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lunedì 10 novembre 2008

Neurosis - Souls At Zero

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Anno: 1992 Label: Alternative Tentacles Records

Tracklist :
1. "To Crawl Under One's Skin" – 7:51
2. "Souls at Zero" – 9:18
3. "Zero" – 1:41
4. "Flight" – 4:07
5. "The Web" – 4:55
6. "Sterile Vision" – 6:20
7. "A Chronology for Survival" – 9:34
8. "Stripped" – 8:01
9. "Takeahnase" – 7:56
10. "Empty" – 1:36

Line-up:
Scott Kelly (guitar, vocals)
Steve Von Till (guitar, vocals)
Dave Edwardson (bass, vocals)
Simon McIlroy (keyboards, tapes, samples)
Jason Roeder (drums and percussions)
Adam Kendall (visual media)

Ed ecco che attraversato il ponte si ergono dinanzi a noi le porte dell’anima. Abbiamo paura ad entrare nel buio, ad alienare i nostri sensi, sentire l’inebriante profumo dl vuoto, lasciarci cullare dal nulla infinito. Non vorremmo trafiggere l’oscurità, ma una mano rassicurante ci fa cenno di proseguire, la mano di chi è ormai abituato ad aggiungere orma su orma, ed è riuscito a manovrare quella materia che prima si ergeva dinanzi, o dentro di noi. La mano di una band che si è spinta oltre, plagiando l’inquietudine interiore a propria immagine e somiglianza, incorniciandola e rendendola manifesto sonoro di un dominio che dura nel tempo, erigendo un muro sonoro sul quale saranno infissi in seguito i successivi capolavori, tramutando quel muro in una galleria davanti alla quale non si può far altro che rimanere a bocca aperta, contemplando con infinita ammirazione entità che fino a poco prima temevamo avvicinare. Questa è la grandezza dei Neurosis.
Registrato da Bill Thompson agli Starlight sound di Richmond tra il marzo e l’aprile del 1992 l’album abbdanona in maniera quasi totale la furia giovanile hardcore, a favore di un sound ormai lento e ipnotico, fatto da song ormai della durata media di sei e più minuti, ma che ha poco a che fare anche con gli accenni sludge di The Word As Law, poiché il sound è potente e maestoso ma le chitarre allo stesso tempo paiono vibrare libere e leggere nell’aria costruendo affreschi sonori nuovi e d’avanguardia, riuscendo a fare luce nel buio, proprio grazie alle tenebre che portano dentro, coadiuvate dalla nuova presenza di strumenti come trombe, flauti e violini, dando spazio maggiore a quelle chitarre pizzicate di matrice folk (apocalittica a loro dire) che saranno predominanti in futuro. Il carattere introspettivo è reso in maniera chiara anche dai testi, mai così ispirati e influenzati dai moti che colpirono Los Angeles nei primi mesi di quell anno e sfociati e nei 4 giorni di guerra civile che portarono alla morte di 54 persone, dovuti al proscioglimento dei poliziotti che massacrarono Rodney King, nonostante vi fosse un filmato visto dalla nazione intera a testimonianza della barbarie compiuta. Testi che sono quindi specchio di violenza e inquietudine, malessere e speranza vana, dolore e morte. Ma in fondo a questo macabro tunnel una pacata protesta, intelligente, che sta a simboleggiare la voglia di cambiamento. L’album si apre con un classico (a posteriori) della band : To Crawl Under One's Skin; subito si respira il cambiamento, un’aria nuova, ma non fresca e limpida, ma perfetta nel suo carattere lugubre ben definito. Rintocchi di campana e successiva distorsione aprono le danze, cesellati dalla recita effettata di Scott. Tutto si ferma per qualche secondo ed ecco che subentrano prima effetti chitarristici nuovi, poi chitarre acustiche e per finire i mastodontici riff trainanti della song. L’effetto è straniante, ditorsioni continue paiono presentare l’instabilità mentale dell’uomo, mentre tribali patterns di batteria aprono l’esplosione che arriva di lì a poco. Ed ecco che pare evidente la fonte dalla quale attingono tutte le band dedite al moderno post-hc. Tempi precisi e mai elevati, efferatezze vocali che risuonano lontane, arabeschi dove si incontrano riff acidissimi e arpeggi sognanti. Progressioni sonore dal carattere multiforme, dentro le quali si ripresentano preghiere sofferte e ritmi tribali instabili, e come tali esplodono nuovamente, malgni come non mai, finendo in una disturbante distorsione. Ancora scossi dal martirio sonoro iniziale arriva la title track, con il suo riff esotico (ma sempre nell’ottica Neurosis) contornato da un piano venefico e schizoide, mentre iniziano a odersi i ritmi lenti e sulfurei in lontananza. Un minuto di trip assoluto dove è lecito perdersi che si frantuma in schegge impazzite che finalmente citano il carattere industriale degli Swans (quelli della metà degli anni ’80). Nessun cedimento, nessuna tregua per le nostre orecchie flagellate, che riescono a cogliere la linfa originaria dalla quale hanno preso spunto i Mastodon. Melodie agrodolci si presentano beffarde nel corso della song, come a schernirsi della nostra disperazione. Un vortice sonoro che si chiude con il sound martellante e ossessivo che avevamo trovato all’inizio della song, con quella melodia infima che continua a fare capolino. Zero è pseudo strumentale che riprende il motivo trainante della track precedente, inquietante come poche. Arriva Flight, il “volo” , e la song pare davvero elevarsi, introdotta dal basso di Edwardson e dalle chitarre possenti di Scott e Steve che montano pezzo su pezzo un impalcatura noise che riprende il soun di Unsane ed Helmet, circondata da keys imponenti che ne elevano il pathos ai massimi livelli. Un blocco di sedimenti che scendono da una montagna, e all’improvviso la quiete assassina dell intermezzo acustico di chitarre, flauti e violini dove Scott pare uno sciamano moderno, intento ad ipnotizzare le masse, protraendo il proprio sermone sino alla fine della song. Ma non c è tragua perché uno spezzone tratto da un film fa da antipasto al riff devastante e schiacciasassi di The Web. Intrappolati nella ragnatela costruita da Roeder, il quale inizia a stuprare la sua batteria in maniera precisa e minimale mentre le voci di Scott (la più sguaiata) e quella di Steve (quella più profonda) si rincorrono rabbiose e frenetiche si intrecciano e si mollano creando un buco nero di suoni al quale anche Dave contribuisce con i suoi giri di basso magnetici, meno presenti sicuramente, ma più ragionati, inseriti al momento giusto, per arricchire il mosaico, che viene finito con le chitarre tirate e la batteria ossessiva. Un momento di tragua inscenato dall’intro di Sterile Vision ci fa abbassare la guardia per un momento, e scoperti arriva la sterzata elettrica che ci colpisce e fa male, cresce, si increspa, percorre indomita il suo cammino, e come un onda che colpisce il litorale, si ritrae e pare ritornare la calma, ancora con le chitarre acustiche che si ergono sopra un tappeto di keys, ma l’illusione di quiete dura poco, perché la rabbia non è ancora sopita e l’onda colpisce nuovamente ora sostenuta da apocalittiche trombe che paiono preannunciare la fine di ogni cosa, rendendoci deboli al loro cospetto. La song termina addirittura cullata da armonizzazioni di chitarra che si spengono lentamente, perse nell’oblio, e succedute per un attimo dall’intonazione di una funzione religiosa. Ed ecco che maestosi e profondi giri di basso al quale vanno ad aggiungersi soffusi arpeggi di chitarra fanno da incipit per la song manifesto dell’album, la più lunga e complessa, più di nove minuti di trip mentale con A Chronology for Survival. Entrano le chitarre distorte e la voce di Scott che pare lanciare anatemi antichi, con la sua voce che pare posseduta (non per altro vengono definiti “Shamans”) a fare da contrafforte alle chitarre che si alzano imponenti e massiccie, i ritmi si alzano ed effetti si sampler vanno a creare un’atmosfera spaziale di sottofondo che va a riposarsi per un attimo nel basso di Dave e nella chitarra di Steve, per poi riprendere forza, più di prima e muovendosi violenta come una belva in gabbia. Non si riesce a controllarla, ma ecco pronto il sedativo di chitarra e violino che addormenta la realtà circostante. Anche quando subentrano nuovamente chitarre possenti tutto pare immobile ed etereo, sintomo che il violino, che ancora suona, subisce l’effetto sperato, ovvero incantare l’ascoltatore. Il cammino è quasi giunto al termine ma ancora è presto per cantare vittoria perché Stripped arriva appunto per denudarci della speranza, forte di tutte le componenti dellìalbum : arpeggi, voci gemelle, muri sonori dal falvoru industrial, noise, e in alcuni frangenti sludge, distorsioni profondissime e nervose, litanie vocali, gong, keys evocative, campane tombali, esplosioni ieratiche, flauti e addirittura un solo in dirittura d’arrivo della song. Il buio e il dolore ormai fanno parte di noi, la paura per essi è svanita e una nuova linfa si appresta a crescere e diffondersi, con un rinnovato animo ci si appresta ad ascoltare Takeahnase, che parte acustice e sofferta, come una pioggia autunnale, ma esplode in un attimo come un urlo di liberazione che squarcia la notte, tutto è quadrato e violento, dalle chitarre alla batteria, strisciante ed epico allo stesso tempo. Ritorna la calma, prendiamo fiato, qualche secono per fare mente locale e possiamo riprendere ad urlare con più vigore di prima. Il riff portante è uno dei più evocativi mai sentiti, pregndo di una melodia maligna e pungente, chiave di volta della song, che lentamente si porta a morire, chiudendosi su esso. La rabbia è svanita, e un sentimento di pace ci pervade, racchiuso nella track finale e delicata di Empty. Un paradosso, poiché di vuoto dopo quest album non ne rimarrà traccia, anzi riesce a trasmettere nonostante la sua ostilità, un sentimento di pace interiore, unico e indescrvibile.
Da molti considerato il migliore dei Neurosis, altri (come il sottoscritto) lo considerano un ennesimo gradino posto al posto giusto per il futuro elevarsi del sound della band, altri lo paragonano a Through Silver In Blood, sta di fatto che l’album è un grezzo capolavoro di musica d’avanguardia.
Il viaggio subisce una svolta quindi, ora si è pronti per addentrarsi nelle profondità dell’animo, sicuramente più nascoste e misteriose, ma non più buie, perchè oltre il nero è impossibile vedere.

Neuros

domenica 9 novembre 2008

Neurosis - The Word As Law

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Anno: 1991 Label: Lookout Records

Tracklist :
1. Double Edged Sword – 4:05
2. The Choice – 4:07
3. Obsequious Obsolescence – 5:12
4. To What End? – 6:23
5. Tomorrow's Reality – 5:47
6. Common Inconsistencies – 4:24
7. Insensitivity – 0:47
8. Blisters – 7:18
9. Life On Your Knees – 2:54
10. Pain Of Mind – 3:10
11. Grey – 3:01
12. United Sheep – 3:15
13. Pollution – 4:09
14. Day Of The Lords – 5:17
15. Untitled – 10:41

Line-Up:
Dave Edwardson (bass)
Scott Kelly (guitar, vocals)
Steve Von Till (guitar, vocals)
Jason James (drums and percussions)

Aria di cambiamenti.
Dopo due anni di rodaggio in fase live e di maturazione a livello strumentale, il combo, capitanato da Edwardson e Kelly, comprende le proprie capacità, e cercano di fare mente locale su cosa potranno essere i Neurosis in futuro. Il primo passo è la dipartita di Chad Salter, sostituito dal giovane e talentuoso Steve Von Till, ragazzo con la passione per il metal old school, ma anche (soprattutto?) per la musica folk statunitense, quella che puzza di bettole, sudore e paesaggi sconfinati.
Il secondo passo e chiudersi negli Sound & Vision Studios di San Francisco dove nel dicembre dell’89, vengono composte le track inedite, mentre nel febbraio del 1991, la band sceglie di aggiungere alcune track di Pain Of Mind registrate in maniera migliore, una track dell’ep Aberration (1989), una cover e un hidden track di cui ci occuperemo in seguito.
La band pare fermarsi a riflettere, mentre in California cominciano ad affiorare i dissapori per le enormi disparità economiche tra gruppi sociali, causate dalla statica situazione finanziaria Usa (caro-petrolio), e le infamanti situazioni di pregiudizio razziale, che andranno a influenzare pesantemente il mood del successivo full-length, che porteranno a una vero rapporto tra Io e Società, mentre in questo pervade la denuncia, e una rabbia sopita, che desidera emergere, ma lo fa a piccole dosi, covando la maggior parte del sentimento, in modo tale da trasformarlo in cura.
Double Edged Sword parte con un arpeggio soffuso (saranno l’elemento nuovo dell album, dovuti all’ingresso di Steve Von Till) che apre le danze infernali della song sostenuta da riff maligni e dal basso abissale di Edwardson, una song dai tempi sostenuti che riprende la furia di Pain Of Mind, ma la plasma in un mood più ragionato e meno caotico, impreziosito da ispiratissime chitarre che nella parte centrale rallentano facendo da roccaforte alla disperazione vocale di Scott in un finale che richiama le mastodontiche dicese dei Metallica, una song di protesta e incertezza verso il futuro dell’uomo, sempre più diviso tra il denaro e la felicità. The Choice parte cadenzata sorretta da virtuosismi di basso sempre manipolati da Dave, contribuendo a mantenere la song su ritmi sostenuti ma non forsennati, e sui quali si erigono anche le vocals di Steve, più sporche e gutturali di Scott, creando un intrico sonoro semplice e pregevole; i riff sono mortiferi ma mantengono una giusta dose di melodia grezza e affascinante. La song si portrae in questo modo fino a spegnersi nel finale, presentandoci il riff industriale (nuove avvisaglie sonore) di Obsequious Obsolescence, sulla cui distorsione arriva come al solito Edward con il suo basso a rendere il tutto asfissiante e malato, perverso, come i riff che subiscono una frenata brusca, garantendo alla song un incedere granitico davvero ostico, che esplodono in repentine e sfuggevoli accelerazioni che danno dinamicità alla song, grazie anche agli arpeggi che compaiono nel finale (anche questi monito del sound che verrà) . Il cammino sofferto prosegue con To What End? Dove riff semi-distorti ci introducono verso un martirio sonoro dale chiare influenze marcie del sound sabbathiano. Anche qui arabeschi ascustici donano un’atmosfera malsana alla song che prosegue imperterrita il suo cammino di nichilismo e graffiante dolore, come poteva essere nella triade Self Taught Infection-Reasons To Hide-Black del precedente full-length. L’album è ostico, un vero pugno di fango scagliato verso l’ascoltatore dove meglio son focalizzate le primigenie influenze, impreziosite dal chitarrismo mai banale di Steve. La band continua a camminare nel tortuoso percorso della propria musica con l’oscura Tomorrow's Reality, song che analizza i rapporti ipocriti tra gli uomini, dove emergono le influenze della nascente corrente sludge statunitense, alla quale anche loro hanno contribuito, ma ben presto se ne distaccheranno, lasciando l’onere di questa evoluzione agli Isis. Un possente muro sonoro difende la song da qualsiasi intervento di melodia, dando vita a una cornice malsana che tale rimane anche quando i ritmi si alzano, sorretti dal drumming semplice ma preciso di James. Common Inconsistencies si apre apocalittica con campane funeree che adornano distorsioni marce , adibite da antipasto per una song deviate fino al midollo, che per nevrosi procurata di avvicina nuovamente alle visioni del noise. Insensitivity è la scheggia che non ti aspetti del lotto. Un vortice sonoro dove ogni tassello è al suo posto : dal basso di Dave , adito a toccare le più profonde cavità della nostra pische alle chitarre acide e sui generis di Scott e Steve, passando per l’efficace drumming di James e i testi acidi sull egoismo delle masse. 47 secondi dove si rasenta la perfezione. Blisters è l’ipnosi messa in musica, costruita sugli arpeggi di Steve e sul basso metrnomo di Dave, sopra i quali si erige la voce dal carattere quasi dubbioso nel suo incedere di Scott. La song è lunga, cesellata anche dalla comparsa di pesanti riff di sottofondo e un semplice solo nel finale molto epico, supera i sette minuti di durata, fatto inconsueto per la band del periodo, nella regola per i canoni Neurosis post 1992. L’album prosegue con quattro song riprese dall’esordio e vestite con nuovi abiti di produzione, che ci portano così agli ultimi due capitoli dell’album. Il primo di questi tratto dall’ep Aberration (1989) è Pollution. Una song noise deviatissima e ipnotica dove le chitarre creano arabeschi stranianti prima di sfociare in una cavalcata memore dei precedenti furori hardcore. Non è finito il cammino perché a incorniciare l’album arriva la stupenda cover dei Joy Divison “Day Of The Lords”, bella, bellissima, che non snatura il carattere oscuro e intrigante dell'originale, arrivando così all’Hidden Track finale. Lenta, funerea, strumentale. Il nucleo del sound Neurosis futuro risiede tutto in quei dieci minuti finali, padri non-voluti di un certo sound drone che verrà (non per i Neurosis). Sofferenza pura, instabilità mentale emergono dal maelstrom sonoro conclusivo, che si spegne, mentre ancora ci si chiede il perché di tutto ciò.
Il ponte è costruito, ogni mattone è al suo posto, ora può essere attraversato.
Sull’altra sponda del fiume c’è l’Evoluzione che segnerà la musica d’avanguardia.

Neuros

Neurosis - Pain Of Mind

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Anno: 1988 Label : Alchemy Records

Tracklist :

1. "Pain of Mind" – 3:06
2. "Self-Taught Infection" – 3:01
3. "Reasons To Hide" – 3:02
4. "Black" – 4:56
5. "Training" – 1:02
6. "Progress" – 1:46
7. "Stalemate" – 2:30
8. "Bury What's Dead" – 2:06
9. "Geneticide" – 2:34
10. "Ingrown" – 2:23
11. "United Sheep" – 3:06
12. "Dominoes Fall" – 3:00
13. "Life On Your Knees" – 2:20
14. "Grey" – 2:41

Line-Up:

Dave Edwardson (bass, vocals)
Scott Kelly (guitar, vocals)
Chad Salter (guitar, vocals)
Jason James (drums)

E in principio fu hardcore.
Eccoli, giovani e acerbi, marci e violenti, strafottenti e indignati.
Era il 1988, quando sulla scena pesante statunitense, irrompevano quattro ragazzi da Oakland. Quattro ragazzi con la voglia di fare, intelligenti, fuori dal comune, che mai agli esordi, avrebbero pensato di sovvertire i canoni dell’avanguardia sonora. Correva l’anno1985 quando Dave Edwarson e Scott Kelly, non ancora maggiorenni, abbandonati i Violent Coercion, diedero vita al progetto Neurosis, con l’obbiettivo di martellare le orecchie dell’ascoltatore con un sound mutuato dal punk\hc di band quali Black Flag, Amebix, Die Kreuzen, dal rock marcio dei Melvins, e da sonorità che riprendevano il thrash bay area più becero e d’impatto.
Il risultato di tutto, fu Pain Of Mind.
Un album semplice se vogliamo, ma fondamentale per capire cosa crearono in seguito i Neurosis, e soprattutto, per comprendere il modus-operandi che diede vita a quel calderone sonoro che oggi chiamiamo (quasi con paura, ma ipnotica ammirazione), post-hardcore.
Si parte con la sfuriata punk\hc della title track, violenta e veloce, nella migliore tradizione di Black Flag e Discharge, passando per il terzetto principe di questa piccola gemma grezza, ovvero Self Taught Infection-Reasons To Hide-Black, tre song che guardano in avanti, chiave di volta per l’inizio dell’evoluzione che avverrà nell’album successivo e prenderà forma con Souls At Zero. Alle classiche sfuriate, vanno ad aggiungersi pericolosi rallentamenti sabbathiani, giostrati in maniera sublime dal basso abissale Edwardson. S-T.I è il prototipo, scarna ma efficace, Reasons To Hide viene impreziosità da vorticosi riff di chitarra, che si intrecciano e si inseguono, e Black porta tutto un gradino più avanti, presentata arpeggi di chitarra lugubri e toccanti, preambolo ci ciò che sarà negli anni.
Training è un assalto frontale che va oltre l’hc e lambisce lidi violenti di Slayer e thrash bay area in generale, che prosegue nella successiva Progress, dove è innegabile l’influenza dei primi Voivod, maestri nella composizione di trame pesanti ma ipnotiche e veloci al medesimo tempo. Stalemate rallenta i tempi riprendendo andamenti sulfurei quasi doom, e poi si arriva a un’altra perla dell’album, preceduta dalla veloce Bury What’s Dead, quella Geneticide, che da strumentale fa il verso addirittura al death metal grezzo ma di classe dei primi Entombed, forte del suo chitarrismo tagliente. Ingrown parte lenta e sofferta per poi esplodere nel finale come nella consuetudine dell’album, succeduta dalla grezzissima e furente United Sheep, e da quella Dominoes Fall che anticipa l’influenza successivamente più marcata degli Helmet. E l’album si chiude così in scioltezza con le bordate finali di Life On Your Knees e Grey, anche questa sorretta dal basso onnipresente di Dave. Scott Kelly è ancora un chitarrista novizio, che conosce quei pochi e basilari accordi, Edwardson mostra giàle sue capacità, ma tende ancora a perdersi nella tecnica fine a se stessa, James fa il suo modesto lavoro da batterista in erba e Salter si diverte a seguire ciò che fa Scott, ma niente toglie a quest’album la bellezza grezza e primordiale di cui è portatore. Non sarà un ascolto imprescindibile, ma del resto, a quei tempi, il trend del debut-album era quello, poiché era in seguito che la band doveva mostrare le proprie reali capacità, al contrario di ciò che accade oggi : un esordio perfetto e ben confezionato e poi il nulla.
Non sottovalutiamo quindi questo disco, soprattutto se si vuole davvero conoscere il souno Neurosis.
Questo è solo l’aperitivo. Il bello, beh, deve ancora arrivare.

Neuros

sabato 8 novembre 2008

Tomahawk - Tomahawk





anno:
2001

label: Ipecac recordings

Line up:
Mike Patton - voice, samplers
Duane Denison - guitar
John Stainer - drums
Kevin Rutmanis - bass

Tracklist:
01. Flashback
02. 101 North
03. Point and click
04. God Hates a coward
05. POP 1
06. Sweet smell of success
07. Sir, yes, Sir
08. Jockstrap
09. Cul de sac
10. Malocchio
11. Honeymoon
12. Laredo
13. Narcosis

Se dovessi provare a definire ed a sintetizzare la musica dei Tomahawk in una sola parola, credo che “raptus” sia quella più azzeccato, oppure potrei accontentarmi di un altro termine psichiatrico, ma sarebbe fiato sprecato. Prima di iniziare l’ analisi delle singole tracce di cui si compone questo lavoro, vi devo avvertire. Le mie parole saranno solamente la trascrizione su Word delle sensazioni e delle immagini che si formano nella mia testa (deviata dopo anni e anni di rock) quando ascolto un disco del genere. Puntualizzato ciò, caliamoci nell’ atmosfera ed iniziamo. Si apre il tutto con “Flashback”, intro inquietante che ricorda un serpente a sonagli che ci avvolge tra le sue spire, paralizzandoci e lasciandoci inermi ad aspettare il prossimo attacco. La voce di mike Patton è sibilante , per via dei toni che tiene bassi, quasi un sussurro prolungato, ma che ben presto si trasforma in un urlo spasmodico, mentre il veleno, dolce come nettare, ci è gentilmente offerto dalla chitarra di Denison. Una caratteristica del disco, oltre ad aver un leit motif (l’ ansia, la potenza, la claustrofobia celata dietro la magnifica struttura della melodia), è rappresentato dalla durata delle tracce. Tredici canzoni, di cui ognuna sfiora i tre minuti -chi più, chi meno- ma mai insipide e buttate a caso nella mischia, è incredibile come queste canzoni siano così efficaci e belle, da lasciarci a bocca asciutta quando ci accorgiamo che anche l’ultima nota è andata ed il disco è finito. E’ il turno di “101 North”: le risate iniziali non ci tranquillizzano, si ode una vocina che ricorda vagamente la “Rosemary’s Baby” dei Fantômas: spettrale, distorta ed allucinogena, grande merito va agli effetti di Patton. La colonna sonora prefetta per il classico triller in cui scompare un’ autostoppista. “Point and click” comunica affanno (qualche piccolo contatto con le sensazioni ambigue offerte dai dischi dei Tool, per intenderci), la voce ricorda gli ultimi dischi dei Faith No More (King for a day e Album of the year), con qualche aggancio meno sofisticato ai Jesus Lizard. God Hates a coward” è forse il pezzo migliore di tutto l’ album, dove Mike usa due timbri vocali. Il primo ci ricorda la trasmittente usata dagli steward sugli aerei, per le comunicazioni di emergenza, mentre nel ritornello usa gran parte della sua potenza lirica per caricare ancora di più l’ ascoltatore, mentre il gruppo realizza una trama sonora fittissima, più intricata della ragnatela in cui cadono le povere mosche. E indovinate chi fa la parte del predatore in questo vortice che ci risucchia al suo interno? Non si sono appigli, lasciatevi cadere. Come se non bastasse arriva “POP 1”, in cui la batteria scandisce il tempo come infiniti granelli di una immaginaria clessidra, inesorabile ed interminabile. “Sweet smell of success” è una suadente ninna nanna, che nasconde un pericolo, uno dei pezzi più alti del disco, che ricorda “Album fo the year” ed in particolare un pezzo come “Ashes to ashes”. Il feedback finale è la ciliegina sulla torta. “Sir yes Sir”, traccia con un groove incredibile è caratterizzata da un grandissimo pezzo di basso che regge tutta la baracca. E’ un pezzo quasi-crossover con voce ed urla veloci e brutali. “Jockstrap” è inquietante, sembra un macabro musical, in cui la chitarra ci punzecchia con malignità indossando un ghigno divertito. “Cul de sac”, è un carillon rotto, “Malocchio (che ci ricorda che Mike è molto superstizioso, infatti indossa sempre un cornetto d’ oro come portafortuna) è una forma raffinata di tortura. “Honeymoon” ricorda il sound delle colonne sonore dei film di fritz lang e di alcuni capolavori del Calibro di cape Fear e Twin peaks. “Laredo” è una delle prove più entusiasmanti della bravura di Denison, perforante ed accecante nel puro stile Jesus Lizard. “Narcosis” ci lascerà perplessi,
perché sembreranno dei canti gregoriani eseguiti da bonzi tibetani, mentre la sezione ritmica inesorabile ci ricorda che il disco è finito. Ma badate bene, dopo aver ascoltato una perla del genere, vorrete averlo in loop fisso nel vostro impianto, perché sarete così masochisti da voler dire “ancora, ancora, ancora”.



Sgabrioz

domenica 2 novembre 2008

Isis: Oceanic (2002)



Etichetta:
Ipecac Recordings

Anno:
2002

Tracklist:
"The Beginning and the End"
"The Other"
"False Light"
"Carry"
"-"
"Maritime"
"Weight"
"From Sinking"
"Hym"

Line up:
Aaron Turner - guitar, vocals
Bryant Clifford Meyer - electronics, guitar
Jeff Caxide - bass
Michael Gallagher - guitar
Aaron Harris - drums

Era l’anno 1996 quando sulla scena pe(n)sante irruppe Through Silver In Blood, il lasciapassare dei Neurosis verso il gota della musica estrema. A Boston, ovvero sulla posta opposta ai sei di Oakland, alcuni amici rimasero talmente folgorati dal suddetto album da mettere su una band che ne ricalcasse le orme. Era il 1997 e le coordinate erano quelle neurosisiane e dello sludge più marcio.
Le liriche erano già qualcosa di profondissimo all’uscita dell’ep omonimo e Mosquito Control.
L’evoluzione era nel loro dna e crebbero, crebbero in maniera tale da sfornare dopo pochi mesi due capolavori assoluti come l’ep Sawblade e il primo full-length : Celestial. Questa band risponde al nome di Isis, e il suo leader maximo Aaron Turner, in seguito capo anche della straordinaria Hydrahead Recordings, è il genio che si cela dietro il concept del loro album di consacrazione, un album feroce e intimista, capace di commuovere e sbalordire, di spazzare via ogni dubbio su chi sia la band erede dei Neurosis : questo e oltre è Oceanic.
A parere di chi scrive questo è il punto di non ritorno dell’odierna scena post-hardcore/rock, capace di influenzare una quantità impressionante di band, e non stiamo parlando di sconosciuti, ma da annoverare ci sono gruppi del calibro di Cult Of Luna, Tides, The Other Side Of The Sky, Pelican.
L’esplosione mediatica della band è avvenuta con l’ultimo In The Absence Of Truth, album sicuramente straordinario, ma se ascoltato in parallelo con questo capolavoro, non regge il confronto. L’esplosione mediatica ha portato gli Isis alla ribalta, ma ha fatto perdere di vista il genio puro che si celava dietro due album imprescindibili come Oceanic, appunto, e il precedente Celestial, dove davvero è stata apportata una ventata di freschezza a un movimento che rischiava di inciampare nell’auto-contemplazione dei canoni neurosisiani.
Per prima cosa l’artwork, a opera dello stesso Aaron Turner, riporta alla luce il tema dell’acqua, affrontato in Red Sea e Celestial. Acqua come simbolo purificatore, ma acqua anche come punizione, dove annegare, dove perdersi, dove abbandonarsi all’oblio.
Il tema portante è quello dell’amore, amore (in parallelo con l’acqua) come salvezza e perdizione, in quanto si narrano le vicende di un uomo, che, sull’orlo del baratro, riesce a riavvicinarsi alla vita grazie all’incontro con la sua anima gemella, ma è un amore tormentato, poiché egli non sa che la donna amata, ha già da tempo un legame con suo fratello, e la disperazione sarà tale che...
...ma partiamo dall’inizio : The Beginning And The End.
L’inizio e la fine. Lì, in apertura di album. E Aaron Harris ad aprire le danze con un semplice intro di batteria, che da il la alle chitarre di Clifford e Gallagher, chitarre dal sapore rock, un rock inedito, quasi classicheggiante, ma che con il passare si trasforma, con un onda in balia del vento, e diventa un riff possente, sofferto, sul quale svetta la voce roca di Turner, E come l’onda arriva, sparisce, lasciando spazio ad andamenti circolari che faranno la fortuna delle band a venire. Arpeggi e riff sovrapposti, che si spengono e ricompaiono, come la luce di un faro e in lontananza, illuminata dal fascio, si staglia la figura di Maria Christopher dei 27, guest che incarna l’anima gemella, ed ecco che dolce e sensuale arriva l’abbraccio con il suo lui, un abbraccio amaro, perché in fondo, nasconde un sentimento di pietà, non d’amore, e le chitarre son lì a battere sul cuore di entrambi, pulsanti più che mai, quadrate, ossessive, illusione e sogno:

The water flies
Over his head
You are me now
As you lay on my bed
This is what he'd always known
The promise of something greater beyond the water's final horizon

E l’abbraccio si sciogie in un finale dove fanno capolino l’elettronica e i campionamenti, ma più fisici e meno eterei di quelli dei Neurosis, quasi trip-hop se vogliamo, poggianti sul post-rock più fluido e incisivo.
E The Other nuove chitarre ipnotiche ci portano all’interno della mente della donna, lei che sa, sa di sbagliare, di illudere con ogni sua parola o gesto, sa che il suo cuore è già impegnato, in un triangolo che odora già di disastro, poiché il sangue è lo stesso tra i due contendenti, fratelli. E le chitarre urlano, Aaron urla, come mille voci nella sua testa, che paiono provenire dalla sua coscienza, dall’innamorato, dal suo amato, ognuno che si scaglia contro il nulla, ognuno che in fondo sa che qualcosa non potrà andare per il verso giusto, poiché l’altro è l’inizio…della fine.
E in un finale epico ed evocativo, dove le vocals si fanno pulite e lontane, le urla cessano e si fa il largo il silenzio.
False Light ci riporta nuovamente nel cuore apparentemente ricucito dello spasimante, resuscitato dall’amore che pare quasi una tempesta, tempesta di emozioni, che lo porta all’abbandono totale, lo rende cieco, nient’altro è l’epilogo se abbagliati da una luce falsa. Una luce che abbaglia, violenta, come i riff del trio Turner, Clifford, Gallagher, che roboanti, ci portano trai i desideri più reconditi, quasi a lacerare gli strati di mente formatisi nel corso degli anni, e raggiunti, scopriamo una quiete ritrovata, dove il basso di Jeff fa da padrone, insieme alla batteria di Harris che leggera sovrasta gli altri strumenti, lasciando spazio solamente alle distorsioni lontane delle tre chitarre, sussurro di speranza nella quale perdersi:

Hold his hand and crush it
The depth of the charm is infinite
Discover bliss and serenity in drowning

E l’acqua è lì a vigilare su ogni cosa, silente e infinita, e i sussurri che si presentano alla fine della canzone, fanno da preludio a Carry. Distorsioni lontane e pochi accenni di batteria, rintocchi di piano, ecco, questo è il mare, un mare notturno e buio, sopra il quale si specchiano le stelle e la loro astrale luce, un mare dai ricami drone e ambiente, che si tramuta in sussurro di classe post-rock con piccoli riff elettrici che donano vita alla compsosizione, quasi come una leggere brezza che accarezza la superficie. Ma nelle profondità le correnti sono fortissime, sempre, è un’apparenza che inganna quella della superficie, poiché è sotto che tutto accade, una metafora che richiama il velo di Maya, e infatti i riff tornano a essere graffianti nel finale, maligni come la voce di Aaron.
I due minuti sintetici di sono esempio perfetto di questa illusione (influenza Neurosis), campionamenti marini che finiscono in loops noise e distorti.
Maritime invece è un sogno a occhi aperti, arpeggi soft e dolcissimi che si adagiano sopra delle keys delicate e d’atmosfera, un brano che riporta a galla sentimenti puri e positivi, un brano che in mezzo a tale intreccio lirico-musicale, pare essere uno scoglio riparato dove riposare in vista di tempeste future. E infatti arriva Weight che è una sentenza, un amarissimo spazio di quiete che esplode nel finale, fatto di poche parole, ma pesanti come macigni, prologo di una tragedia che ormai sembra essere vicina, di rivelazioni che stanno per arrivare e faranno male, che penetreranno nella carne e nell’anima, e a poco servono le vocals soavi di Maria e gli arpeggi del combo per smorzare l’atmosfera e ritmi tribali di Harris, non riescono a celare l’alone di catastrofe che arriva nel finale:

All in all in, all in a day
A day it changes everything

Ciò non toglie che il finale sia tra I più belli e toccanti del combo di Boston dove vengono ripresi gli arpeggi iniziali di False Light.
E proprio la vicinanza con la luce falsa permette al dolore di sovrastare ogni cosa in From Sinking.
La verità viene a galla, e lacrime salate lambiscono l’anima, come i riff che sono taglienti e abrasivi, scrostando via le recenti tracce di felicità, vernice fresca facile da portare via, e allora via, correre verso il mare rimane l’unica certezza, riavvicinandosi a un momento che pareva essere cancellato via, e invece eccolo, solenne e distorto come il basso di Jeff e la batteria di Harris, emozionante e drammatico, lento, meditato, gli arpeggi di chitarra sono lì per quello, per fare da contorno, per rendere il tutto meno struggente, come se fosse giusto, se fosse l’esito adatto a tutta la vicenda, e allora lui si avvicina alla riva e si immerge nell’acqua spegnendo ogni sua speranza tra le onde (riferimento all’Odissea):

Like liquid was the sadness
Until into the light he stepped
In this truth he knew himself to be
From sinking sands he stepped into lights embrace

E il roboante finale spegne le luci sulla violenza consumatasi, lasciando spazio al finale di Hym.
L’epilogo, un finale che era chiaro fin dall’inizio. Ed ecco allora che tutti gli assi di cui dispone la band vengono riposti per l’ultima volta sul banco : gli arpeggi dei tre chitarristi, le vocals sofferte di Aaron che fanno duetto con quelle pulite di Clifford, le loro chitarre che si fanno elettriche e mastodontiche, si rincorrono e si immergono nell’acqua, si fanno solenni, come la batteria di Harris, lenta e precisa e l’onnipresente basso di Caxide. Il finale è epico all’inverosimile, anticipando le ultime cose di Jesu e Vanessa Van Basten, in un caleidoscopio di suoni che scivolano via, guidati da poche e immortali parole, a chiusura di un album capolavoro, ineguagliabile:

Love flows fears no window minds time oceanic
Dissolve me
His own light, now it's gone
The thirst came on
And it came on in waves
He would dream of cells swollen with water
Blank memory washed away
Swallowed whole through eyes and teeth
Neuros

sabato 1 novembre 2008

Dillinger Escape Plan - Miss Machine (2004)


Etichetta: Relapse Records

Anno: 2004

Tracklist:
1.Panasonic Youth
2.Sunshine the Werewolf
3.Highway Robbery
4.Van Damsel
5.Phone Home
6.We Are the Storm
7.Crutch Field Tongs
8.Setting Fire to Sleeping Giants
9.Baby's First Coffin
10.Unretrofied
11.The Perfect Design


Line up:
Benjamin Weinman - guitar
Brian Benoit - guitar
Chris Pennie - drums
Greg Puciato - vocals
Liam Wilson - bass guitar

Cinque anni. Cinque anni son passati dal primo full-length della band, un album che rispondeva al nome di Calculating Infinity, un fulmine a ciel sereno che colpì l’intero panorama estremo, portando alle masse quello che era il nascosto movimento math-core. Erano i Dillinger Escape Plan.
Cinque ragazzi giovanissimi, all’epoca poco più che vent’anni, che riuscirono a fare proprie le gesta di band seminale come Deadguy, Coalesce e Converge, portando il tutto a un livello superiore di tecnica, di impatto, di nichilismo sonoro. Un album che entrato subito a far parte nella storia del genere, divenuto subito eredità gravantesulle spalle della band, appesantitasi dall’ep più famoso della band, quell’Irony Is A Dead Scene, dove al microfono si divertiva un personaggio come Mike Patton, che sostituiva temporaneamente il defezionario vocalist originario, Dimitri Minakakis, la “gola” della band. Un periodo travagliato per la band, anche per via dell’incidente accaduto ad Adam Doll, bassista della band, paralizzato agli arti inferiori in seguito a un incidente automobilistico. Tanti turnisti in sede live, tra cui anche Sean Ingram dei Coalesce, finchè non ricevettero una demo-tape da un giovane di nome Greg Puciato. Fu un nuovo inizio.
Capace di soluzioni varie sul piano vocale, e con predisposizione all’utilizzo dell’elettronica Puciato era il vocalist che serviva alla band per rilanciarsi. Le prove erano andate bene, ora il pubblico li attendeva al varco, Miss Machine fu il loro nuovo biglietto da visita.
Panasonic Youth è una scheggia di vetro che si infila nell’occhio e inizia a infiltrarsi per tutto il corpo, devastando ogni cosa, il riffing è cambiato, i tempi son meno quadrati, a prevalere sono i solos delle chitarre supportati dal drumming Lombardiano di Chris Pennie, e soprattutto Puciato si dimostra un vocalist cazzuto come pochi altri, devastante come una belva, e capace di giostrare anche gli spazi meno tirati, che arrivano dopo un breakdown imponente, dove l’elettronica e il basso jazzato di Liam Wilson ne fanno da padroni, sfociando in solo che definire schizofrenico è un eufemismo, in un finale che spezzerebbe le gambe a un elefante. La band non sembra volere cedere di un millimetro scaraventando in faccia una mazzata come Sunshine The Werewolf, che dopo un inizio memore dei primi lavori si lancia prima in un intermezzo FNMoriano, e poi in una frenetica discesa verso l’insanità mentale, dove Greg si dimena, tra scream e urla più propriamente punk/hc, mentre Chris fa vedere come si utilizza un pedale. Poi è di nuovo quiete, dove le chitarre acustiche di Benjamin e Brian si dilettano limpide, per poi esplodere in un crescendo finale quasi disperato, meno frenetico, più UMANO. Ecco che iniziano a emergere i nuovi D.E.P.Il proiettile di Highway Robbery è di una malvagità unica, con Puciato che si diverte a fare il verso a Patton, senza rientrare nella marmaglia di quelli che invano hanno tentato l’impresa, dimostrando nel ritornello di possedere una voce unica, capace anche di fare gli occhioni dolci.
Van Damsel si muove sui lidi di Calculating Infinity, un soun più corposo e nevrotico allo stesso tempo, con riff martellanti, con un istericissimo Puciato, che da fuori di sé. La novità sono i riff simil-death del finale, che donano un carattere apocalittico alla canzone, questi sono i Dillinger, una macchina programmata per razziare ogni cosa, per fare piazza pulita, e le distorsioni che chiudono le danze ricordano a tutti che loro devono disturbare.E dalla scia di questa traccia si arriva a uno dei punti più alti dell’album Phone Home.
Campionamenti elettronici, rumori industriali di sottofondo, e un sound di chitarra ovattato che si muove sibilante nel sottofondo, mentre Greg pare cantare con lo sguardo di un matto, con gli occhi spalancati e la bava alla bocca. E improvvisamente esplode di rabbia, secca come il riffing, ma con occhio alla melodia, sempre. La canzone cresce irretibile, è come andare sulle montagne russe appositamente per vomitare, però piace, e va bene così, eliminare ogni scoria di follia, ma è impossibile e la frustrazione del finale è infatti tutto questo.
We Are The Storm è una furia cieca con un preziosissimo intermezzo acustico, pacato, un sogno in mezzo a tanta devastazione, dove Puciato si improvvisa cantante leggiadro, ma di cui non ci si può fidare, perché nel finale si riprende a martellare sulle ferite aperte e Cruch Field Tongs, elettronica e fredda, porta al secondo singolo dell’album, Setting Fire To Sleeping Giants. Inizio pacato, jazzato, con l’elettronica di sottofondo e nuovamente lo spettro di Patton, e questa volta l’esplosione è meditata, comprensibile, sfocia nel ritornello migliore dell’album, tutto da cantare, si proprio così, cantare a squarciagola. L’intermezzo di jazz puro è qualcosa di strabiliante, che si strappa le dorate vesti e cambia d’umore, divenendo un incubo lacerante, ossessivo, con un Chris sugli scudi.
Baby’s First Coffin è la nevrosi messa in musica, la prima canzone con Puciato alla voce, presente nella colonna di Underworld, dove i loops elettronici di sottofondo disturbano, ma poi arriva Greg con tutta la sua cristallina grazia, in un finale da far strappare i vestiti a qualsiasi sentimentalone.
Poi arriva lo spettro degli At The Drive-In, un passaggio talmente veloce che scivola via.
Ma per chi è in cerca di emozioni forti, la band serve il piatto di Unretrofied, la loro canzone “pop” per eccellenza. Chitarre meditate, basso trip-hopposo, escursioni di piano e un ritornello strappalacrime :

“I'll just fake it in the end just save it for a new song and leave dead in the end time is wasted inthe end wood paneled wagon carpool dragons killing me again”

Deflafgra per un momento, ma è solo disperazione, poi c’è la resa, l’abbandono. In un finale che definire toccante è poco. I Dillinger che suonano così, sfiorando i sei minuti, sì, sono cambiati.Peccato che l’album non finisca qua, ma invece il sipario è calato da The Perfect Design, grande canzone, in linea con i loro standard però, che niente aggiunge e nulla toglie a questo grandissimo album, forse, forse, il migliore della band, Patton o non Patton.
Neuros

venerdì 31 ottobre 2008

Converge: No Heores (2006)


Etichetta: Epitaph

Anno: 2006

Tracklist:
01. Heartache
02. Hellbound
03. Sacrifice
04. Vengeance
05. Weight Of The World
06. No Heroes
07. Plagues
08. Grim Heart / Black Rose
09. Orphaned
10. Lonewolves
11. Versus
12. Trophy Scars
13. Bare My Teeth
14. To The Lions

Line up:
Jacob Bannon - Vocals, Lyrics, Visuals
Kurt Ballou - Guitar, Vocals, Bass, Keyboards, Percussion, Theremin
Nate Newton - Bass, Vocals
Ben Koller - Drums, Percussion
Jonah Jenkins - Vocals, guest vocals on Grim Heart/Black Rose


Anno 2006. I Converge sono tornati. E già questo è un evento. Sì perché nonostante il titolo dell’album, il gruppo di Boston può ambire, se non al titolo di eroe, perlomeno a quello di paladino di un certo tipo di musica pe(n)sante, insieme a pochi altri eletti del calibro di Neurosis, Botch (rip) e DEP.
No Heroes ha il difficile compito di continuare a sorprendere la platea hardcore internazionale dopo la pubblicazione di perle mutanti come Petitioning The Empty Sky, Jane Doe e You Fail Me. Impresa assai ardua. I Converge in questi anni sembrano aver spaziato un po’ ovunque lungo la direttiva post/metal-hardcore e sbalordire di nuovo tutti con qualcosa di completamente innovativo è probabilmente troppo, anche per loro. Ci si affida allora alla classe dei singoli componenti, quella davvero infinita.
Sul display iniziano a scorrere i secondi e Jacob Bannon e soci non si fanno attendere, il poker d’apertura è da infarto. Heartache-Hellbound-Sacrifice-Vengeance. Prendete la violenza terremotante di Jane Doe (chi ha detto Concubine/Fault And Fracture?), la crudezza e pulizia sonora di You Fail Me e shakeratela con un po’ di vetriolo e acido muriatico. Il tutto in poco più di 5, ripeto e scandisco, c-i-n-q-u-e minuti.
Weight Of The World ci permette di rifiatare in attesa di uno degli highlights del disco: No Heroes.

In vein and valor
Be what they fear
Their days are over
Our nights are here
With hate and heartache
I'll strike you down
With rage and rapture
I crush your crown
No more gods
No more graves
No more love
No more hate
No more heroes
No more no more
In my world of enemies
I walk alone

Uno degli apici compositivi di questo fenomenale gruppo. Un trattato su come si debba scrivere una canzone dotata di cazzi e controcazzi. Il testo, come la musica, è diretto al cuore dell’ascoltatore, senza lasciare spazio a inutili fronzoli. E il resto della concorrenza post e dintorni è, ancora una volta, messo dietro in scioltezza.
Plagues ci striscia malefica sotto la pelle con le sue chitarre prese di peso dal calderone stoner/metal. Arriviamo a Grim Heart/Black Rose, il cuore dell’album. Ad accoglierci a braccia aperte troviamo Jonah Jenkins, cantante dei Milligram. L’atmosfera si fa, se possibile, ancora più pesante. E’ un tipo di violenza diametralmente opposto a quella proposta in apertura. E’ una violenza frastornante, psicologica e psicopatica. Le chitarre sono acide e i colpi di batteria pesano come macigni sulle spalle di un mondo che crolla a pezzi giorno dopo giorno. Sul finire del pezzo ritroviamo Jacob Bannon a prenderci per mano e affossarci nella sua personalissima spirale discendente. Un’esperienza psicofisica più che un semplice ascolto.
Neanche il tempo di riprenderci e Orphaned si abbatte fra capo e collo con la violenza di vecchi brani metalcore come Albatross o Buried But Breathing,i Converge non si sono scordati il loro passato.Lonewolves e Trophy Scars fanno abbassare la lancetta sul contachilometri ma non l’impatto sonoro, sempre devastante. Versus e Bare My Teeth pigiano invece decisamente il piede sull’acceleratore facendoci schiantare con i loro testi nelle coscienze marce che dominano l’odierna società, indipendentemente che si tratti di rapporti fra singoli o di masse.
To The Lions chiude alla grande un lavoro che probabilmente rimane un gradino sotto ai capolavori storici (almeno due) del gruppo, ma che può benissimo fungere da summa di quanto proposto fin qua, dato che i richiami al passato, come si è visto, non mancano. Per finire, due menzioni d’onore. Una sicuramente a Jacob Bannon. Screamer di livello 5 stelle (alla faccia di chi si lamenta perché fa solo quello!!) oltre che scrittore di testi incisivi come pochi. Proprio le liriche stavolta sembrano aver preso un maggiore peso “sociale” rispetto al passato, spostando leggermente l’obiettivo dalla classica analisi di rapporti interpersonali e stati d’animo singoli. L’altra va a Kurt Ballou, eccelso sia nelle vesti di chitarrista sia, come al solito, in quelle di produttore. Proprio la produzione infatti gioca un ruolo fondamentale nell’economia del disco, permettendo al gruppo di esprimere nella maniera più pulita e cristallina possibile tutta la sua classe.

Alessandro Sacchi =KG=