, in tutti i sensi; tutto fluisce lento ma inesorabile, la musica si trascina e trascina, avviluppa e risucchia, fino all'ottavo minuto, poi tutto si fa gradatamente più violento ed aspro, con richiami all'epicità black in certi passaggi, mentre Malena raggiunge i suoi picchi più alti, sottolineata dalla chitarra solista e dall'infittirsi e appesantirsi del drumming, fino al duetto con Rx, negli ultimi intensissimi 4 minuti, con una straordinaria coda percussiva basso-batteria di 2 minuti, che è uno dei momenti strumentali più ricercati dell'album, posto nel finale del brano, come firma o come epitaffio, o meglio ancora, come prefigurazione di quello che sentiremo nella seconda suite, My Dark Reflections Of Life And Death, più lunga e ancora più varia e ricercata della prima, ed ancora più carica di suggestioni, come nella lunga intro acidissima di effetti e tinteggiata di synth, per tre profondissimi minuti sul finire dei quali si inserisce gradualmente la batteria, in uno splendido lavoro solistico, che prelude ai tanti intermezzi dal gusto vagamente jazz che seguiranno all'interno della magnifica suite. Il riff di Tchort fa esplodere il pezzo, al quarto minuto, poi dopo una serie di contorsioni ipertecniche che fanno dialogare e alternare carezze di tutti gli strumenti, come in una danza tribale, si sviluppa il cantato possente caldo, in opposizione ad una musica freddamente tecnicistica che sottende un'emotività sotterranea quanto profonda e penetrante. I 17 minuti alternano,in andamento sinusoidale un susseguirsi di idee, trovate, salite e discese, esplosioni elettriche e inabissamenti strimentali lisergici, passaggi atmosferici delicatissimi e fragili, tutto ingegnosamente studiato in una intelaiatura paurosamente progressive, quel progressive fatto bene, che ingloba la tradizione e il senso del classico, pur permeando la modernità tra le sue fitte ed intricate spire. A livello contenutistico c'è sempre il tema della sofferenza, pain è proprio la parola che apre il primo verso; poi c'è il tema della colpa, in relazione all'identità dell' io narrante ed ai fatti che lo riguardano, e in relazione alla sofferenza stessa, colpa--->sofferenza per espiare la colpa:
Judge me for who I am
relieve me for what I am
Remember me for what I was
Forgive me for what I became
Where shadows speak of memories
Poi, sempre alla relazione colpa--->sofferenza si aggiunge un altro elemento: la pena. Lo stare al mondo, per l' io parlante è una specie di continua e infinita carcerazione "I stand alone in my dark and lonely world". Ma l'uscita c'è, la luce c'è, solo che in questa confusione e in questa pesante oscurità, tutto appare angusto e opaco:
Shserpent of lust and lie, where will my path go?
Sould I be tempted by the light or should I remain in darkness
Why all this sorrow, why all this confusion?
I was one of thee, why am I left behind?
Under Eternal Stars è un pesantissimo quarto d'ora di doom metal puntellato di ampi passaggi violinistici di Leif Christian Wiese, e sostenuto da un tappeto percussionistico pieno di barocchismi, sul quale si muovono chitarre devastanti, questa volta vicine alla tradizione black norvegese, sembrano quasi un lamento, o il vibrare del vento e della pioggia, sugli alberi e tra le piante, come è anche sugerito dal testo "Soft rain falls silent down from a black nightsky / darkness which I have given my lonely life to / lay around me like a heavy cloud..." e, più avanti "Cold winds of the fall blow from east". I cori e gli acuti di Malena sono taglienti, e colpisono alle spalle, quando meno te lo aspetti, e conferiscono grande fascino ad un pezzo solo apparentemente plumbeo e tetro, visto che non è raro intravedere spiragli di luce e di serenità all'orizzonte, in quei tanti intermezzi, che sono propedeutici a nuove e sempre più aspre cavalcate metalliche.
L'immagine-tema dell' oscurità/notte in parallelo con l'idea della morte viene spesso ripresa:
Everything is beautiful, like death is beautiful
sometime I shall wander here in the realm of darkness
with my princess by my side
dressed in the colours of the night
like I am dressed in the colours of the night...
Da notare inoltre, come vedete nel verso di sopra, la personificazione della notte, sempre per quell'atteggiamento panteistico-panico presente un po ovunque. Poi, verso la fine, sembra quasi esserci un rapporto erotico con l'oscurità: "I enter the embrace of the fogwoods / Passionated by darkness".
Journey To The End Of Night si apre parlando ancora di vento che soffia, stelle che brillano di notte, e immagini di morte e desolazione e, giunti alla fine del concept, capiamo che non c'è un solo personaggio da ricordare, non ci sono relazioni, storie, evoluzioni, non c'è tempo e non c'è uno spazio ben definito, c'è solo un volto abbozzato e una natura molto generica e indefinita, quasi fiabesca. Tutto questo pone l'opera dei GC, fuori dalla storia, esente da qualsiasi critica che intenda riporla in un preciso contesto, perchè non c'è contesto: c'è solo una serie di immagini oscure e lugubri, ridondanti, quasi a ribadire verso dopo verso e brano dopo brano il solito quadretto romantico palpitante di emozioni che scottano sotto il ghiaccio. Immagini di sepoltura, tombe, distruzione, senso di strangolamento, e ritorna il tema della colpa, insieme a messaggi lugubri "may the children of the night take your soul / I wish you luck on your long travel, to the end of the night... / Your loss will be remembered / Your fall will be revenged".
L'arpeggio introduttivo e i rari intermezzi di basso (spesso in primo piano e protagonista nel brano) sono gli unici squarci nel terribile wall of sound eretto in questo funereo brano, dove merletti e diversivi sono ridotti all'osso, per lasciar spazio alla pura cattiveria, tra passaggi thrashosi e lunghi momenti depressivi, tutto all'insegna del nero che più nero non si può. Seguono altri 3 brani, che sono la seconda, terza e quarta parte della suite, che se considerata interamente arriva ad un minutaggio di 20 minuti, e che si è voluto inspiegabilmente frammentare (compiendo una scelta dalla dubbia coerenza, visto l'album successivo, dove ci sarà un solo brano da 60 minuti...) in 4 pezzi di cui uno principale, ed altri 3 di cui solo Echoes Of Despair ha senso, inquanto coda strumentale del brano principale, fatta da echi e risvolti acidi floydiani sin dal titolo del pezzo, fino al finale quasi space, tutto in 2 minuti e mezzo molto ben studiati... diversamente dai 2 pezzi successivi (il gran finale...e il finale del finale) in cui c'è un caos che non ha nessun senso ai fini dello sviluppo di un brano già perfetto e completo alla fine della prima coda strumentale. Non c'è il minimo senso della misura, e non mancano i pasticci nel finale, ma al dilà di questo si tratta sempre di un ottimo album, non di certo di facile assimilazione ne di facile ascolto, ma sicuramente un perfetto punto di inizio, a detta dello stesso Tchort, per addentrarsi nel fantastico mondo dei GC.

John

martedì 6 gennaio 2009

In The Woods... - Omnio (1997)



Anno: 1997
Etichetta: Misanthropy Records

Line-up:
Jan Kennet Transeth - Voce
Synne Larsen - Voce
Christian Botteri - Basso
Christopher Botteri - Chitarra
Christer Andre Cederberg - Chitarra
Anders Kobro - Batteria

Guest: The Dust Quartet : violini, viole, violoncelli/ Arve Lømsland : keys

Tracklist:
1. 299 796 km/s
2. I am you flesh
3. Kairos!
4. Weeping willow
5. Omnio? - Pre
6. Omnio? - Bardo
7. Omnio? - Post

Non giriamoci attorno, un album è e diviene grande quando è capace di trasmettere emozioni.
Sembra semplice, ma sfido a comporre musica che arrivi al cuore, dando il via a un irrefrenabile valzer di sentimenti. Questi gruppo di giovani norvegesi, nel 1997, dal bizzarro nome di In The Woods... riuscì nell’intento, indicando una nuova via per il giovane movimento avantgarde, capace di recidere il cordone con il black metal, a favore di una visoni musicale più ampia e di respiro.
In primis, musica che fa viaggiare e porta indietro nel tempo, è questa la prima qualità di questo album straordinario, uno dei grandi capolavori del metal (e oltre mi azzardo ad affermare). Composizioni magnifiche suonate da musicisti straordinari che partiti suonando un black metal influenzato dal folk e dal prog, sono riusciti ad amalgamare in maniera sublime le influenze più disparate. E terzo, ma non in ordine di importanza la coppia Jan Kenneth Transeth-Synne Larsen, capaci con le loro voci magnifiche di aprire il cuore di chi li ascolta, la teatralità del primo (che abbandona del tutto lo scream se non per pochi secondo nel mezzo della seconda traccia) e gli acuti della seconda.
Parte 299 796 km/s e si capisce già che questo è un album speciale.
Un violoncello disegna arabeschi lontani e solitari, crescendo inesorabilmente verso un riff massiccio sopra il quale si innalza un breve ma intenso solo, lì, ad inizio song, a testimonianza dell’eclettismo della band. Riff distorti danno il la alla prestazione combinata di Jan e Synne, evocativi come pochi altri, si rincorrono e scavalcano, cantando in una sincronia perfetta, narrando di infinito e tempo, della vita sulla terra e della nostra dipartita, tutto scandito dalla velocità della luce. I ritimi salgono e la song si fa rocciosa, veloce, riff pieni e grezzi, macinati dalla coppia Botteri-Cederberg, chiusi da un acuto della bionda singer. Ed ecco che si apre un sipario sognante nuovamente costruito con violini magnifici, due minuti dove è lecito perdersi tra le note, e se non bastasse entrano delicati arpeggi di chitarra acustica leggermente flangerata, che si fondono e corrono via, quando rientra la coppia vocale, che pare parlare, l’uno con l’altra in una danza intima ed evocativa, che viene interrota solamente dal riff massiccio che spazza via dubbi e malinconia, effettato, tagliente, mentre Andrei alla batteria scandisce lentamente il tempo. Il duo di chitarristi disegnano architetture gemelle di chitarra che si intrecciano donando eticità al pezzo, come se le doti dei due singer non bastassero, cinque minuti di dolce sofferenza, prima che si apra una sfuriata al limite del black melodico, con la doppia cassa di Kobro che veloce si disimpegna tra i ricami della canzone, mentre Synne alza il suo tono vocale, contrapponendosi alle tonalità basse e cupe di Jan. E un preziosismo solo finale chiude un quarto d’ora di canzone bella come poche altre.
E d’impatto si apre I Am Your Flesh, un mid-tempo leggeremente uppato, dove a far da padrone sono la prestazione vocale immane di Jan e il drumming preziosismo di Andrei, vario e intelligente, anche nei momenti di quiete, dove le distorsioni di Botteri si fondono con il basso possente del fratello (naturalmente i nomi sono d’arte), spalancando intensi minuti di prog floydiano, dove si presentano chitarre appena pizzicate, distorsioni lontante e leggere tastiere di sottofondo, manifestando così l’amore della band nei confronti della band di Waters. Vero punto di riferimento.
Riff leggeri ipnotici supportano il crescendo vocale di Jan, che pare un novello Romeo per il pathos che mette nella sua prestazione. E in raptus di dolore caccia via con uno scream lancinate tutta la sua rabbia, alzando i ritmi, colorati di riff di derivazione estrema ma tenendo sempre in mente la melodia, come nelle armonizzazioni finali della song.
Arpeggi saltellanti e si apre Kairos!, che ben presto si mostra in tutta la sua essenza, un mid-tempo roccioso dal sapore doomish, sopra il quale si innalza la prestazione superba di Synne, eterea e calda alla stesso tempo, mentre bravi break acustici cospargono la canzone di classe cristallina, mentre la singer apre squarci profondi nell’animo di chi la ascolta:


“The moment that your senses play a part
-when all of them caress a new impression
Somewhere deep within your heart
like qualities of permanent obsession

Can you conquer your emotional delay
can you draw tomorrow's history today
can you feel the tide is turning
can you overcome the yearning
-or will you blindly obey?

Break through-embrace the light of”



Weeping Willow si apre progressive come non mai, intrecci di chitarre acustiche e feedback lontani, le magnifiche tastiere di Arve che stendono un pulitissimo tappeto sonoro, preludio per gli straordinari giri di chitarra che si aprono a elevare i due vocalist, che conducono le danze in toni cupi, mentre lontano si odono piccoli tocchi di piano. La song cresce costante con riff incessanti e drumming preciso di Andres, che cesella la song in maniera onnipresente, mentre un susseguirsi di quiete e maestosi crescendo si fanno largo per i dodici minuti del componimento.
E ora arriva la suite di Omnio, divisa in tre parti, ventisette minuti dove la band mette in evidenza tutte le sue potenzialità enormi.
La inziare è Omnio?-Pre, aperta dalla commistione di keys, arpeggi acustici e violini, in una magniloquenza che ricorda le parentesi raffinate dei 3rd And The Mortal. Jan sussurra del suo cammino guidato dalla vista di profondissimi occhi blu. E i ritmi crescono inesorabilmente, un crescendo acustico che si tramuta in un lunghissimo solo elettrico, prima distorto e poi limpidissimo, mentre Jen mostra a tutti l’estensione della sua voce incredibile, invocando una musa lontana (Synne) a svegliarlo dal sonno nel quale è caduto. Un teatro psichedelico si apre per alcuni secondi, che chiude i battenti e riporta verso atmosfere gotiche di rara fattura.
La musa Synne non è da meno con la sua voce corale toccante e punitiva, un cammino di dolore.
Un solo, un break acustico e un nuovo crescendo, altalena di emozioni.
I sei minuti di pischedelia pura di Omnio?-Bardo sono un tributo palese ai primissimi Pink Floyd e ai King Crimson di Islands, atmosfere dilatate, quasi ambient, che crescono con effetti di tastiere, arpeggi, e sfociano in un solo lungo e intenso.
Omnio-Post? Chiude questomagnifico viaggio tra le sabbie del tempo e dello spazio, aperto da un solo di piano e dalla voce di Synne, davvero toccante, profonda, calda, piena.
Ed ecco che i ritmi si alzano per l’ultima volta, riprendendo la musicalità di Pre, con un Jen che a briglia sciolta sciorina una prestazione vocale da incorniciare, ancora migliore della prima della tiade, dinanzi alla quale ci si può solo inchinare, come d’obbligo dinanzi a un capolavoro musicale di questa portata, manifesto di una band unica nel suo genere.

Neuros

domenica 21 dicembre 2008

Mudhoney

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I Mudhoney sono un (...IL) gruppo garage rock di seattle, uno dei primi (e più importanti) del movimento GRUNGE. Durante la loro carriera, hanno rilasciato alcuni capolavori e una serie di ottimi album, seguendo una certa evoluzione artistica che ha permesso loro di non sgretolarsi nei meandri del manierismo (pur restando sempre fedelissimi al loro sound) e nelle pagine di cronaca nera.
i 2 fondatori della band, Mark Arm(voce) e Steve Turner(chitarra), provengono dall'ultima formazione dei GREEN RIVER. La band fu assemblata nel 1988, con alla batteria Dan Peters ed al basso Matt Lukin proveniente dai MELVINS.
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L'esordio lo abbiamo nel 1988 con l'ep Superfuzz Bigmuff (in seguitito ristampato come un lp vero e proprio, con all'aggiunta di una serie di singoli nella tracklist), un concentrato di rude potenza e sporcizia sonora con chiari riferimenti agli Stooges, MC5, Blue Cheer, Hendrix, Grateful Dead ed ai seattleiani The Sonics. C'è la ripresa dei '60, sopratutto del sound di Detroit, adesso sotto una luce tutta nuova,e veicolata per altri finie con altri toni.
L'impatto dell' ep nell'immaginario rock fu devastante, la scandalosa "touch me i'm sick" divenne presto una hit alternative (ed un inno generazionale). nell'ep c'è una tale nevrosi da far impallidire chiunque; un cantato monotono e cantilenante, gracchiante e cartavetrato, come le chitarre superfuzzose di Steve Turner, ma forse la vera forza trainante dei primissimi mudhoney è la sezione ritmica, e in particolare quella bestia di batterista invasato che sapaccava il culo brano dopo brano, in modo sempre diverso (e questa è la sua grande forza, e la forza dei primissimi mudhoney).
"In Out Of Grace" è uno stendardo dove sventola tutto lo splendore marcio della band, e tutta la ricchezza del loro sound, Mark Arm spara sentenze sotto un fuoco incrociato di assoli. "If I Think" è uno degli episodi sviluppati meglio, con una partenza agrodolceriflessiva che finisce per corrompersi nella baraonda bestiale che solo i mudhoney possono fare, anche se con deliziosi inserti melodici, gli unici che in questo ep avrete modo si saggiare.
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Mudhoney [1989] è un disco imprescindibile, proprio perchè è la completa realizzazione degli intenti contenuti nell'ep precedente, che si concretizzano in una mazzata ancora più dura, rifinita (pur restando essenzialmente ruspantee)ed assestata; l'influenza dell'hardcore (sempre presente nel background della band) si fa sentire, e nel confezionare i 12 pezzi del disco, non ne sfugge uno che non sia una bomba.
vediamo ora qualche brano: "Flat Out Fucked" è una cantilena distorta e fiammante; i riff di "This Gift" portano la ruvidezza al limite del thrash; "Get Into Yours" è una concitata rincorsa all'ultimo respiro tra i 4 'honey, forse uno dei brani più orecchiabili, sicuramente uno di quelli con più groove; "You Got It" mi rocorda parecchio i primissimi soundgarden (quelli di "screaming life", "fopp" e "ultramega ok"); tutto poi rallenta nella acida "Come to Mind" dove il blues si fa psichedelia e la psichedlia si fa blues, l'acqua si trasforma in vino, i pani si trasformano in pesci e i lebbrosi si alzano, camminano e si fanno di LSD.
La barcollante "Running Loaded" introduce quel minimo sindacale di melodia, "The Farther I Go" ha un incipit quasi motorheadiano.... mentre la canzone in se assomiglia più a qualcosa dei Dead Kennedys.
in realtà il vero capolavoro lo troviamo alla fine del disco, e si intitola "Dead Love"..... stoner ante litteram? una cosa è certa: questo disco è un album seminale, e di certo non lo è solo per la storia del GRUNGE.
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Every Good Boy Deserves Fudge [1991] è ancora più "quadrato", rifinito, e professionale. il sound della band incomincia a crescere e ad assorbire elementi nuovi come il surf di "Fuzz Gun 91" l'uso dell'organo in "Check Out Time" e di una armonica in "Pokin' Around", per il resto, si tratta di una riproposizione della vecchia roba sotto una nuova pelle. brano notevole è invece "Broken Hands", malinconica ed intensa, dal finale in grande stile.
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Piece Of Cake [1992] rappresenta l'approdo su major ed il tentativo (questa volta riuscito) di fare qualcosa di nuovo. l'honey-sound resta fedele a se stesso, pur essendo ora molto più arioso e ricco di spunti eterogenei; i toni sono molto più surf/punkeggianti, ma sempre impiantati nel Detroitismo garage nevrotico (questa volta più allegrotto); sul piano tecnico-compositivo io avverto una certa crescita, sopratutto in Steeve e Matt(ora molto più aggressivo).
l'intro è una caricatura alla techno, proprio in un momento storico in cui l'elettronica stava sfondando (allo stesso modo del grunge) nelle vendite.
"Make It Now" superlativa, un brano che spazia lisergicamente in tutto il panorama rock abrasivo immaginabile dall'uomo e va oltre, confezionando un capolavoro,pochi minuti ma è una conquista per l'umanità, o meglio, per quella fetta di umanità a cui piacciono le zozzerie musicali, una fetta di torta... appunto.
ma l'album ci riserva tante sorprese, come per esempio il country-rythm&blues-southern-garage-rock di "When In Rome", un brano limpido e solare, direi quasi che è una potenziale hit estiva, una di quelle per pogare sotto l'ombrellone, magari con l'ombrellone stesso.
In "Suck You Dry", la band fa carne da macello... suona come una marcia funebre hardcore.
Torniamo a fare gli spiaggisti, i bagnanti o i tipi da spiaggia con "Blinding Sun", davvero spiaggiante...ops...spiazzante, sopratutto la parte di batteria. il pezzo suona come quel mix visto prima di rock americanaccio mezzo blueseggiante mezzo sudista e mezzo matto. un altro piccolo capolavoro.
"Youth Body Expression Explosion" introduce psichedelia pesante, quasi space rock per certi versi... ma si tratta solo di un intermezzo (quest'album è pieno di intermezzi simili) di un minuto e quaranta secondi.
le meraviglie del disco sono tante ed è impossibile passarle tutte in rassegna, ma almeno una menzione alla ballatona country-folk "Acetone" (episodio unico nella discografia degli 'honey. che sia l'ennesima presa per culo (dopo lo sfottò alla musica sinfonica nell'album precedente, lo sfottò alla techno e gli intermezzi western....) o un brano serio, non ci è dato saperlo.... però a me piace un sacco, contribuisce ad arricchire la varietà dalla proposta sonora del disco.
la gran puttanata è che questo "Piece Of Cake" non è stato capito da nessuno (o quasi), infatti ha totalizzato scarsissime vendite.
a questo punto la band si prende una pausa di 3 anni fatta di stanchi lavori compilatori, uno sfortunato ep, collaborazioni(tra cui evidenzierei la partecipazione alla soundreack di "judgment night", con un brano crossover composto con il rapper Mix-A-Lot), progetti paralleli (tra cui spiccano i Monkeywrench di Mark e Steve).
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My Brother And The Cow [1995] puro e semplice garage rock con sfumature rhythm&blues(peraltro abbastanza sbiadite). "Generation Spokesmodel" è una sincera e sentita decica a Kurt Cobain (che in vita citava sempre i mudhoney tra le sue più importanti influenze). un poco sincero ritorno alle origini(anche segnato dal ritorno alla produzione di Jack Endino, allontanato nei 2 album precedenti), che in realtà è un modo per provare a riconquistare i fan che avevano girato le spalle al gruppo dopo "Piece Of Cake". "Into Your Shtick" è una botta terribile, cattivissima invettiva contro la vedova di Cobain, il brano più autoreferenziale del disco, ma forse anche il più bello, nella sua amarezza e ed estrema dinamicità compositiva(e anche nel cantato, questa volta è davvero sputato in faccia a chi ascolta). "Today, Is A Good Day" ha uno di quei ritornelli che ti si fissano in mente e non puoi più cancellare, ma del resto del brano non c'è poi molto da dire, così come non c'è molto da dire per gran parte dei pezzi del disco: si tratta della rifrittura degli stratagemmi dei primi 2 album, solo che questa volta sono appunto degli "stratagemmi", mentre quando i mudhoney suonavano i brani di "SUPERFUZZ BIGMUFF", era tutto spontaneo come un rutto dopo pranzo.
però dobbiamo dare atto di una cosa ai nostri carissimi mudhoney: quest'album è troppo stradaiolo, se lo infilate nello stereo dell'auto, non vorrà più uscire, vi si pianta proprio li, mentre guidate e vi sballa la guida! non vorrei essere nei panni dei passeggeri/pedoni/conducentidimezziadiacenti mentre scorre l'ultimo brano(effettivo), "1995"... questo è ultradistorto, pompatissimo, quasi psych-stoner (e qua i mudhoney preannunciano certe sonorità che ricorreranno negli album successivi) con tanto di finale con sassofono.
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Tomorrow Hits Today [1998] Jim Dickinson sostituisce Endino, e l'album viene fuori con la stessa solennità con cui dio di rivela all'uomo: un ritorno sperato, atteso, e finalmente arrivato 3 anni dopo una delusione(quasi)totale.
il sound è molto professional(infatti è la prima volta che gli 'honey decidono di utilizzare i soldini messi a loro disposizione dalla casa discografica), moderno, fresco, quasi un debutto!
"A Thousand Forms Of Mind" è un inizio da infarto, con uno space-blues spettacolare, Mark è assolutamente in forma, Jimi...ops..Steve Turner sembra ringiovanito e rincazzutito, e finalmente torna la sezione ritmica varia e multiforme a cui eravamo abituati! ascoltate che piacevole varietà di suoni e soluzioni in un solo brano!
ogni brano è messo perfettamente a fuoco, ed ogni singolo pezzo contiene tante influenze d'ogni tipo (come in "piece of cake", ma qua il tutto sembra più omogeneo); "Try To Be Kind" rasenta zone d'ombra in cui il rhythm&blues spaziale si mischia al boogie e ad alcune ventate jazzy!
in "Poisoned Water" emerge lo spirito psichedelico della band, e nella seguente "Real Low Vibe" c'è tutto un vibrante blues massiccio che si scatena fino a intraprendere strade hendrixiane molto tortuose, che conducono all'intro tribale di "This Is The Life", un altro pezzo taglia-asfalto.
"Move With The Wind" è un pezzo assolutamente atipico per i mudhoney, è quasi soul (ma lo immaginate Mark Arm che fa una cosa del genere?), peraltro interpretato in modo perfetto.... in questo pezzo, la solita furia tipica della band è piuttosto strisciante, quasi compressa, pronta a saltar fuori alla prima occasione....che non rarderà ad arrivare.......infatti "Ghost" si regge su un giro blues che sa quasi si house(se la remixi, viene fuori tranquillamente una megahit da discoteca).....e in questo pezzo, Mark vomita l'anima sul microfono. attenti all'assolo finale.
"I Will Fight No More" è un superbo lento strumentale, un intro massiccio con risvolti psichedelici che serve ad introdurre il pezzo forte dell'album: l'oscura e fumosa "Beneath The Valley Of The Underdog". tutto l'album è uno spettacolo. beh, fate conto che l'ultimo brano è il più bello di tutti; un blues robotizzato, alienato ed alienante, un concentrato di inquietudine pesantissima tradotta in musica. Mark Arm sembra un santone o un prete che dice messa, al pari del miglior Ozzy.
Quest'album contiene le migliori prestazioni di Mark Arm come cantante.
Dopo il 1998, una serie di eventi fa traballare la line up dei mudhoney, Lukin lascia la band, che spesso è anche senza bassista (impegnato in diversi progetti), così Mark e Steve tornano a dedicarsi al loro side project e la band si scioglie, rilasciando anche una doppia antologia ("March Of Fuzz").
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Since We've Become Translucent [2002]
il 2002 verrà ricordato come l'anno del ritorno alla ribalta di mezza scena grunge (quasi tutta quella vivente): "Songs for the deaf", fenomeno dell'anno ospita ben 2 sangue blu del grunge (nobilitati dal passato Screaming Trees e Nirvana); torna Jerry Cantrell (ex alice in chains); tornano i Pearl Jam con "Riot Act"; torna Chris Cornell , con la superband Audioslave; tornana Mark Lanegan solista................ si assiste ad una nuova ondata di manierismo pseudo-neo-grunge in tutto il mondo.............
............e tornano i MUDHONEY, completamente rinnovati (cambio di etichetta, line up, e stile).
La novità principale è l'ampio uso di fiati nei brani. il substrato è sempre garage, anche se la tendenza allo stoner c'è sempre, sopratutto nel trip iniziale di ben 8 minuti (impensabile un tale minutaggio per i vecchi 'honey) intitolato "Baby Can You Dig The Light": chitarre liquidissime, acide, fiati, effetti su effetti, distorsioni su distorsioni, nulla è più come prima. a questo punto è spontaneo pensare che i mudhoney siano tornati, un'altra volta e anche questa volta, in grande stile................ ma tutto questo è vero solo per metà: l'album, seppur molto compatto e ben sviluppato non sempre regge il confronto con il brano d'apertura, e lascia un certo amaro in bocca.
comunque si tratta di un disco interessantissimo, ed è innegabile che l'evoluzione nel sound dei mudhoney C'è STATA!
ottime canzoni sono "The Straight Life" (il brano più leggerino del disco.... ma cazzo, mozza il fiato!) e "What The Flavor Is"; mentre la conclusiva "Sonic Infusion" è l'unico brano in grado di riprendere il discorso d'apertura e premere l'acceleratore verso il versante psych-stoner, infatti il risultato è sbalorditivo(mi ricorda addirittura i primi Monster Magnet).
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Under A Billion Suns [2006]
La linea è quella solare e strombazzata del precedente lavoro. ampia presenza della psichedelia e dei fiati, e l'unica sostanziale novità sta nel fatto che ogni singolo brano pare essere stato più curato e perfezionato.
tanto per fare un esempio, "Hard-On For War" è un pezzo stoner pressocchè perfetto.... ci sono tutti i trucchetti del genere: è tutta lava che cola, è un lanciafiamme che sputa fuoco e rock come DIO comanda.
"In Search Of" ricorda i Fu Manchu già dal titolo...(in realtà questo brano è molto più psichedelico del repertorio medio dei Fu Manchu, ma il paragone ci sta per via del simile background delle 2 band) si tratta di uno dei pezzi più sfollagente dei mudhoney, che finalmente tornano per riprendersi quanto a loro spetta, ed appropriarsi di quello stoner che loro avevano anticipato in certi episodi, sin dagli esordi.
"Blindspots" non è altro che la centrifuga finale(tra psichedelia, hard rock, rocknroll, fino al twist), con la quale la band ci lascia, fino al prossimo zozzissimo album.

INCHINO




John

sabato 20 dicembre 2008

Green River

I Green River li ricordiamo perchè:
1. sono stati una delle prime band ad unire punk, garage ed hard rock pre-metal;
2. sono stati la prima band grunge;
3. hanno influenzato direttamente e indirettamente tutta la storia del movimento (direttamente, perchè dallo scioglimento del gruppo sono nati i mudhoney, i mother love bone ed i pearl jam; indirettamente, perchè tutta la neonata scena rock underground seattleiana fu influenzata stilisticamente da loro)
La band prese il suo nome da un serial killer di seattle.
I membri dei GR erano: il cantante Mark McLaughlin, detto "Arm" (poi fondatore dei Mudhoney); il chitarrista Steve Turner (che dopo il primo EP lascerà il gruppo e fonderà con Arm i Mudhoney); il chitarrista Stone Gossard (poi fondatore dei Mother Love Bone e dei Pearl Jam); il bassista Jeff Ament (poi fondatore, con Stonr dei Mother Love Bone e dei Pearl Jam) ed il batterista Alex Vincent.
Nei Green River ci sono sempre state 2 correnti di pensiero, 2 "partiti", quello ARM-TURNER (che avevano un background punk ed erano devoti al rock dei '60s), e quello AMENT-GOSSARD (appassionati di metal, glam ed hard rock, il primo adorava i Venom e per questo era sfottuto da Mark, ed il secondo adorava i Kiss ed aveva una certa attitudine glam che lo spinse ad acquistare degli zatteroni di dubbio gusto).
Lo stile stesso dei GR è un derivato di questa loro natura duplice (da una parte punk dall'altra hard rock), che li portò a forgiare un sound che agli esordi non fu capito da nessuno.
Le contraddizioni della band non tardarono a saltare fuori, e a trasformarsi da propulsore di un sound contaminato a sorgente li incomprensioni e dissidi innanzitutto artistici. per esempio, prima di uno show, Jeff Ament litigò pesantemente con Mark Arm perchè il primo non intendeva suonare una certa cover degli Stooges poichè reputava troppo semplice la parte di basso.
I Contrasti interni alla band erano dovuti anche al diverso background culturale-ideologico (o banalmente alle diverse aspirazioni delle 2 band), infatti il punto di snervamento definitivo dei rapporti all'interno della band si ebbe quando, in occasione di un concerto, si doveva distribuire degli inviti e Mark Arm intendeva far entrare gratis i suoi amici, mentre Stone Gossard preferì invitare alcuni rappresentanti di Major (tra i quali solo 2 accettarono l'invito... ). Questa storiella scandalizzò l'incorruttibile Mark (così incorruttibile, che comunque non tardò a firmare con una Major, nei Mudhoney, nel '92..... proprio quando capì che col """grunge""" ci potevi fare i soldi), lo turbò così tanto, che non appena la nuova band multimilionaria di Stone sfondò con "Ten", Mark tirò fuori quella storia, tanto per sputtanare Stone e Jeff, e descriverli come degli opportunisti cacciatori di affari (ed è da qua che deriva la repulsione di Kurt Cobain verso i Pearl Jam).
Steve Turner, lascerà la band dopo la realizzazione del primo EP, poi la band registrerà senza di lui, 2 altri dischi.
Quando, la sera di Halloween dell'87, Mark raggiunge la band in sala prove, Jeff e Stone gli comunicano che era la fine dei Green River, e così Mark Arm se ne va, sbattendo la porta.
Da tempo, Stone e Jeff erano in contatto con Andy Wood, cantante dei Malfunkshun, con il quale fonderanno i Mother Love Bone, gruppo dalle coordinate musicali più vicine allo street rock e agli Aerosmith che a quanto ascoltato nei Green River. La prematura morte di Andy Wood porterà alla nascita dei Pearl Jam.
Steve e Mark invece fonderanno i Thrown-Ups, coi quali pubblicheranno 3 EP, e in seguito i Mudhoney, dediti ad un grezzissimo garage rock.
Partiti insieme nell' 84, questi ragazzi, dopo 3 anni si separano per sempre, in 2 tronconi, finendo col creare opposte "fazioni" all'interno della stessa scena.
Nel 2005, Eddie Vedder, varie volte nel tour dei Pearl Jam, chiama sul palco Mark Arm e Steve Turner per eseguire, insieme ai vecchi compagni Stone e Jeff "Kick Out The Jams" e "Rocking In A Free World".... emozionante? no, molto di più.


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Come On Down [1985]
Soli 6 brani, per un ep, che in fin dei conti, sarà ineguagliato in fatto di intensità da parte della band.
"Come On Down" è il battesimo del nuovo corso musicale seattleiano, brano che da titolo al disco e pezzo più bello, grazie ai suoi riffs granitici(quasi sabbathiani),a quel ritmo marziale ed alla ubriaca voce di Mark Arm, istrionico come Iggy Pop, dirompente come Johnny Rotten. "Swallow My Pride" è la vera hit della band (sempre se di hit si può parlare, visto che questo disco ebbe un riscontro di vendite così basso da costare alla band la sfiducia della casa discografica, ed il conseguente cambio di etichetta, dalla Homestead alla neonata SubPop) che fu poi coverizzata in "Fopp" dei Soundgarden e dai Pearl Jam nel singolo natalizio del 1995. "Ride Of Your Life" inizia con una cavalcata hardcore, poi esplode in una tempesta di stop and go, e un memorabile assolo finale che sa di metal primordiale. "Corner Of My Eye" è costituita da una ossessiva ripetizione di riff e ritornello in modo martellante, tant'è che solo sul finire del brano si svelano gli intenti nichilisti, in un assalto sonoro raggelante by Vincent/Ament.
Dopo la pubblicazione dell'ep, Steve Turner lascia la band perchè infastidito dalle pose metallare di Gossard ed Ament.

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Dry As A Bone [1987]
Un altro EP, 5 bran. La band non cambia sostanzialmente lo stile, ma risulta più dinamica, la struttura dei brani è più ariosa (ed il minutaggio lo dimostra). Jeff Ament è cresciuto molto, ed è già una colonna portante del gruppo, ed anche grazie al suo apporto in fase compositiva, il gruppo, in questo ep, sembra più orientato verso pezzi tirati e velati di metallo. Memorabile "P.C.C." e il piccolo gioiello intitolato "This Town".
è il vero debutto dei Green River, ed è il debutto della SubPop; da questo momento in poi, una cosa tirerà l'altra e nulla sarà più come prima. La storia della nascita, dei successi, e del declino della SubPop è parallela alla storia del grunge, che ha visto in essa un formidabile veicolo.

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Rehab Doll [1988]
il primo (e unico) LP è in realtà un album postumo, inquanto la band, al momento dell'uscita del disco, era già sciolta.
La qualità è nettamente superiore a quella degli EP precedenti: "Searchin" mostra la vena garage di Stone Gossard, questa volta in una delle sue migliori prestazioni, con una chiarra grezza e minimal, ma affilata e sempre sul punto di esplodere. "Forever Means" è l'epidodio più metallizzato del disco, dove la schizzofrenia ed il tormento espressi nel cantato di Mark, hanno il loro contrappunto nelle rasoiate diaboliche di Stone. la title track è frullato di soni e rumoracci tra l'asprezza garage e la pesantezza del rock più pesante, così come avviene in "Smiling And Dyin", dove Jeff si diverte e ci diverte un po col suo basso, e come avviene nella nuova veste di "Swallow My Pride", nella scazzottata hardcore/pre-metal intitolata "Porkfist", tra i black flag ed i primi motorhead. "One More Stitch" rappresenta il tentativo di apportare delle variazioni al sound della band, attraverso l'alternanza tra acustico/elettrico, che presto sarà un espediente molto ricorrente nel seattle sound (e derivati).


John

giovedì 18 dicembre 2008

Temple of The Dog

I Mother Love Bone ci misero pochissimo a trasformarsi da promessa rock mondiale a fenomeno archiviato e messo da parte, dopo la morte per over dose di Andrew Woods, infatti nessuno dopo se la sentì di portare avanti quel progetto senza il capitano del rock dell'amore e la casa discografica, che su quel gruppo aveva scommesso, non fece nemmeno promozione all'album appena uscito.
Fu un duro colpo per Stone e Jeff, che ancora una volta furono costretti a ripartire da zero; ma fu un duro colpo anche per qualcuno che non militava nei Mother Love Bone, ma che conosceva benissimo Andy, perchè aveva vissuto con lui un po di tempo (e lo aveva aiutato ad affrontare i suoi problemi con la droga), sto parlando di Chris Cornell.
Chris si reca in Europa, per allontanarsi dai posti che gli ricordavano l'amico scopmarso, si immerge nel suo dolore, e soffre perchè non può parlarne con nessuno che avesse conosciuto bene Andy.
Nel suo periodo trascorso in Europa, il cantante dei Soundgarden scrisse di getto "Say Hello To Heaven" e "Reach Down", poi una serie di altri brani, che presto si accorse non essere molto compatibili con lo stile dei Soundgarden, ma molto più vicini al songwriting di Stone & Jeff nei Mother Love Bone.
Contemporaneamente Stone, stava jammando liberamente nello scantinato dei suoi genitori con Stone e un nuovo acquisto: Mike McCready. Fu in quel periodo che tramite i Red Hot, Jeff si mise in contatto con Eddie Vedder. Da quelle Jam nacquero gli "Stone Gossard Demos", una serie di brani tra cui "Pushing Forward Back" e "Times Of Trouble".
Alle jam di Stone stava partecipando anche Matt Cameron, allora batterista dei Soundgarden (la cosa buffa è che Matt stava suonando pezzi come "Alive" e "Black" prima ancora che si chiamassero così e ben 8 anni prima di entrare nei pearl jam).
Chris, Stone e Jeff pensarono di unire le loro forze per realizzare un album-tributo a Andy Woods. in un primo tempo intendevano rimettersi a lavoro su alcuni demo di Andy e materiale inedito dei Mother Love Bone, ma Xana (la ragazza di Andy) era contraria ad una speculazione sul suo ragazzo; così Stone e Chris misero insieme i pezzi scritti separatamente, ne scrissero di nuovi e approntarono una superband: Matt Cameron(batteria) e Chris Cornell (voce e chitarra) dei Soundgarden; Jeff & Stone e Mike McCready(chitarra solista) di quelli che sarebbero poi stati i Pearl Jam.
Il progetto prese il nome da un verso di un brano dei Mother Love Bone, "Man Of The Golden Words": TEMPLE OF THE DOG.
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all'interno del booklet dell'album c'è un piccola presentazione del progetto scritta a mano da Jeff Ament, come fatto anche nei Mother Love Bone.
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in "Say hello 2 heaven", Chris canta: "Venne da un isola / e morì in una strada /Si ferì... / ma non mi disse mai niente / Saluta il paradiso / Nuovo come un bambino / perso come una preghiera / il cielo era il tuo luogo di divertimento /ma la terra fredda fu il tuo letto". il brano è una preghiera disperata, infatti inizia proprio con un'invocazione alla "madre misericordiosa". il fatto di "salutare il paradiso" riprende quella tecnica tipica di Andy consistente nell'uso di metafore religiose.
"Reach down" propone un blues teatrale estremamente toccante, in cui viene fuori Mike McCready, in un assolo interminabile. 11 minuti di poesia e passione. "Ho fatto un sogno l’altra notte/ Eri in un bar, eri seduto in un angolo / indossavi una lunga giacca di pelle bianca / e occhiali viola, e avevi la brillantina nei capelli / ti dissi: hey questo è il posto dove starò / e un giorno ti offrirò da bere".
"Hunger strike" è un pezzo morbido, che propone un duetto memorabile Cris Cornell / Eddie Vedder (al suo esordio discografico come cantante).
"Pushin forward back" è il brano più duro dell'album. La ballata zeppeliniana "Call me a dog" ripropone un blues soave guidato dalle impennate di Chris e dal trasoporto metafisico di Mike. "Times of trouble" è tristissima, Cornell suona anche l'armonica, e recita in questo modo: "Quando il cucchiaio è caldo / e l’ago è appuntito / e tu lo spingi / posso sentire ciò che dici / che il mondo nero [...] Non provare a farlo / non provare ad ammazzare il tuo tempo / potresti farlo [...] so che giocavi ma / qualche volta le regole sono dure" e conclude con un imperativo molto chiaro e che non richiede una difficile interpretazione: "devi afferrare il tuo tempo fino a sfinirti / attraversa questi tempi di guai". una delle liriche più intense ed intelligenti mai scritte da Chris. torna la metafora religiosa in "Wodden Jesus", ed una sferzata energica in "Your saviour", dove in basso di Jeff e la batteria di Matt creano un groove oscuro e nevrotico, quasi tremante, ciò che emerge è la sofferenza, la sofferenza che si trasforma in suono. "Four walled world" ha l'epicità tipica del Gossard degli esordi, e risplende grazie ad un cantato in un costante crescendo di pathos e intensità, anche sottolineato dallo straordinario assolo di Mike, molto corale e coerente col brano stesso. "All night thing" è la conclusione del disco, con toni molto più leggeri e pacati, il cantante (si) vuole rassicurare, questo pezzo è la fine della tempesta notturna(di quella notte citata mille volte nei testi).... e l'inizio della quiete, perchè la vita risorgerà sempre.



John

mercoledì 17 dicembre 2008

TAD





Una ragazza tanto bisognosa di affetto alza la cornetta, compone il numero, ed esprime in modo non equivoco la sua voglia... dall'altro capo del telefono risponde un uomo lardoso, barbuto e coi capelli grassi, che apprezza notevolmente l'invito della donna........... che al momento della sua risposta, capisce d'aver sbagliato numero.


Questa scena è tratta dal film "Singles - L'amore è un gioco", e l'uomo lardoso è il mitico Tad Doyle, ex-macellaio(è vero!) e forntman di una delle più """pesanti""" band del panorama grunge: i TAD. è giunto il momento di rendere un po di giustizia a questi ragazzi: non ne parla nessuno e chi lo fa, dice le solite storie su come fossero zozzoni e grezzi, dimenticando di dire che sono stati uno dei fenomeni più interessanti di tutta la scena, capaci di elaborare uno stile personale e ricercato. I TAD sono stati l'altra faccia di Seattle, quella nata e morta underground, quella che non è mai stata sotto i riflettori, e che non è mai stata cagata dalle grandi masse.... e ne era fiera. Lo stile dei Tad era a metà tra il metal (tra il premetal anni 70 e il thrash) e hardcore albinianamente inteso (Steve Albini fu anche loro produttore). Facile paragonarli ai Mudhoney, per via della loro comune passione verso gli Stooges, ma non possiamo identificarli, poichè si tratta di esperienze musicali per certi versi opposte. I Mudhoney erano tradizionalisti, invece i Tad erano in un certo senso modernisti (basti pensare alla loro tendenza allo sfumare verso l'industrial o ai loro ritmi quasi techno); entrambe le band propongono grezzume a valanga, ma i Tad hanno una pesante componente metallica che ai Mudhoney manca. La band si costituisce nell'88 e un anno dopo rilascia per la SubPop un debutto blasfemo e truce: God's Balls, prodotto da Jack Endino (degli Skin Yard, band di provenienza del batterista dei Tad, Steve Wied), diviso in 2 facciate, la prima intitolata "Jesus" e la seconda intitolata "Judas". Tutto l'album è una sfilata di suoni e immagini orribilanti, una fusione acida e sincopata tra hard rock ed hardcore. brani imperdibili: "Satan's Chainsaw" e "Behemoth". I Tad seguono i Nirvana nel tour di Bleach. Salt Lick [1990] fu prodotto da Steve Albini (ideatore dei progetti Big Black e Rapeman negli 80), e infatti ne assorbe le coordinate stilistiche e compositive. il risultato è un album più maturo del precedente, che non risparmia alcune piacevoli sorprese, come l'apertura melodica di "Glue Machine". "Potlatch" ricorda i Big Black ed i Ministry, mentre "Hibernation" preannuncia qualcosa che succederà negli Helmet.
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8-Way Santa [1991] chiude la parentesi SubPop dei Tad, e lo fa per certi versi nel migliore dei modi (con un'altra crescita compositiva), per altri nel peggiore (perchè il disco ebbe parecchi problemi giudiziari e pochissimi riscontri nelle vendite). il sound è più preciso e professionale(ottima la produzione di Butch Vig), e la melodia comincia a prendere il sopravvento,anche con certe ventate powerpop che tenderanno ad arrotondare gli spigoli della proposta sonora dei Tad.
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Inhaler [1993] rappresenta il passaggio a major ed è, a mio avviso, l'album più accessibile e meglio strutturato tra quelli dei Tad (anche perchè Tad Doyle ora ha imparato..........a cantare).
Josh Sinder passa alla batteria e alla produzione c'è J. Mascis.
"Grease Box" è un inizio tritatutto, con una buona dose di hardcore su un sostrato metal e powerpop; "Throat Locust" è un frullato di Big Black e Black Flag; "Leafy Incline" è tutta da canticchiare o urlare a squarciagola in auto, perchè difficilmente vi toglierete dalla testa quel ritornello; "Luminol" si apre con un riff marcatamente metal, poi segue un grugnito stile Rapeman e una serie di colpi sincopati e martellanti basso-batteria che assomigliano a mitragliate, tanto che sembrano provenire da "the land of rape and honey", poi segue un'inaspettata (e bellissima) apertura acustica che spezza l'atmosfera truce di prima, ma solo per poco, e dopo un'altra ancora, ancora più lunga e questa volta accompagnata anche dal pianoforte, prima del cazziatone finale.
"Ulcer" e "Lycanthrope" portano un'altra pioggia di grezzume una pioggia bollente ed abrasiva; notevoli sopratutto nel secondo brano gli assoli di chitarra (su quest'album sono lussureggianti ed onnipresenti). "Just Bought the Farm" è la convergenza tra punk, noise e in un certo senso new wave(!?!?), questo tanto per dirvi quanto sia vario lo spettro stilistico dei Tad e quanto di sbaglino quelli che li definiscono come dei grezzi rockettari di vecchio stampo. questo brano ne è la dimostrazione, perchè sembra la sintesi di quello che è successo dal 77 al 93, infatti sembra di passare dal punk a tutte le sue incarnazioni ottantiane (hc, new vave e noise) in ogni singolo istante, in un brano tormentato e palpitante, portatore delle inquietudini di diverse generazioni.
in "Rotor", "Paregoric"(come fare l'elettroencefalogramma ad un martello pneomatico) e "Pansy" si ribadiscono i concetti visti fin ora e si consolida la formula di INHALER, grandissima prova discografica che si conclude con un brano atipico, l'acustica powerballad intitolata "Gouge".
La band va in tour con i Soundgarden, poi viene scaricata dalla casa discografica a causa di una locandina raffigurante Clinton che fuma uno spinello con sotto la scritta "This Is Heavy Shit".
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Infrared Ridinghood [1995] è un'ulteriore concessione alla melodia ed all'ascoltabilità, dopo il quale la band cadrà nell'oblio.


John


domenica 14 dicembre 2008

Control Denied - The Fragile Art Of Existence (1999)



Etichetta: Nuclear Blast
Anno: 1999

Line Up:
Tim Aymar - Vocals
Chuck Schuldiner - Guitar
Shannon Hamm - Guitar
Steve DiGiorgio - Bass
Richard Christy - Drums

Tracklist:
1) Consumed
2) Breaking The Broken
3) Expect The Unexpected
4) What If...?
5) When The Link Becomes Missing
6) Believe
7) Cut Down
8) The Fragile Art Of Existence

Dopo questi capolavori, Chuck scrive gli ultimi suoi cinquanta minuti di musica. L'epitaffio di un grande artista, un disco che musicalmente sembra semplice (certo, rispetto i Death, ma stiamo scherzando!), ma che ascoltato attentamente svariate volte porta a chiederti tante cose, soprattutto se quest'ultime, sono rappresentate dai testi.
Formazione di tutto rispetto come sempre per Chuck, sono più o meno, compagni che gli sono stati vicino durante l'avventura coi Death. E sembra quasi strano (a questo punto ecco il mio primo "quesito") chiedersi se sia una coincidenza o cosa, che proprio con il suo vero e proprio ultimo disco, Chuck, abbia scelto gente pescata da vecchie formazioni della sua band.
Strano il destino, a volte...
Steve DiGiorgio al basso (Breaking The Broken!), Shannon Hamm alla chitarra, Richard Christy alla batteria e Tim Aymar alla voce. Avevo molti dubbi su questo cantante all'inizio, ma col passare del tempo (e ce n'è voluto!) l'ho cominciato ad apprezzare appieno: oggi posso dire che anche questo "The Fragile Art" è un'altra gemma, e di conseguenza affermare che Chuck non ne ha sbagliata una.
Tim proviene da un background differente, si sempre metal, ma appartenente ad una realtà più underground, e forse anche il fatto di rischiare per Chuck rappresentava una sfida, e avrebbe dato più forza alla band intera.
Il risultato è un'ora di musica che rasenta la poesia, ascoltare il break melodico nella titletrack oggi, mi fa ancora emozionare come un bimbo; la cosa che più mi fa venire i brividi, e sentire un nodo in gola, sono quelle chitarre che dapprima sembrano come spariscano nel vuoto, poi si incontrano nuovamente, pronte a sposarsi per l'eternità, come in un illegale ma sincero patto di sangue. E sembra tutto fottutamente strano...
Le liriche suggellano stati emotivi contrastanti, "Consumed" è lacerante, quasi disorienta, con un forte richiamo a "The Philosopher" (Do you feel the pain that I feel? The pain that lives inside), più una leggera vena misteriosa che, per quanto mi riguarda, ancora devo capire bene, e mi riferisco a "Every time it is the same three words, every time the number speaks". Bella composizione, fresca e potente, con chitarre ampie e mai troppo presenti, come del resto in tutto l'album, si mantengono sempre su un suono leggero.
"Breaking The Broken" è un assalto thrasheggiante carico di potenza heavy classica, anche qui ricamata da orpelli (in senso figurativo eh!) chitarristici quasi umani, molto sentiti (mi riferisco quasi sempre al minuto 3:02. Anche testualmente fa la sua stupenda figura, dato che vuole quasi rappresentare una vendetta verso una persona che si è dimostrata falsa e cattiva (In beauty the evil is waiting for possession).
Poi ragazzi, non so che dirvi, il terzo pezzo, "Expect The Unexpected" si racconta da solo: l'inaspettato della vita, quell'entità che può darci fastidio e ostacolarci così come agevolare il nostro vissuto. E anche qui, dannazione, mi viene da pensare a ciò che poi è successo a Schuldiner ... mah ...

And when life seems to be complete it comes and knocks us off our feet
The element of surprise: the avengeful attack
Straight on your back it will send you into a state of deja-vu
Here it comes one more time showing its ugly face

La struttura del pezzo riassume tutta la genialità degli artisti presenti: le chitarre apocalittiche, il basso che vuole spingerti nel vuoto (A silent voice), ma prima ti passa alla tortura (gli assoli, dio santo!); ed infine l'attacco finale (The avengeful attack)
Quando proseguiamo con l'ascolto, ci sarà disorientamento, una traccia come "What If...?" non può far così male nonostante sia così dolce e pacata (!); un pezzo che mette in mostra (per piccole cose che adoro personalmente) le doti di Richard Christy, così come "Believe" che in alcuni punti mi ha ricordato delle cose dei Death sia da "The Sound Of Perseverance" che da "Symbolic".

C'è qualcosa di amaro in questo disco: degli occhi sospesi nel nero, delle braccia che cercano la via d'uscita, magari per vendicarsi di un destino ingiusto, e d'altronde come dargli torto?

Do you believe what some might say can't be could be reality
Let seven be the one for me; six chapters of life laced with mystery...
Awaiting discovery

Davide Montoro