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mercoledì 20 maggio 2009

The Rolling Stones - Beggars Banquet (1968)





Anno:
1968

Etichetta:
Decca Records - ABKCO


Line - up


Mick Jagger - vocals, backing vocals, harmonica
Keith Richards - acoustic and electric guitar, bass, vocals
Brian Jones - acoustic slide guitar, backing vocals, sitar, tamboura, mellotron, harmonica
Charlie Watts - drums, percussion
Bill Wyman - bass, backing vocals, percussion

Track list

Sympathy for the Devil
No Expectations
Dear Doctor
Parachute Woman
Jigsaw Puzzle
Street Fighting Man
Prodigal Son
Stray Cat Blues
Factory Girl
Salt of the Earth


Dopo il tentativo (direi riuscito, anche se non pienamente) di staccarsi dai groppi beat dell'epoca con l'album Aftermath e la voglia di maturità artistica con l'album Their Satanic Majesties Request (non un brutto album, ma la psichedelica non fa per i loro, soprattutto in un periodo in cui questo genere stava definitivamente prendendo il volo) i Rolling Stones sono alla ricerca di una collocazione. Decidono di farlo con Beggars Banquet, desiderosi di ritornare sguaiati, irriverenti e stradaioli come qualche anno prima. Ripartono dalla strada. Paladini degli abitanti della strada, delle persone comuni. Per sedare un po' le varie anime della band viene assunto, come produttore, Jimmy Miller, che aveva già lavorato con i Traffic (tra l'altro, un membro dei Traffic è presente in questo album) e Spancer Davis Group. Tutto ciò, andò a scapito di Brian Jones, già caduto in una forte depressione a causa della ricerca di un ruolo preciso nella band, il tutto accentuato da droghe e abusi vari. Infatti il suo contributo all'album sarà minimo, o per lo meno non a livello degli album precedenti (morirà solo 7 mesi dopo l'uscita dell'album).
Già dalla copertina si evince la dimensione e l'abito del disco: un bagno sporco, dismesso e con le mura imbrattate a più non posso. Infatti la copertina fu censurata e fino al 1983 la cover fu un foglio bianco dove sopra fu stampato, con caratteri eleganti, il nome del gruppo e dell'album. In basso a sinistra fu stampata la parola R.S.V.P. Abbreviazione del francese, Répondez s'il vous plait.
Qualche riga sopra parlavo del desiderio dei Rolling Stones di ritornare sulle strade. Ecco infatti Sympathy for the Devil, vero manifesto satanico al ritmo di samba, nonché uno dei singoli più noti del gruppo. Basso pulsante, Jagger a recitare nelle vesti del diavolo (Proprio come se ogni poliziotto sia un criminale ed ogni peccatore un santo/Come capo e coda/Chiamatemi solo Lucifero/Perchè ho bisogno di un limite /Quindi se mi incontrate /Abbiate un po di gentilezza /un po di compassione /ed un pizzico di tatto /Usate tutta la vostra diplomazia ben assimilata /o porterò la vostra anima alla perdizione). Finale in jam sessions, dove svettano i riff taglienti e sbilenchi di Richards (non da meno le secondi voci in un uh hu hu che ha fatto storia e il piano di Hopkins).
Se il diavolo arriva, le persone normali se ne vanno. Questo è il tema di No Expectations, altra chicca acustica, dove i 4 elementi (la chitarra acustica di Richard, quella slide di Jones, il piano di Hopkins e il basso di Wyaman) riescano ad evocare semplicemente, ma in maniera magistrale il senso dell'abbandono e della partenza.
Altra canzone, altro cambio d'anima. In Dear Doctor viene fuori la vena country (sound che verrà ripreso nel successivo Let It Bleed), canzone ironica che tratta di un tizio che va dal dottore perchè deve sposarsi ma poi scopre che la sua sposa è scappata con suo cugino e sentendosi così notevolmente sollevato.
In Parachute Woman ritorna il tema (già trattato in Aftermath) della donna vista ora come angelo ora come puttana. Qua siamo per la seconda versione, la donna paracadute, capace di arrestare e di raccogliere tutte le passioni e i desideri di un uomo. Blues stradaiolo più che mai, con un Richards preso a disegnare grezzi riff concentrici impreziositi dall'armonica di Jagger.
La successiva Jigsaw Puzzle è dominata dalle visioni di una persona intenda a rimettere insieme il suo puzzle appunto, composto da una varietà infinita (il gangster, il cantante, il vescovo, solo per citarne alcuni) di persone che nella vita privata sono l'esatto opposto della loro vita pubblica. Lo schema è musicale è sempre il solito. La leggera batteria di Watts, le due chitarre, una acustica, una elettrica, di Jones e Richard a duettare sopra il basso di Wyman con il piano di Hopkins libero di fluttuare tra tutti gli strumenti.
Il '68 è anno di rivolte e di agitazione giovanili e da qui nasce Street Fighting Man. L'iniziale riff di Richards (vero marchio di fabbrica della band, riprende nel mood quello di Jumpin Jack Flash, pezzo singolo uscito a maggio del '68 e poi tenuto fuori dal disco), la batteria “da marcia militare” di Watts, il redivivo Jones che suona il sitar e le parole di Jagger (Amico, sento dappertutto il rumore dei piedi che marciano e che caricano perche, amico, l'estate è arrivata ed è il momento giusto per combattere per le strade ma cosa può fare un povero ragazzo se non cantare per una rock n roll band Perche in una Londra che dorme non c'è spazio per un combattente di strada, no! ) ne fanno sicuramente una delle canzoni più massicce e impegnate dei Rolling Stones.
Prodigal Son è un adattamento di That's No Way To Get Along di Robert Wilkins, veloce canzone country folk. Con Stray Cat Blues ritorna il blues. Un blues sinuoso, che narra le sensazioni e le emozioni di un adescatore di minorenni. La canzone si snoda tra l'ennesimo straordinario giro di basso di Wyaman, con un un Richards impegnato in una serie di riff assordanti e stridenti. L'insaziabile Jagger sussurra nel microfono (Scommetto che tua madre non sa che mordi così. Scommetto che non ti ha mai vista graffiarmi la schiena). Un attimo di silenzio, le percussioni di Watts e poi la band si rimette in moto in un finale da leggenda, con tutti gli strumenti perfettamente allineati e fusi in un suono unico. Factory Girl è un altro pezzo country-folk sullo stile di Prodigal Son, ma il finale è tutto per Salt Of The Earth, dolce ballata (ancora su gli scudi il piano di Hopkins) che va a chiudere il cerchio, grazie al coro gospel sul finale, con la voglia di popolo, di strada, di persone umili che traspare da tutto il disco.
Brindiamo alle persone che lavorano duramente. Brindiamo al Sale della Terra. Brindiamo ai due miliardi di persone. Pensiamo agli umili.



Sciarpi.

lunedì 18 maggio 2009

Rolling Stones - Aftermath (1966)





Anno:
1966

Etichetta:
Decca Rec.



Line - up
Mick Jagger - Vocals, harmonica

Keith Richards - Guitar, vocals

Brian Jones - Guitars, marimba, bells, dulcimer, sitar, harpsichord, harmonica
Charlie Watts - Drums, percussion, marimba, bells

Bill Wyman - Bass, marimba, bells, piano, organ, harpsichord

Track list
1. Paint It, Black

2. Stupid Girl

3. Lady Jane

4. Under My Thumb
5. Doncha Bother Me
6. Think

7. Flight 505

8. High and Dry

9. It's Not Easy

10. I Am Waiting

11. Going Home


Aftermath non è l'album più bello dei Rolling Stones, ma sicuramente è uno tra i più fondamnetali, sotto diversi aspetti. Il primo, quello più evidente, è la scrittura dei pezzi tutti a firma Richards/Jagger, binomino che firmerà da li in poi tutte le altre canzoni degli Stones. Il secondo punto è l'evidente rottura (sia a livello musicale sia a livello tematico) che questo disco vuol dare con il recente passato degli Stones. In questo album i Rolling Stones cercano di togliersi l'etichetta di gruppo beat, di gruppo facente parte della British Invasion. Volevano togliersi di dosso i primi anni '60, di distaccarsi dai Beatles e di affondare ancora di più nel blues. Così come un anno prima per Beatles (vedi Rubber Soul, uscito nel 65), i Rolling Stones avevano l'intenzione di creare un disco che avesse canzone legate da un preciso filo conduttore e non solo di singoli e hit da classifica. Non solo sesso, droga e rock 'n' roll ma anche un blues sporco, capace di offondare le proprie le proprie radici sulla strada: blues dei neri cantanto da bianchi. Non per questo si può considerare senza essere accusati di blasfemia, i Rolling Stones come il più grande gruppo blues-rock bianco (o rythem&blues se preferite). E questo Aftermath è il primo mattone. Ultimo, ma non meno importate, è la ricerca e il seguente utilizzo di strumenti non propri del rock. Qua sta tutta l'abilità di Brian Jones (qualità che sarà croce e delizia per la sua persona). Jones introduce nel gruppo l'uso del sitar (ispirato da George Harrison dei Beatles che lo incomincio a suonare proprio in Rubber Soul), oltre a suonare il dulcimer, le marimbas, l'armonica, la chitarra e le tastiere. Nel complesso è un disco semplice, ricercato più nella strumentazione che nel suono, ma allo stesso diretto, spiazzante con un messaggio ben preciso dall'inizio alla fine: la vità è sporca, l'illusione è male, la disillusione è bene ed è l'unica arma che ci abbiamo per salvare la pelle. Significativa è anche la copertina dell'album. Fino ad ora gli Stones nell'album si presentavano tutti e 5 in posa: lo sono anche qua, ma l'immagine è sfuocata a testimonianza che alla fine tutto è destinato a svanire. L'album si apre con Paint It, Black, una delle canzoni più belle del disco. La batteria marziale di Watts, mitigata dal sitar di Jones fanno da tappeto al canto ora ribelle ora malinconico di Jegger. La controrivoluzione dei Rolling Stones nelle parole di Jagger (I look inside myself and see my heart is black I see my red door and it has been painted black/Maybe then I'll fade away and not have to face the facts ), dove la vita non è macchine e colori primaverili (con riferimento all'età dell'Oro di Elvis), ma è solo un buco nero da dover far proprio, idealmente rappresentato dall'ipnotico giro di basso di Wyman. Anche la successiva canzone, Stupid Girl, è un manifesto contro la donna, dedita solo ad occuparsi di cose futile nella vita (vedi la canzone precedente). Sempre sugli scudi il duo Watts/Wyman, ma i riff secchi di Richards e la voce da oca nel ritornello di Jegger tolgono il senso di malinconia che si respiravca in Paint It, Black. Lady Jane è invece una dolce ballata d'amore, dove stavolta come protagonista è il dulcimer suonato da Jones. Il suono si sporca con Under My Thumb, dove Jones suona l'ennesimo strumento diverso, la marimba. Un Jegger guascone, firma un altro pezzo dove la sottomissione della donna e la sua inferiorità sull'uomo (tema che sarà uno dei capi saldi del nascente hard rock) la fa da padrone (Under my thumb/ The Girl who once had me down/ Under my thumb/ The girl who once pushed me around/ It's down to me.."). Doncha Bother Me e Think si possono legare insieme. Il primo un pezzo blues con tanto di armonica (ancora Jones), il secondo un pezzo blues-rock dove i 5 elementi raggiungo si equilibrano a vicenda, un modo di suonare che sarà ripreso anche negli album successivi. Flight 505 si apre con il pianoforte, ed è forse l'unica canzone dall'animo beat, ma è disordinata, scomposta: un aereo senza controllo in caduta libera (No idea of my destination and feeling pretty bad) . Altra chicca è il country blues di High and Dry, che insieme alla vivace Its No Easy, portano alla splendida I'm Waiting. Jones riprende un a suonar il dulcimer che insieme al basso di Wynam richiamano il disincanto di inizio album, espresso dalle parole di Jegger (I am waiting, I am waiting/ Waiting for someone to come out of somewhere ). L'album si chiude con Going Home, spettacolare canzone in free form di 11 minuti. Immenso il lavoro di Wyman al basso, precise le chitarre di Richards e Jones, con un Jegger che cavalca tutti gli strumenti con una prestazione vocale da incorniciare. Le pietre incominciarono definitivamente a rotolare...

N.B: la versione di Aftermath tratta è quella uscita in Usa. Nella versione inglese ci sono 3 canzoni in più (la prima la splendita Mother's Little Helper) e l'ordine delle tracce è diverso ma non c'è Paint It, Black.



Sciarpi.

sabato 16 maggio 2009

The Beatles - Revolver (1966)




Anno: 1966

Etichetta: Parlophone

Tracklist:
1. Taxman
2. Eleanor Rigby
3. I'm only sleeping
4. Love you to
5. Here, there and everywhere
6. Yellow submarine
7. She said she said
8. Good day sunshine
9. And your bird can sing
10. For no one
11. Doctor Robert
12. I want to tell you
13. Got to get you into my life
14. Tomorrow never knows

Con Revolver i Beatles affinarono ancor più la loro qualità migliore: il saper coniugare un sound che potessere essere ascoltato, o meglio accettato da chiunque con pezzi che spesso avevano comunque risvolti artistici di rilievo. I Beatles rimanevano un gruppo principalmente pop, più che rock: in ogni canzone di Revolver possiamo ascoltare un gruppo educato, composto, che in fase di compisizone partiva principalmente da una solida base melodica, e non si lasciava prendere la mano dalle folli jam che tanti altri gruppi stavano sperimentando. Nel 1966 il formato su cui esprimersi era diventato per tutti l' album (e i Beatles erano stati fra i primi ad intuirlo l' anno prima), ed in territorio pop il guanto di sfida al loro primato era già stato lanciato dai Beach Boys (pardon, da Wilson), a cui il quartetto di Liverpool non rispose con un prodotto così complesso e raffinato come Pet Sounds, preferendo piuttosto affidarsi a pezzi più sobri, su cui veniva dosata con parsimonia ogni singola idea. Il tutto fu poi condito da una produzione sontuosa, che garantì un appeal straordinario. Revolver è spesso ricordato come un disco psichedelico: in realtà lo è in parte, e non poteva essere altrimenti, visto quanto si espandeva la moda psichedelica, la passione per strumenti esotici e insoliti. I Beatles risposero con tre pezzi che mischiavano il gusto pop melodico a queste nuove affascinanti soluzioni: l' assonata (è il caso di dirlo) "I'm Only Sleeping", condita da un assolo in backward guitar, la tambureggiante "Love You To", che trasuda suggestione indiani non solo dal sitar ma anche dalle ritmiche, e la conclusiva "Tomorrow Never Knows", uno dei pezzi migliori del lotto, l' episodio che rappresenta al meglio la psichedelia vista dai Beatles. A fornire la giusta dose di acidità erano sempre e comunque gli sforzi fatti in produzione. Il gruppo cercava comunque di rimanere su territori ben conosciuti, ed su questi territori i pezzi che spiccano di più sono "Eleanor Rigby", canzone riuscitissima a livello melodico, tutta basata su archi e intrecci vocali, e "She Said She Said", un rock and roll poco abrasivo nel sound ma che osa (e colpisce) con alcuni cambi di tempo repentini. Per il resto, si cerca in tutti i modi di ricamare sul materiale a dispozione, robusto ma non trascendentale: "Got to Get You Into My Life" ha un incedere frizzante, grazie alla sezione di fiati, mentre "Good Day Sunshine" è arrangiata con pianoforte e handclapping. Idee centellinate per arricchire ogni singolo pezzo e farlo risalatare dallo sfondo di "normalità" su cui altrimenti si staglierebbe. Quando manca l' orpello che faccia risaltare il pezzo, la canzone colpisce di meno, ed ecco perchè "And Your Bird Can Sing" e "Doctor Robert" suonano come i pezzi sostenuti di turno, "Here, There and Everywhere" e "For No One" come le ballate di turno. La fortuna della musica dei Beatles rimane così legata alla qualità ed originalità della produzione. "Yellow Submarine" è invece l' episodio dove, invece, manca completamente la qualità del sostrato melodico: una cantilena elementare, quasi infantile, dove le intromissioni dell' orchestra e il successivo l' ingresso di alcuni campionamenti più rumoristici non serve a risolevvare il pezzo dalla sua aura di mediocrità, rendendolo anzi ancor più stucchevole. Revolver vendette tantissimo e di conseguenza entrò nella leggenda. Considerando che questo era da sempre l' obbiettivo primario dei Beatles, il disco centrò perfettamente il bersaglio. E a noi rimangono fra le mani 35 minuti di buona musica, nient' altro.


Seba.

venerdì 15 maggio 2009

James "Jimi" Marshall Henxdrix: breve guida all' ascolto.

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Are You Experienced? (MCA, 1967)

Una gavetta come sessionman di Wilson Pickett, Tina Turner, King Curtis e Little Richard (il quale si lamentava addirittura che il giovane Jimi gli rubasse il palcoscenico) , viene messo sotto contratto da Chas Chandler (ex Animals) , che nel regno unito gli fa registrare il primo disco. Partendo dalla cover di “Ehy Joe “ ,così sorprendentemente valorizzata dal chitarrista, in una veste Blues di alto stile. Uno stile che padroneggia benissimo, aggiungendo tecnica e cuore ( Red House, I Don't Live Today) il vero capolavoro è la superba “ Third Stone From The Sun” , fondendo anche le ritmiche jazz, Jimi crea una gemma di inestimabile valore artistico che regge perfettament eil paragone con tutto ciò
che la psichedelia aveva proposto in quegli anni. Un disco fondamentale per il Rock proposto in tutte le salse, richiami alla black music ( Highway Chile ,sempre sottovalutata, ha un Pattern che farà storia in materia) , e a radici tribali ( la convulsa Manic Depression e la ruffiana Stone Free dimostrano che il batterista Mitch Mitchell non era esattamente un elemento scenografico) . Come se non bastasse, centra riff che faran parte dell' ABC dei chitarristi che verranno ( Purple Haze e Foxy Lady in primis) e soluzioni artistiche che ispireranno il songwriting di artisti di più correnti ( 51st Anniversary tra l'altro sembra aver ispirato gli esordi anche dei The Cure) , inconfondibile il suo tocco anche quando la sua chitarra ,oltre che a colpire, vuole accarezzare orbite di dolci ballad (The Wind Cries Mary)

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Axis: Bold as Love. (MCA, 1967)

Forse non aveva tutti i torti il giornalista (è Noel) che nell'intro “EXP” ,annuncia l'avvento di un alieno (con tanto di effetti chitarristici che ne simulino l'atterraggio ) in un divertente gag con il chitarrista, per il periodo è assoluta avangarde. Dopo pochi mesi dal primo disco, l'album della triade che solitamente vien sottovalutato , il più tributario verso la musica nera . Eppure i risultati sono stupefacenti anche in questo caso. L'apertura è affidata alla languida “ Up from the Skies” ,jazzata nella sensualità pacata degli esperimenti del trio; che accelerano in “ Spanish Castle Magic” , dal ritmo contagioso e incursioni spettacolari delle 6 corde. Perchè quando Jimi si lancia nei suoi virtuosismi sa essere realmente devastante (“Ain't No Telling” ) , e non è nemmeno detto che ciò debba essere fatto in un contesto puramente rock, note magiche si disegnano nell'aria di “ Little Wing” , creando probabilmente l'atmosfera del brano più fascinoso e catartico della raccolta. Non mancano di certo i riferimenti all' hard blues (“ If 6 Was 9” e la titletrack, a tratti Crooneristica ) e al rock and roll revival ( “ You Got Me Floatin'” con tanto di coretti retrò e il falsetto di “ Wait Until Tomorrow” a narrare le vicende di due sfortunati amanti) . C è sicuramente più spazio per il bassista (ex chitarrista) Noel Redding , autore di una splendida prova nella sezione ritmica di “Little Miss Lover” e vocalist di “She's So Fine” (che in fin dei conti è il brano meno coinvolgente del disco, anche perchè Jimi si sa, non apprezzava molto che qualcuno lo sostituisse dietro al microfono). L'episodio più atipico del disco resta “ Castles Made of Sand” , tra chitarre registrate al contrario e un cantato/parlato vicino a ciò che una decina d'anni dopo si chiamerà sotto il nome di Rap.



Electric Ladyland (prima stampa, MCA 1968)

!Have You Ever Been To Electric Ladyland? The magic carpet waits for you so don't you be late “ , ed è bene che prendiate a cuore questo invito del chitarrista,se non avete mai ascoltato quest album, fatelo. Per capire come un disco rock può rimanere al passo con gli anni anche passati 30 anni, e certo non solo per la perfetta produzione di questo disco ( la perfezione dell'artista arrivava al rifare una take anche 50 volte per ottenere il suono che voleva) , ma per la continua ricerca nella contaminazione del blues, materia difficile, e lui nemmeno sapeva leggere gli spartiti. Non si direbbe però dalla splendida “Voodoo Child” (con Jack Casady al basso e Steve Winwood all'organo Hammond, i problemi con Noel erano già insanabili a quanto pare ) o alla frenesia di “Gypsy Eyes” . Un disco che possiede un dinamismo moderno anche nella scelta dei singoli ( vennero scelte la melodica “ Burning of the Midnight Lamp” e la trascinante “ Crosstown Traffic” , dedicata all'altra faccia della medaglia dell'esser idolatrati) e il gusto di legare con un filo immaginario le composizioni (psichedelia solista in “ Rainy Day, Dream Away”, e la chitarra sembra continuare una pregrassione solistica in “ Still Raining, Still Dreaming” , uan vera pioggia di note che proseguono oltre il cantato). Sicuramente tra i tre album,è il meno immediato, pezzi come “1983” ( suite lisergica che intavola un viaggio da 13 minuti sulle ali di sei corde e poderose rullate che delicatamente sfuma via sulla coda strumentale “ Moon, Turn the Tides...Gently Gently Away” , ha l'effetto di un anima che sembra dondolare tra un orecchio e l'altro dell'ascoltatore) .
Il trio di chiusura è monumentale, l'interessante effettistica in “House Burning Down” da strada alla spettacolare “All Along the Watchtower”, probabilmente una delle migliori cover della storia della musica, ricca di phatos e gravida di una tensione liberata da un orgasmico assolo finale, riarrangiata in maniera opposta al minimalismo Dylaniano. “Voodoo Child (Slight Return)” termina in capolavoro di circa 5 minuti di creatività esplosiva , senza schemi. È lo schema.

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Band Of Gypsys (MCA, 1970)
Tra beghe legali e la mafia dei Black Panthers , venne registrato quest album dal vivo . Il trio Black del momento, Hendrix affiancato da due stelle (Buddy Miles alla batteria e Billy Cox al basso ) . Ci sarebbe da contare i furti che negli anni successivi ci son stati nei confronti della jam di questo live, a partire dai funky riff di “Who Knows”(intorno al settimo minuto raggiunge l'apice ) , “Machine Gun” lascia dilatare un affresco di Rock scuola Cream, Blues imbevuto di psichedelia che supera i dieci minuti, citazioni testuali e musicali (rullate come proiettili, 20 anni prima di One dei Metallica) alla guerra in Vietnam. Distorisioni, Cori, buio. Il silenzio e poi è solo Jimi.
“Changes” ha un andazzo quasi country rivestito di elettricità e il tipico tocco della musica nera, trascinante e asciutto, tagliato solo dal wah wah , cantato da Cox. Udendo le prime note di “Power To Love”, ci si accorge ancora una volta dell'importanza del musicista di questa biografia, il primo minuto gli vale il conio del detto tipico “un intro Hendrixiano” , ne segue una giostra di jam tra il funk/blues e il folk, la sintonia è presente ed è palpabile. Come il gradimento della platea che quasi non si accorge di quanto la band abbia provato poco prima di esibirsi a questi livelli.
“ Message Of Love” è proposta nella sua versione più ispirata, genialità assoluta negli inserti solistici, merito anche del drumming di Buddy Miles, un vero metronomo. Il pubblico accoglie con entusiasmo la scelta di collaborare in “We Gotta Live Together” , un funky stomp celebra il brano, anche in questo caso, riuscito. Cox&Miles ripresero il tema della serata ,pubblicando “Band of Gypsys :return” anni dopo, intanto il marziano era tornato nel suo pianeta, ma resta un gran bel disco,con nuovi arrangiamenti,consigliato a chi ha gradito il primo evento.

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First Rays Of The New Rising Sun (1997)

Ebbene si, gli inediti degni di nota di Hendrix terminano con due album, pubblicati postumi, che insieme avrebbero fatto parte del nuovo disco di Jim, la carica selvaggia lascia spazio ad una vena decisamente più intimistica, e ovviamente non sappiamo di quanti pezzi l'artista avrebbe successivamente corretto:

Disco 1:
Rainbow Bridge
Ascoltando “Pali Gap” , oltre che a rimanere a bocca aperta per la naturalezza nella quale viaggia funambolicamente tra le note, noterete quanto il disco si distacchi abbastanza dal lavoro precedente (ad esclusione di “Earth Blues” con il suo coro gospel e “Dolly Dagger” sulla scia di Axis).” Room Full Of Mirrors” lavora duro su percussioni e sovraincisioni di chitarre che duettano anche con la stesso timbro vocale. “Hey Baby (New Rising Sun)” resta una della ballad più pregevoli del repertorio, melodicamente efficace già dai primi ascolti. “ Izabella” sperimenta tonalità più solari, arrangiata sotto i canoni della black music moderna e le affilate soluzioni di un plettro davvero infuocato. Quest ultimo diventa poi la luce nell ombra di alcuni brani che sembrano incompiuti , ma nonostante ciò,degni di nota : “Little Drummer Boy-Silent Night” e “ Hear My Train A-Comin'” ( undici minuti son sicuramente troppi) e il proto punk di “Stepping Stone” . Star Spangled Banner vien proposta in una versione più curata ( e meno affascinante della celebre versione storica)

Disco 2
Cry Of Love
Il disco più vicino al Soul della discografia, lo dimostra la carica “Freedom” e le venature rock di “Ezy Rider” , l'album è più morbido del suo “gemello”, riscosse un moderato successo commerciale (sarà anche perchè Mitch Mitchell torna in supporto dell'artista, e la zuccherosa “Angel” si più elencare tra le melodie più ispirate&catchy dell'artista) , confezionando al suo interno godibili brani con anche ottime intuizioni ( l' arpeggio di “Night Bird Flying” , la fantasia di “Astro Man”) che però infondo nulla aggiunge ne toglie alla memoria complessiva di Jimi (si sfiora il Lo-Fi con “Belly Button Window” )

Live&Disco Postumi&Amenità varie :
c è da dire una cosa, tra l'avidità di Chandler e una non precisissima legge sul Copyright del periodo, il mercato è stato letteralmente invaso di prodotti che catturino almeno una nota di Hendrix. Dalle Demo ai live, fino a giungere alle jam session e scarti di sovraincisioni. Dell' 80% di sta roba potete farne tranquillamente a meno (a meno che non vi vogliate ascoltare la trecentesima versione di Fire ,ecc ) ,vale la pena solo spendere due parole sui prodotti che solitamente sono più in risalto su questo diluvio commerciale e chicche varie:

Live At Woodstock : non penso devo aggiungere molto qui, esibizione spettacolare, graffiante, dal suono crudo. Da avere
In The West : fossi in voi,lo eviterei, ci sono inediti si, ma sembra si voglia davvero grattare il fondo di un barile che grida pietà.
War Heroes : vale il discorso fatto sopra. Ma se proprio dovete ascoltarvi uno dei due,vada per questo.
You Can Be Anyone -Timothy Leary : un occasione per sentirlo suonare il basso , l'amico Buddy Miles alle pelli, godibile.
Isle Of Wight: se ne parla sempre tanto, il Woodstock dei poveri, ma il concerto non andò bene, clima ostile, Jimi che non recupera la stanchezza dal viaggio, è un po' appannato...
Live at Berkeley- 2nd Show : decisamente meglio. Da avere
South Saturn Delta: è pure del catalogo della famiglia di Hendrix,ma non ne trovo il senso. In bilico tra una raccolta,inediti e due alternate version, ma prendere un disco per una nuova versione di All Along The Watchtower ,non so se convenga.
The Ultimate Experience: best of fatto come la faccia loro, da evitare.
BBc Session: in doppio disco, tutte le apparizioni di Jimi alla radio e televisione. Con cover inedite, Jingle per radio one per la stessa radio,intermezzi di intervista, e più spazio (una volta tanto) ai brani di Axis. Qualità ottima, da avere.

Live at Monterey: tour del primo disco, merita.
Concerts: raccolta,inutile.

The Jimi Hendrix Experience Box Set : 4 cd ( e se non erro, 1 dvd ) , il prezzo è alto, ma è il must per gli appassionati di alternate versions ,unrelased e live rari di brani. Qualità ottima.



Gidan Razorblade


giovedì 30 aprile 2009

DESERT SOUND vol. 3 third way to get a trip (Compilation in dl gratuito su Perkele.it)


DESERT SOUND III



Dopo i primi due volumi che hanno suscitato interesse in tutto il mondo, torna la compilation realizzata dall'unico portale italiano dedicato allo stoner, al doom e alla psichedelia Perkele.it. Lo staff di Perkele sta ultimando le selezioni per DESERT.SOUND Vol. III, il terzo capitolo dell'unica compilation heavy psych made in Italy. Segno di un panorama musicale in continua espansione, DESERT SOUND ha lo scopo di fotografare un'istantanea di una scena in continua evoluzione. Puro e bollente rock'n'roll, psichedelia, desert rock, doom, hard rock classico e asfissiante stoner sound si inseguono, coprendo a 360° le sonorità vulcaniche partorite dalla nostra penisola. Dopo i primi due capitoli - scaricabili gratuitamente - anche questo terzo volume sarà disponibile in download gratuito. Tanti gruppi interessanti, nuove scoperte e alcune guest d'eccezione. Restate sintonizzate e.... follow the smoke!
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The Italian stoner psych doom portal Perkele.it is proud to present DESERT SOUND Vol. III. The third chapter of the trip, a heavy-psych compilation made in Italy! Symptom of a musical panorama constantly growing, DESERT SOUND Vol. III is a hot n' awesome mix of pure and very rock'n'roll, acid psychedelic sound, desert rock, evil doom, hard rock and huge stoner sound, covering at 360° the volcanic sound produced by our peninsula! The compilation is a free download double disc, featuring incredible shots, new entries and special guest stars. Stay tuned and... follow the smoke!



Questi sono i 28 brani partecipanti, in ordine alfabetico:
ALCOHOLIC ALLIANCE DISCIPLES - Blues For The Heretic Confraternity Of Drinkers (6:02)
ATOMIC WORKERS - You (5:33)
BLACK RAINBOWS - Bulls & Bones (3:08)
BRETUS - The Only Truth (6:55)
COSMOTRON - Gila Monster (2:49)
DOOMRAISER - Vanitas (15:07)
ELECTRIC SWAN - In The Hush Of Daze (5:01)
EVILGROOVE - Smell The Burn (3:43)
EX - Stoned Wizard (5:30)
GANDHI'S GUNN - Lee Van Cleef (4:16)
GODWATT REDEMPTION - Pachiderma (7:08)
GRAND SOUND HEROES - Desert In A Drop (4:47)
GUM - Water (6:10)
L'IRA DEL BACCANO - Sussurri Di Nascita Celeste-Grateful To Jerry (8:29)
LIP COLOUR REVOLUTION - Smoking May Reduce The Blood Flow And Cause Impotence (3:50)
LOUD NINE - Golem (3:45)
MAD CITY ROCKERS ft. JOHN GARCIA- Stronger [Radio Web Version] (3:23)
MISTY MORNING - Astrosarcophagus (7:09)
MONTEZUMA - The Call Of Montezuma (6:17)
OAK'S MARY - Sexy Girl (4:28)
P. C. TRANSLATE - G(a)in Floor (5:21)
SESTA MARCONI - Skeletons Party (7:13)
TEVERTS - Shine (6:15)
THOMAS HAND CHASTE - Gotham (4:38)
THE BRAIN WASHING MACHINE - Ritual (3:35)
THREE EYES LEFT - Silentium Aurum Est (7:37)
TOMBOSLEY - Little Lover Big Gun (5:29)
ZIPPO - Ask Yourself A Question (5:31)

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mercoledì 29 aprile 2009

Toto - Toto


Toto - Toto

Anno: 1978 Etichetta: Columbia records

Tracklist: 1. Child's Anthem (D. Paich) - 2:46
2. I'll Supply The Love (D. Paich) - Voce: Bobby Kimball - 3:46 3. Georgy Porgy (D. Paich) - Voce: Steve Lukather - 4:09 4. Manuela Run (D. Paich) - Voce: David Paich - 3:54 5. You Are The Flower (B. Kimball) - Voce: Bobby Kimball - 4:11 6. Girl Goodbye (D. Paich) - Voce: Bobby Kimball - 6:13 7. Takin' It Back (S. Porcaro) - Voce: Steve Porcaro - 3:47 8. Rockmaker (D. Paich) - Voce: David Paich - 3:19 9. Hold The Line (D. Paich) - Voce: Bobby Kimball - 3:56 10. Angela (D. Paich) - Voce: Steve Lukather - 4:45 Line-up: Bobby Kimball - voce Steve Lukather - chitarra e voce David Hungate - basso Jeff Porcaro - batteria e percussioni David Paich - tastiere e voce Steve Porcaro - tastiere e voce


Vedi la cover album e hai davanti il futuro.
A posteriori non c’è specchio migliore per descrivere la carriera dei Toto. Le stelle, il sogno, l’universo, un’atmosfera magica che riusirono a sprigionare in ogni loro album, e poi la spada, una spada che trafigge questi sogni, a simbolo della morte prematura di Jeff Porcaro, stroncato da un infarto causato dai pesticidi spruzzati da egli stesso nel giardino di casa sua, un’allergia beffarda, che lo colpì nel luogo a lui più caro. Ma una spada come simbolo, soprattutto, di non arrendersi, di volere continuare ad esserci e a combattere, come testimonia l’ultimo grande album Fallino In Between. E a posteriori possiamo osservare un moicker, che per quanto buffo, rappresenta l’amore per la musica a 360 gradi, infatti come spiegato da Jeff Porcaro stesso in un'intervista del 1988 ad Amsterdam (Live stratosferico), indica l'intento musicale gruppo, cioè quello di prendere ispirazione da tutto ("come from totos"), da cui ne deriva un genere dalle molteplici influenze e sfaccettature. Abbracciare il pop, il rock, la classica, il prog, l’elettronica, l’hard n’heavy, non era fatto comune e soprattutto pensabile, ma andarono oltre gli schemi, con grande prova di professionalità e soprattutto umanità, poiché un mix di tal genere, poteva implicare un utilizzo della tecnica fine a stessa, e invece no, poiché tutte le composizioni dal debut a oggi della band californiana, non son mai state banali, fredde, macchinose, ma cariche di pathos, emozionali come poche, nelle quali i sentimenti positivi avevano la meglio si tutto.
Era il 1978 quando questi giovani consegnarono alle stampe un autentico gioiello, destinato a rimanere nelle storia della musica tutta. Dieci gemme da custodire il cui livello compositivo e soprattutto esecutivo è di una qualità impressionante, con pochi confronti nel genere,
e le tracce stesse risultano talmente godibili e orecchiabili, da essere (alcune di loro) ancora oggi considerate dei veri e propri anthem (vedi ad esempio il ritornello di "Hold the Line"). L'esecuzione è come detto impeccabile, e ha nei suoi punti di forza le tastiere usate davvero in modo geniale ed elegante, e le chitarre che seguono e accompagnano. Anche gli altri strumenti fanno il loro dovere e il cantato, sia singolo che quando supportato dalle backing vocals, è in se davvero splendido, caratteristico e riconoscibile, poggiato e si integrato con le parti melodiche in un tutt'uno davvero incredibile quanto a legame che si viene a creare.
L’album si apre in maniera inaspettata con la mestosa ed epica strumentale "Child's Anthem" e si sente subito il pianoforte che entra in maniera poderosa a dettar legge, per bellezza e grazia con la quale è suonato. Ben presto tale strumento viene accompagnato da una grande chitarra, seguita a ruota da keys che ne fanno il verso in un climax che continua a salire fino arggiungere un nuovo acuto di piano che completa alla perfezione una esecuzione da brividi, per questo pezzo sì breve ma intenso, veloce, spettacolare in una sola parola. A seguire entra con un divertente ritmo di batteria la solare "I'll Supply the the Love", molto veloce e dinamica, permeata sempre di romanticismo. Splendida la chitarra nell'assolo quasi disfattista e la voce di Bobby Kimball, accompagnato dalle backing vocals, che entrano in gioco per la prima volta e lo fanno davvero in grande stile. Ottimo anche il motivo sostenuto da chitarra e keys in crescendo in conclusione della song, davvero divertente e poderoso. Ed ecco che arriva la famosissima "Georgy Porgy", song decisamente lenta e particolare, con tutti gli effetti sonori che presenta al suo interno, un calideoscopio sussurrato dove le keys di sottofondo stendono il giusto tappeto ai ritmo solare creato da Jeff e alla chitarra scanzonata di Steve, con il contributo alle backing vocals di Cheryl Lynn. I ritmi si placano ancora con "Manuela Run", che inizia come sempre con un geniale sottofondo di keys che supportano la chitarra pizzicata di Lukather che sfocia in un solo semi-acustico di rara fattura, sostenuto dal poderoso basso di Hungate e dai piatti di Jeff. Un mid tempo nel quale risalta alla perfezione anche qui la voce, davvero legata come non mai agli strumenti. Le lyrics, come tutte del resto, è splendida e molto, molto ispirata. E si prosegue con "You are the Flower", track dolce ma mai mielosa, forse leggermente sotto tono rispetto alle altre citate fino ad ora, ma dotata di un pathos molto singolare e ipnotico. Carica di ritmo e di potenza arriva invece "Girl Goodbye", una vera e propria marcia trionfale, dalla intro possente, e un prosequio dove gli strumenti raggiungono il massimo in quanto a esaltazione, soprattutto nelle keys. Deciso anche il refrain, memorabile nel suo incedere nonostante addolcito dal coro delle backing vocals, che fanno da supporto alle vocals soul di Bobby. Discorso diverso per "Takin' it Back" che parte subito con un carico di dolcezza infusa, che mette quasi tenerezza, per poi proseguire come pezzo lento e scandito benissimo dalle vocals. Stavolta refrain è un pò sottotono rispetto alla media della song, ma sempre molto romantica. E decco che ci avvolge la bella "Rockmacker", pezzo dal ritmo splendido, non irrompente ma incalzante, dalla ottima chitarra e un basso in grande spolvero, che necessita assolutamente di una nota di merito. Bello anche l'assolo, eseguito impeccabilmente.
Ed ecco che arriva lei.
La song regina.
Dobbiamo arrivare alla penultima canzone per trovare forse il pezzo più famoso della band, che ormai è, assieme a poche altre canzoni, il vero e proprio simbolo del gruppo. L’immortale"Hold the Line". Quanti non l’hanno cantata almeno una volta nella vita, con quel suo motivo di base, sia eseguito con la tastiera che con la chitarra, è di quelli che hanno fatto la storia, così come il famosissimo refrain, che penso quasi nessuno non abbia avuto l'occasione di ascoltare, magari anche senza sapere di che canzone si trattasse, come capitò al sottoscritto, e innamorandosi della band.
“Hold The Line, Love Is Always On Time”.
Comunque sia Hold the Line merita tutto il successo che ha avuto, perchè è davvero speciale, un concertato di decisione, musica e ritmica fatto canzone. Decisamente sopra la media anche l'assolo, carico di pathos nella sua “semplicità” che è una ciliegina sulla torta per un pezzo unico magnifico. E si chiude in maniera superba con la song probabilmente più romantica di tutto il CD, ovvero la bellissima "Angela", i quali flauti e pianoforte risuonano ancora nelle orecchie dopo
averla sentita. La voce è colma di emozioni, la chitarra che ricama le keyboards è stupenda, e anche nelle sequenze dinamiche il livello musicale è altissimo, ma senza perdere una vena di dolcezza, come è giusto che sia.
Ed è così che si chiude il primo capitolo della band, ignara all’epoca di aver composto un masterpiece della musica tutta, uno dei più grandi connubi tra questa e i sentimenti più puri che risiedono all’interno di noi.




Neuros

martedì 28 aprile 2009

Led Zeppelin - II (1969)




Anno: 1969

Etichetta: Atlanctic Records

Tracklist:

1 - Whola lotta love
2 - What is and what should never be
3 - The lemon song
4 - Thank you
5 - Heartbreaker
6 - Living loving maid (she’ s just a woman)
7 - Ramble on
8 - Moby Dick
9 - Bring it on home


Woodstock è dietro l’ angolo, con i suoi ritmi psichedelici, il suo acid blues e la sua dose di droghe e ideali. Il sessantotto rivoluzionario è vivo nella mente dei giovani europei: il fuoco della ribellione non si è estinto, ma brucia con più insistenza. E la scintilla pronta a far scoccare un incendio di dimensioni spropositate si chiama Rock: grezzo, potente, veloce, scatenato. I Led Zeppelin rappresentano tutto ciò, ed il loro secondo disco rappresenta il capolavoro del Rock puro e semplice. Il blues si trasforma, perde la sua carica triste e introspettiva, per diventare aggressivo ed esibizionista. E’ allegro ed egocentrico, è passionale e furioso questo nuovo Rock. E’ stanco di aver subito soprusi negli anni trascorsi in solitudine. Il quartetto inglese, durante il loro primo tour americano, registra questo disco, Led Zeppelin II, numero cardinale utile solo a specificare che la musica va ben oltre i simboli, i nomi e le copertine, ma è nell’ anima dell’uomo e scorre nelle sue vene, come sulle corde della Gibson di Page scorrevano quei riffs potenti quanto struggenti. Il disco si apre con uno dei grandi classici degli Zeppelin, uno dei capisaldi del rock: “whola lotta love”: il riff è spasmodico e incalzante, segue la voce di Plant in una simbiosi perfetta: è il miracolo della vita: dai gorgheggi quasi animaleschi di Plant si esplode in un’ assolo fulminante, seguito fedelmente dalla maestri di Bonham e dal basso di Jones. E’ il turno di “What is” dopo un inizio pacato, la quiete è infranta dal suono della chitarra che si ribella al giogo a cui è sottomessa e decide di far sentire la sua voce: la rtitmica è composta da tonalità alte e basse, intervallate tra loro. E’ un altro elemento del disco, non puoi mai rilassarti..quando meno te l’ aspetti, vieni afferrato e scagliato nel mezzo della tempesta sonora che si crea intorno a te. Il picco più altro lo si raggiunge in ogni singolo istante: da “ the lemon song”: rock and roll all’ ennesima potenza, concentrato in pochi minuti: è sempre più veloce, in rotta di collisione con i vecchi canoni del rock. Dopo essere stremati dai primi tre pezzi, arriva una ballad ” Thank you”. E’ qualcosa di incredibilmente delicato e struggente, come l’ arpeggio in apertura, sembra tutto incantato: dal tempo dato dalla batteria, al flauto che pare sentirsi in lontananza. Ma è solo un paradiso apparente: l’illusione è pronta a spaccarsi come il cristallo, anche qui Il rock irrompe e brucia tutto quello che trova. E dal grazie di prima, il rock incarna Lo spezzacuori di “heartbreaker”, uno dei miei pezzi preferiti in assoluto, perché è il prototipo della canzone: saturo di aggressività, di sonorità settantine ( pur essendo uscite nel ’70) e il cantato sarà padre di una generazione di rockers, che vedranno gli AC|DC come veri e propri modelli di vita. Stesso stile, ma con la presenza di coretti affascinanti è “Living loving”, altro punto di celestiale bellezza di questo disco. La magia continua ininterrotta ed il rock ormai ci ha quasi sottomessi., ma c’è un labile speranza di spezzare la maledizione: superare indenni la carica folk e blues di “Ramble On”. Potrebbe essere difficile, quasi impossibile ma, ahimé, ogni speranza verrà fiaccata dall’ assolo di batteria di Moby Dick., dopo aver subito il fascino di un intro da togliere il fiato, arriva il nostro boia: 3 minuti 50 secondi di tom, piatti e doppio pedale che ci lasciano tramortiti e schiavizzati. Non abbiamo neanche il tempo di rialzarci da questa mazzata sonora, che completa il lavoro “ Bring it on home”. Come ad indicare “ riporta a casa le ossa..se sei ancora capce di camminare”. Non ce l’ abbiamo fatta, il Rock è dentro di noi e noi siamo suoi schiavi, ora non ci lasciare più e vedremo il mondo in un altro modo…tutto più rock and roll….

Sgabrioz