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lunedì 24 novembre 2008

Faith No More - The real Thing (1988)

M.S.I.

Music Scene Investigation

in

-Autopsia dell’Essenza-

San Francisco, California. 20 Giugno 1989

Era una notte calda e afosa, di quelle che in California cominciano a spuntare come funghi da Aprile in poi. L'aria pareva avere vita propria, avvolgere ogni cosa nel suo soffocante abbraccio, dalla San Pablo Bay alla gemella San Francisco Bay, a sud.
In lontananza le luci della Castro Valley parevano lucciole silenziose in procinto di elevarsi al cielo, contornate dai neon che partivano da Oakland arrivando sino a San Lorenzo.
Impossibile dormire in serate del genere, meglio prendere una birra fresca e godersi l'immensità del cielo in veranda, incurante del giorno che sta per arrivare, con i suoi mille volti, espressioni, emozioni, con i suoi mali, quelli sì, non dormono mai, aspettando il momento giusto per colpire alle spalle; e difatti eccola, la chiamata che spezza i sogni e riporta alla cruda realtà:

-"Album, maschio, 4 anni, ritrovato presso il Blue Canyon di Sausalito", ferite musicali-

E allora via, una doccia veloce, camicia, giacca beige e jeans; sì, un vero stress con la temperatura che già alle 6 del mattino supera i 25°, ma il lavoro è lavoro, e ci sono alcune regole da seguire, non fosse per altro per lavoro sporco che verrà : comunicare ai parenti l'accaduto.

Allora via, attraversando il Golden Gate circondati dall'oceano, svolta a destra verso la Roadwood Highway, e giù verso i tortuosi tornati del Blue Canyon, glassati di sabbia sottile che si solleva al il cielo, una preghiera silenziosa per chi lì non ce l'ha fatta, per chi ha visto le sue speranze rubate.
Ed eccolo finalmente il corpo, in un austero studio di registrazione proprietà di Matt Wallace :

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Nota a margine: sentire Matt Wallace

L’Essenza: Prime osservazioni sulla scena

Una ferita evidente alla musica, il sangue è coagulato nella parte alta del corpo, sicuramente proveniente da orecchie, che evidentemente hanno sanguinato alla pressione del tasto PLAY. Evidenti tracce di collutazione date dalla presenza di elementi conflittuali come le fiamme che si gettano in una evanescente coppa di latte, e in sottofondo arida terra, nuda, solcata da mesi di siccità, non una novità da queste parti, dove la pioggia è un fenomeno più unico che raro.
E' bene premurarsi di guanti in lattice e maneggiare il corpo con attenzione, in una nuova era penale dove basta poco a un pubblico ministero per muovere verso l'inquinamento della scena musicale.
Con mastodontica pazienza si gira il corpo di 180° e si può vedere come nel retro vi siano delle scritte accompagnate da numeri, un sole al tramonto circondate da candide nuvole. Andando più in profondità si notano delle escoriazioni nel booklet, un bianco e nero ricco di testi momentaneamente segna significato alcuno, e nuove immagini, alquanto oscure, che riprendono il tema principale del corpo e aggiungono rappresentazioni di industrie; è presente anche una foto, che ritrae cinque individui, raffigurati in modo tale da non essere riconosciuti. Una prima pista?

Nota a margine:
Identità degli individui. Vestiario ambiguo---> Carattere multiforme?
Testi---> connessione con il corpo?


Colloquio con Matt Wallace

Non è necessario tornare con alcun mandato o esporre i diritti del soggetto: vuole collaborare di sua spontanea volontà.
Tutto ciò è un bene, quando in casi del genere la velocità di risoluzione del caso è tuto; è attestato che si risolvano nel 90% dei casi entro 72 ore dal ritrovamento del corpo.
Ed è così che si viene a sapere il rapporto dell’Essenza con Matt stesso, un rapporto che ormai si porta avanti da 4 anni, quando ancora si faceva chiamare We Care a Lot, esperienze di gioventù che fanno crescere, maturare, difatti l’animo sbarazzino non cambiò a detta dello stesso Matt, solo l’estetica e qualche sfumatura in più portarono al nome di Introduce Yourself.
Molte cose cambiarono ancora in quella seconda metà degli anni’80, che volgevano al termine, che portavano al confine con i ’90, sinonimo di speranze, di un futuro migliore, e un nuovo cambiamento porto all’Essenza. Ma chi? Chi poteva aver voluto un simile mutamento?
Matt è visibilmente provato, e ne ha pieni motivi. Il sangue trovato sul corpo è il suo. Con le lacrime agli occhi confessa tranquillamente il suo stupore e la sua felicità nella pubblicazione dell’Essenza, ma mai avrebbe immaginato una fine così inaspettata, tale da influenzare la musica tutta a venire. “Io l’ho aiutata a crescere, il mio compito è finito là, sono innocente, innocente!Ogni mia fede è perduta ora” E quella domanda che continuava a ronzare nella testa: Chi? Chi era lartefice?
Bisognava sentire la voce, sentire le parole del corpo, bisognava sapere interpretare, ora che nessuna voce avrebbe potuto parlare per conto suo.

Autopsia

Eccola, quell’adrenalina che scorre nei momenti decisivi, quando si è sicuri di essere sulla pista giusta, quando i fremiti del corpo non si possono controllare e un turbinio di pensieri invade la mente.
Perché tanto entusiasmo? Perché si sono aperte varie strade, e tutte paiono puntare in una direzione.
Un primo ascolto ha rilevato modalità di esecuzione che hanno radici in altri modus operandi di ben più noti killer, ma portati a un livello superiore, mixati insieme per ottenere un delitto perfetto.
O meglio, potenzialmente perfetto, perché questo non esiste. Un CROSSOVER KILLER?
E’ bene fare un punto su quali siano stati i punti di riferimento e stabilire delle relazioni tra loro, passando in rassegna le foto segnaletiche, per portare alla mente immagini e suoni:

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Tra i più efferati killer musicali che abbiano solcato le note. Il caso strava esplodendo in tutta la sua crudezza.
La band del Sabba Nero, con le sue chitarre in evidenza e le atmosfere cupissime.
I Cinque dell’Antrace, dalla vorticosa potenza metallica.
Il Nemico Pubblico Numero Uno, capace di uccidere con parole al vetriolo.
Il Chitarrista. Di lui ci è giunto solo il nome e la fama. E’circondato dal mistero.
I Groovosi, dalle ritmiche al singhiozzo capaci di soffocare la vittima.
Il Bassista. Presunto cugino del Chitarrista, latita ancora per miriadi di band uccidendo con lo slap.

Proprio degli ottimi mentori, non c'è che dire. La sensazione di trovarsi di fronte a un nemico intelligente e capace cresceva sempre di più, la pelle bagnata dal sudore di una calda notte appena iniziata, che avrebbe portato giù, nell'abisso più nero, lì, dove ogni domanda avrebbe trovato la propria risposta. Chi ha potuto suonare l'Essenza?

1.Fuori dal Nulla
Sì e no.
Come?
Dico, fuori dal nulla, sì e no. Da qualche parte si è pur partito, nonostante la materia in questione sia nuova, si fresca rispetto alle lezioni impartite dai maestri anni addietro.
E allora ecco, ritmiche forsennate, un rock'n'roll figlio dei '90 che verranno, sostenuto da efficaci tastiere di sottofondo.
E una voce, che voce. E' sicuramente valida, ma no, più che valida. Tratti caratteristici : giovanile, strafottente, multiforme.
Una sezione ritmica precisa e roboante, senza troppi fronzoli, lì, d'impatto, che può portare alla mente la New Wave o certe sensazioni Synth-pop addirittura. No non scherziamo, come è possibile? E quelle parole? Così acerbe ma allo stesso tempo sentite, l'amore per una ragazza che porta alla distruzione, una ragazza che viene fuori dal nulla, repentina, sbarazzina, e all'improvviso se ne va.
No, tutto troppo veloce e denso per comprendere l'identità dell'artefice, non si può tirare a indovinare quando la posta in gioco è così alta. E'una battaglia tra il bene e il male, si riduce a questo alla fine, l'archetipo, uno scontro...

2.Epico
Sì, senza no. Epico è il termine adatto per descrivere l'inizio della canzone. Non ci troviamo di fronte a uno/più stupidi allora...Si dovranno usare tutte le capacità a disposizione. Una chitarra che vola sopra ogni cosa e un basso che pulsa vivo come il cuore di un atleta. Ma ecco, di nuovo quella voce che camaleontica ora fa il verso all'hip-hop, piena e sboccata come non mai. Quei riff poi, taglienti come rasoi. E'un vortice che colpisce, ferite multiple, almeno abbiamo capito il motivo della morte e la perdita di tutto quel sangue. Perchè non si è pensato prima?
E quel solo? No, non sono degli sprovveduti, sì utilizzo il plurale, sono molti e pure affiatati. Ecco quell'influenza del Chitarrista di cui parlavo prima. I pezzi del puzzle piano piano cominciamo a incastrarsi.
What is it?
E'come un orgasmo, sonoro, liberatorio, che da pace, che irrora di sangue cervello e addome, che scompiglia la mente.
La porta al collasso, è frustrante, non si può resistere. E'come che stia...

3.Cadendo A Pezzi
No, per fortuna non è la mia sanità mentale che cade, è il basso che colpisce duro, ed ecco nuovamente quelle chitarre e quella voce presuntuosa. Che rabbia, da schiaffi, sì, sarebbe bello poter rovinare la faccia sicuramente da angelo del killer che sta dietro il microfono...NO. Nessuna vendetta personale, nessuna indecisione, bisogna lavorare a mente lucida nonostante quel basso che torna a disturbare. Sembra tutto così instabile, Ma lo so, l’equilibrio c’è, Nessuno ascolta…, ora sì, non c'è cosa peggiore che comprendere ma essere presi per matti...a questo punto della vita, quando il passato è più sostenzioso del futuro, questa potrebbe l'ultima possibilità per riscattarsi, per scoprire l'artefice dell'Essenza. Bisogna resistere anche se La mia vita sta cadendo a pezzi Qualcuno mi rimetta insieme, non vorrei mai svegliarmi un giorno con qualcuno che mi urli:

4.Sorpresa! Sei morto!

Sì, si nota subito la mano dei Cinque dell'Antrace dietro questo diabolico disegno di morte, creato ad hoc per il sottoscritto. Maledetti bastardi!Puah...!
Un riffing vorticoso e tagliente come la lama di un rasoio, e quella voce che beffarda ringhia e urla, al vetriolo, addirittura in due frangenti si lancia in potenti growl/scream di stampo death metal...Maledizione, questi fanno sul serio.
Il dolore, il tormento e la tortura, empietà,
Nausea, sofferenza, perversione, catastrofe
Non puoi scappare, non potete scappare, nemmeno che siate...

5.Mangiatori di Zombie
E'un inizio dolce, come lo sguardo innocente di un bambino. Un sorriso dagli occhi teneri.
Arpeggi dolci di chitarra supportati da infantile voce.
Di nuovo ombre, di nuovo una flebie speranza che pare sfuggire dalle mani:
Perciò mi aggrappo a te
Quando sorgo (mi sveglio)
I miei pensieri convergono su di te

Al caso, alla vita, a una madre qualsiasi che sa accogliere tra le braccia e soffocare il pianto su una spalla. E'sfinente...
Oh no?
No. Nessuna dolcezza, nessuna carezza, solo schiaffi, pugni, calci, risa beffarde. Nessun braccio teso, se non per torcerlo dietro la schiena e afferrare il caso per la giugulare.
Riff potenti e drumming serratissimo, pieno, chirurgico, mentre le tastiere di sottofondo disegnano scenari violenti e apocalittici.
Come un bambino che vuole divorare la madre.

6.Essenza
E'un punto di svolta, sicuramente. Arrivare al nocciolo delle cose. E'raggiungere il proprio Nirvana? Forse sì, forse no.
Di nuovo un inizio in sordina, tastiere soffuse che disegnano arabeschi lontani, come le pareti della mente, come il nulla che porta alla redenzione. No, non è da me...la mia redenzione, la mia essenza è risolvere questo mistero. Solo questo.
Una voce calda e avvolgente come una coperta, che come un diesel cresce, e cresce la canzone, un climax impossibile da fermare, un colpo violento di basso:
GO!
Un terremoto sonoro, sincopato, una voce che da sfogo a tutta la sua frustrazione, a tutti i suoi sentimenti confluiti in maniera irrazionale verso le corde vocali, toccando altre corde, quelle del cuore...allora questi killer sono...umani?
Nuovo silenzio, nuova esplosione. Come un ciclo vitale che pare non finire mai.
Può essere rabbia, dolore, gioia, disperazione, felicità, le vie per l'Essenza sono molteplici.
Guardati dentro nel profondo, ipnotizzati
Come la prima volta che l’amore ti ha costretto a prendere la sua direzione, in silenzio
La mia missione, il mio amore, quasi fosse...

7.Amore Subacqueo
Tastiere settantiane e via, sott'acqua. L'atmosfera cambia radicalmente dopo aver sfiorato l'Essena. Che sia stata una liberazione? Un nuovo inizio. Come un amore impossibile, come innamorarsi di una sirena.
Vivere agli antipodi, fare dei sacrifici, sentirli sulla propria pelle, lasciano il segno:
Se il nostro amore sta annegando, allora perché
Mi sento così fuori luogo?

Mai averne abbastanza comunque, un basso jazzato, atmosfere lounge, chitarre melodice e più leggere rispetto alla passata claustrofobia, e una voce che pare essere cantata con una mano sul cuore.
Che avversari ho di fronte?Che stia sbagliando?Che sia tutta in messa in scena per qualcosa che ancora non capisco?
Gli occhi iniziano a essere stanchi, ma devo continuare, non posso attendere...

8.Il Mattino Dopo
Se solo potessi stendermi e riposare
Sono stanco di cercare me stesso
Se sono morto, come posso provare tanto amore?
Se sono morto, perché sto sognando?
Se sono morto, dove me ne vado?
Se sono morto, perché questo dolore è così piacevole?
E’ mio questo sangue rappreso sulla mia faccia?
O è l’amore di qualcun altro?
Sa di dolce, proprio come te
E allora salvami amore mio, e uniamoci
Ricordo che ti amavo tanto
Ma dove sei, e dov’è il tuo tocco fatale?
Quando ho chiuso gli occhi era per la siesta?
Mi sono imbattuto in un’oscurità più nera del sonno?
Ho sete di sonno
Non ci sono più risposte

Come? Guardo l'orologio, albeggia, devo essermi addormentato..maledizione un colpo di sonno. Ho sognato forse?Ricordi sfumati, musica, sicuramente sì, è la voce del caso che mi parla...Ancora nelle orecchie la miglior rappresentazione del corpo?La sua vera voce?Possibile...un pezzo fantastico con un'espressività vocale immensa.
Le tempie cominciano a pulsare, che mal di testa, come essere colpiti da...

9.Il Picchio Marziano 10.Porci da Guerra -fattoria-
Colorato, dalle mille sfumature, potente, articolato...Riff fantastici, basso in evidenza, batteria effetto tank, passa sopra ogni cosa...Strano però, non c'è la voce...quella voce nemica che riesce a conquistare però...uhm...Sono talmente superiori da potrne fare a meno e da concedersi cosa? Una cover, una cover del Sabba Nero.

Ormai penso di aver capito.
Un giovane cantante, sbarbatello, impenitente, impavido, coraggioso oserei dire, che canta come se avesse mille voci in una...
Sa essere potente, sa essere sensuale, sa essere drammatico, sa essere nervoso. E i suoi testi, possono sembrare cazzoni e alla buona, ma nascono molto, descrivono noi stessi, parlano di se, parlano di me, parlano di te. Non mi stupirei se dovessi trovarlo in futuro dietro altri proegetti di M.S.I. E'Mike Patton, dietro la bombetta e la canottiera da marinaio.
Un bassista che fa parlare il basso, un bassista che non ha niente da invidiare al Bassista...che stupido, avrei dovuto capire che si trattava di lui, Bill Gould e il suo cappello da cowboy. Figlio di buona donna.
Un chitarrista fan del metal estremo, un brutallaro dal chiodo e i capelli corvini...e occhialoni rossi da clown. Jim Martin, che cazzaro quello!
Un batterista preciso dalla criniera dreadlocks, tsk, forte il bastardo...E come ha eseguito Porci da Guerra...come se dovesse suonare con qualcuno del Sabba Nero, illuso...Mike Bordin
Un tastierista dalla pancetta e il giubbotto a stellette, uno con la passione per la musica eighties tutta...sì è Roddy Bottum.

Come ho fatto a non pensarci prima, era così evidente. Matt Wallace non voleva tradirli apertamente ma mi indirizzò : "Ogni mia fede è perduta ora"

Tsk. i Faith No More, sono loro.

E mentre i pensieri scorrevano, eccoli là, sbucare dalla collina sotto la mia veranda, avevano seguito ogni mia mossa, sono venuti da me, per costituirsi...Che dubbio atroce, che fare? Consegnarli alla legge o lasciare che questi ragazzi vadano oltre l'Essenza?

Ancora una canzone, e poi decido...Suonatela per me

10.Il Confine Del Mondo
Una dolce canzone d'amore...nonostante i 40 anni di differenza tra lui e lei...casi della vita..capita.
E allora via, note dolci e suadente, un piano in evidenza, trame lounge e una voce che vorrebbe essere Barry White, o forse no, un qualsiasi cantante da smoking bianco e capelli ingelatinati che conquista con sguardo ammiccante. Vecchia volpe di un Mike...Me l'hai fatta, me l'avete fatta..

Su andate, io non vi ho visto

Il sole albeggiava sopra la baia in lontananza, la notte trascorsa era stata intensa e il Picchio continuava a battere... tiro fuori una sigaretta per lenire il dolore, aspiro a pieni polmoni...che nottata! Neanche mi sia fatto di Polvere d'Angelo

Tracklist:
1. From Out Of Nowhere
2. Epic
3. Falling To Pieces
4. Surprise! Your Dead!
5. Zombie Eaters
6. The Real Thing
7. Underwater Love
8. The Morning After
9. Woodpecker From Mars
10. War Pigs
11. Edge Of The World


Neuros


un ringraziamento per la traduzione dei testi e l'analisi a http://mikepatton.forumfree.net/

giovedì 20 novembre 2008

Faith No More - Introduce Yourself

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Anno: 1987

Etichetta: Slash Records

Tracklist:
1. Faster Disco
2. Anne's Song
3. Introduce Yourself
4. Chinese Arithmetic
5. Death March
6. We Care A Lot
7. R N' R
8. The Crab Song
9. Blood
10. Spirit


Line-up:

Chuck Mosely - voce
Jim Martin - chitarra
Roddy Bottum - tastiere
Bill Gould - basso
Mike "Puffy" Bordin - batteria



Presentatevi pure ragazzi! San Francisco è un luogo insolito per notare 5 ragazzi troppo bravi per suonare la New Wave, sarà che appunto l'ondata di Thrash ha inevitabilmente influenzato anche l'eclettismo di Jim Martin, che a differenza di tanti suoi colleghi del genere, sa mettere più di tre cambi di manico nello stesso brano “ Faster Disco” docet. Ma dovremmo chiamarlo Crossover questa amalgama, targata 1987, un po' discepola del mantra alla A Certain Ratio, ma con un tastierista più diligente come Bottum, dedicato a coprire le spigolature della band ancora abbastanza giovane, dando un sapore genuino di 80's che risentiremo poi nel suo successivo progetto dopo il divorzio della band .
I Fishbone che han venduto la sezione fiati per un clima più tetro, volendo semplificare all'osso del discorso, non solo per i rasta del colored Mosley, vero detrattore interno al disco, con la sua prestazione sempre un po' svogliata e ingabbiata in un ugola decisamente poco talentuosa. Eppure da ciò si può dire che il disco merita ancor più elogi al caso, presentando idee su idee, per bilanciare il piatto della bilancia verso destra, perchè la prova della band è davvero all'altezza. Gould già si allena a costruire giri memorabili che sentiremo nella genesi pattoniana ( “Annie Song” ) , spalleggiato dal suo compagno d'esordi Bordin, nel suo stile perfettamente minimalista e deciso. Drumming scarno, freddo e sostenitore, tipicamente londinese e post punk . We Care A Lot diventa una sorta di singolo lancio del disco, antemica e catchy , una sorta di trascinante inno simbolo della generazione X che stava nascendo . Non solo ancorati ad un groove gelido, sfornano bei richiami HC nella titletrack , con i primi Stop&go per la band, contornati da un Handclapping caratteristico del periodo. Per altri pezzi , si rimpiange l'uso del vocalist , “ Blood” sarebbe un pezzo da carisma Depechemodiano, non certo da urletti degni della festa della porchetta. “The Crab Song” tocca lidi più intimisti, presentato cenni per una ballata romantica , che però a tratti avremmo forse gradito di più strumentale, sempre per l'attitudine sbagliata alla linea melodica che per tutta la prima parte del brano sembra davvero fuori contesto, e c è bisogno di far ruggire il riff per sistemare le cose. Un velo pietoso lo si stende solamente per la blanda “Spirit” , conclusione ingrata e povera di idee. Fortunatamente i picchi ci sono, “R'N'R” rapsodica ,possiede un tiro irresistibile e non c è sabotatore che possa intaccar tal gioiello . Ma il meglio lo offre decisamente “ Chinese Arithmetic” , ispiratissima alchimia New Wave/Rap/Rock con un songwriting perfetto. Dalla genesi tastierato/batteria, all'entrata suadente della melodia graffiata dalle corde di Jim, e un finale adrenalinico. È il biglietto da visita di ciò che verrà a ranghi finalmente completi.
Una piccola lezione di storia che ingiustificatamente molti disertano , almeno rispondete all'appello, poi decidete...




Gidan Razorblade

lunedì 17 novembre 2008

Dog Fashion Disco - Committed To A Bright Future



Anno: 2003

Etichetta: Spitfire Records

Line Up:
Todd Smith – Vocals
Stephen Mears – Bass
Jeff Siegel – Keyboards
Greg Combs – Guitar
John Ensminger – Drums
Matt Rippetoe – Horns


Tracklist:
1. "Love Song for a Witch" – 4:11
2. "Rapist Eyes" – 5:04
3. "Dr. Piranha" – 2:51
4. "Fetus on the Beat" – 3:32
5. "Worm in a Dog's Heart" – 3:46
6. "Plastic Surgeons" – 3:19
7. "Pogo the Clown" – 2:26
8. "Castaway" – 4:20
9. "Nude in the Wilderness" – 3:31
10. "The Acid Memoirs" – 3:13
11. "Déjà Vu" – 4:01
12. "Magical Band of Fools" – 3:29
13. "Scores for Porn" – 3:37
14. "China White" – 2:32
15. "Grease (Hidden Track) – 2:47

Destino strano quello dei Dog Fashion Disco: autori di un ottimo crossover in un periodo in cui di ottimo crossover ne girava poco, dotati di grande tecnica e di un vocalist che se non è il fratellino di Mike Patton poco ci manca e capaci di creare canzoni in cui a parti più violente si alternano melodie sempre azzeccate che avrebbero potuto far scalare tranquillamente al gruppo le classifiche di tutto il mondo, ma l'ironia volle che i primi consensi arrivarono troppo tardi, quando il gruppo era ormai stanco di aspettare elogi che tardavano a giungere, decretandone lo scioglimento dopo la pubblicazione del successivo Adultery (2006).
Eppure questo quinto disco, dopo una carriera quasi decennale cominciata nel 1996, aveva tutte le carte in regola per sfondare, a parte l'originalità: difatti il sound dei Dog Fashion Disco è di chiara matrice Pattoniana, con richiami ai Faith No More di King For A Day e ai Mr. Bungle di Disco Volante e California, influenze che però non vengono nascoste ma che al contrario vengono rimarcate, rendendole un punto di forza degli ultimi due dischi.

Chiunque può provare ad imitare gli dei del crossover ma sono ben pochi a riuscire anche solo minimamente nell'impresa, forti di questo fatto i nostri propongono in 50 minuti di musica ciò che dall'uscita di California (1999) nessuno era più riuscito a suonare, con un misto di crossover/thrash/jazz/pop su cui è l'ugola di Todd Smith, cantante che in alcuni casi potrebbe essere scambiato per Patton stesso tanto è la sua bravura, a spiccare.
Le intenzioni del gruppo vengono riassunte perfettamente fin dalle prime due tracce: Love Song for a Witch è introdotta da tastiere alienanti che aprono ad un riff di chiara matrice thrash metal al quale seguono continui cambi di ritmo tra parti più violente cantate in scream a parti più rilassate in clean, mentre con Rapist Eyes viene calato in tavola il primo asso, con una canzone che mette in evidenza il grande senso della melodia di Smith, autore di una ritornello fenomenale.
La formula del violento/melodico viene utilizzata per tutto il disco senza però risultare mai banale grazie a canzoni che suonano sempre fresche e diverse l'una dall'altra come nel caso di un'altra hit, probabilmente la miglior canzone del disco, Pogo The Clown, folle canzone dai ritmi jazz che vi ritroverete a cantare sotto la doccia (Pogo! You're gonna burn in hell!) grazie ad una melodia semplice ma efficace che entra subito in testa all'ascoltatore.
Troviamo anche una canzone dai ritmi meno sostenuti, quella Déjà Vu che ricorda così da vicino i suoni di King For A Day grazie ad una base jazz di trombe e sax su cui si posa la voce suadente di Todd Smith (100% Mike Patton). In chiusura dopo la trascinante Magical Band of Fools c'è spazio per delle tracce bonus con il punk rock di China White e la magistrale interpretazione di Grease.

A mio modesto parere disco da avere assolutamente, il migliore della seconda ondata crossover, in cui gli americani nel loro essere Patton-dipendenti riescono a trovare un sound che li caratterizzi (al contrario di quello che succederà con il successivo Adultery, troppo ancorato ai suoni di California), che non deluderà sicuramente i fan di Patton e della musica sperimentale.

Emperor

venerdì 14 novembre 2008

Neurosis - Given To The Rising


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Anno: 2007 Etichetta: Neurot Recordings

Line-up:
Scott Kelly - Guitars & Vocals
Steve Von Till - Guitars, Vocals, Filters & Textures
Dave Edwardson - Bass, Moog Synthesizer & Space
Noah Landis - Organ, Piano, Samples & Atmospheres
Jason Roeder - Drums
Josh Graham - Visual Media


Tracklist:
1. Given To The Rising
2. Fear And Sickness
3. To The Wind
4. At The End Of The Road
5. Shadow
6. Hidden Faces
7. Water Is Not Enough
8. Distil (watching The Swarm)
9. Nine
10. Origin


"I would rather be ashes than dust!
I would rather that my spark should burn out
in a brilliant blaze than it should be stifled by dry-rot.
I would rather be a superb meteor,
every atom of me in magnificent glow,
than a sleepy and permanent planet.
The function of man is to live, not to exist.
I shall not waste my days trying to prolong them.
I shall use my time."

Jack London

"Io vorrei essere cenere piuttosto che polvere!
Io vorrei che la mia scintilla bruciasse fuori
in una vampa brillante piuttosto che soffocasse fino a morire.
Io vorrei essere una superba meteora,
ogni atomo di me in un bagliore magnifico
piuttosto che un pianeta sonnolento e permanente.
La funzione di uomo è vivere, non esistere.
Io non sprecherò i miei giorni tentando di prolungarli.
Io userò il mio tempo."


Queste sono le prime parole che compaiono aprendo il booklet dell’album.
Interviste, parole postume, congetture…sono futili.
Perché cercare di dare un signficato a posteriori, quando sul momento, le parole dello scrittore statunitense, scelte dalla band, riassumevano e ancora riassumono il significato dell’album, il signficato di cosa sia la musica dei Neurosis.
Mai come prima la band di Oakland aveva marciato e meditato sulle parole che dessero voce e sentimento alla loro musica. Mai il loro concept è stato così difficile, nascosto, volutamente lontano dalla facilità di comprensione.
Given To The Rising.
Consegnato a chi si eleva?
Donato alla fonte?
Dedito al sorgere?
Sì, forse. Ma come sempre il significato che si cela dietro la band può signficare tutto, ma può anche signficare niente.
E allora atteniamoci come sempre alle tracce che la stessa band ci consegna, orme che vengono dal passato per comprendere il presente e gettare una luce nel futuro. Io stesso ho cercato di analizzare in maniera soggettiva tutto il mondo che i Neurosis si portavano dietro, ma cercando di creare collegamenti, con i loro ruoli, con le immagini che accompagnano i loro album, con le loro rare parole, arrivando a un pensiero intersoggettivamente controllabile, ovvero confutato e accettato.
Quindi in maniera semplice, la band ha portato avanti il discorso affrontato negli album precedenti, ovvero l’elevazione, la rinascita spirituale dell’individuo, la propria esistenza in continuo contrasto con la natura, forza superiore che dona e prende a seconda di quanto noi le doniamo o prendiamo. E solo coloro che sanno innalzare il proprio spirito fino ad arrivare in sintonia con essa, potranno godere della pace interiore, della libertà assoluta.
Perché spesso, non ce ne rendiamo conto, ma la Natura è viva, è parte fondamentale delle nostre vite, ma ormai si mette da parte, spinti come si è dal progresso, crescendo in spazi dove il verde è soppiantato dal freddo grigio, facendo in modo che quando ci si trova faccia a faccia davanti a Lei, non la si riconosce più, e automaticamente si distrugge. E Lei risponde, distruggendo.
Così l’artwork è severo, come la Natura, rappresentando una figura presa da Josh alla Piazza Dell’Eroe di Budapest, e circondata da altre figure che altro non sono che monumenti immortalati in altre piazze e luoghi dell’Europa Centro-Orientale (sotto suggerimento di Steve).
Ancora una volta il tutto ha preso forma lentamente, vista anche la poca predisposizione della band a esibirsi in sede live, scegliendo ormai poche ma fondamentali date per presentare ogni nuovo full-length, accrescendo la loro fama e l’alone di mistero che li circonda. Anche questa volta, ancora, è il maestro Steve Albini a supportare il combo di Oakland nel loro viaggio, ma non come figura di guida o maestro, poiché la strada già la conoscono, bensì come una figura di speranza, di supporto, con la quale creare una sintonia apposita per affrontare il viaggio. Agli Electrical Studio il clima è di pace e tranquillità, perfetto per operare in maniera serena e lenta, tanto che lo stesso Steve, come da lui detto, passa là gran parte delle sue giornate, producendo e suonando, con tutta la calma di questo mondo, ed è così che ad esempio si è dovuto attendere sette anni per sentire nuovamente i suoi Shellac, ma è così che lui trasmette il suo operato alle band che si fidano di lui, perfezionando e vivendo ogni album come fosse l’ultimo della carriera di una band.
E mai come stavolta il suono è frutto della collaborazione tra le due entità.
La band è cambiata dopo Through Silver In Blood, ha riposto i panni di psicanalista del cosmo e dell’uomo contemporaneamente, puntando il proprio pensiero unicamente su quest’ultimo e la sua vita, con tutto ciò che ne consegue. Per questo con la pubblicazione di Times Of Grace parlai di un suono divenuto terreno, sentito, materiale, corposo. E per questo motivo Given To The Rising tanto gli assomiglia. Fisico e d’impatto, ma dai suoni caldi, psichedelico, ma non come ASTNS o TEOES, ancora più minimale in questi frangenti, e tutto permeato dalla cupezza lirica e attitudinale che rese immortale un album come TSIB.
4/6 della band è insieme da ben sedici anni, mentre la line-up odierna si ha da otto, e proprio questa unione porta la band a lavorare unita, a partire da un riff di chitarra, da un effetto, per poi spogliarlo o vestirlo a seconda dei casi, e imbastirci sopra una canzone senza cedimento alcuno.
L’album si apre con la title-track, possente dove Scott ringhia violento contro l’inconsistenza degli uomini, ormai materialisti vuoti:

“The human plague in womb
Bring clouds of war
Let us rest
Our future breed is the last
In the conscience waits
Dreams of the new sun”


Un vuoto che è presto espresso dalla quiete acustica creata da Steve e Noah all’unisono, un lieve tappeto di tastiere dove arpeggi fumosi si adagiano lentamente, e la voce dello stesso Von Till conduce alla nuova rabbia, si dona alla rabbia, e i due vocalist-chitarristi si uniscono a creare un muro di suono possente e invalicabile, dove nascoste sibilano le tele di Landis, forse in quest’album meno presenti, ma non per questo non fondamentali per la struttura sonora tutta. Ed ecco che nuovamente ricompaiono le chitarre acustiche, ma stavolta sorelle di quella elettrica che compie un movimento spaziale, circolare e ipnotico, e si spegne così come era iniziato. Lì dove finisce Scott inizia Noah a ricamare nuovamente, questa volta in compagnia di Dave, che stende nere trame di basso e sintetizzatore, come a voler rimarcare il carattere cupo dell’album, e il dolore che di lì a poco prende voce con gli strumenti, è quello che il combo ci ha abituato a conoscere, ma con un filo di speranza, con un monito sussurrato di salvezza, sempre raggiungibile.
Fear And Sickness è tutta là nel titolo. Arpeggi distorti che incutono timori e che velenosi si aprono in un mantra dove a far da padrone e il drumming catatonico di Jason, mentre sopra ogni cosa si erige la voce di Steve, notevolmente mutata nel corso del tempo, ora più simile a quella di Scott quando recita pacata, ma più profonda e roca quando esplode la furia della canzone. I ritmi son ipnotici e sulfurei ma con gli echi lontani dei campionamenti di Landis sempre a tenerci ancorati alla realtà, e senza perderci ci addentriamo in un sabba severo e oscur, che impazzisce improvvisamente in danze frenetiche e veloci, guidate ancora da Jason in maniera precisa e nervosa, sopra le quali volano i riff di Scott e Steve, mentra pulsa in sottofondo il basso metallico di Dave.
E la paura ancora una volta, prevale su tutto:

“Inscribe your fears in the soil
The sea is foul
Like worms in your heart
Consume an age old
Of forgery and deceit
At the center we will find you
Falling prey to its lustre”


To The Wind è il finto baluardo di speranza che la band ci ha sempre donato nel corso dei suoi lavori, un inizio soffuso che pesca dalle nuove leve del post-rock ibridato al folk come Grails o Arab Strap (degli esordi), quindi atmosfere pacate e riflessive, gioiose…che ben presto finiscono, ma mancanti ancora del quid oscuro avvertito in precedenza, anzi i ritmi son veloci (per gli standard Neurosis, ma sta di fatto che era dai tempi di Souls At Zero che non viaggiavano in questa maniera) e con sfumature di colore alla fine di ogni riff, che segna la nuda pietra.
E tutto d’un tratto l’atmosfera cambia. Basta un piccolo intervento di Noah che il tutto si fa inquietante guidato dai sussurri di Steve che impazzito sbraita contro il microfono antecedendo il martirio che si protrae verso il vento, e lo porta lontano, come a farlo conoscere a tutti gli uomini, come avviso, come ricordo scolpito.
Ed ecco che come previsto, arriva il secondo inganno, ovvero il meandro prima sussurrato di At The End Of The Road, che riprende i veri tribali di Enemy Of The Sun e ruggisce nel finale, e poi quello noise di Shadow, dove sussurri intensi di versi antichi. E stranamente, i riferimenti all’argento si presentano nelle lyrics, “portandomi a loro, sto camminando verso l’eterno lago di luce”.
Gli echi elettronici si protraggono e dilatano si fanno metallicie rumoristi, si frantumano in mille pezzi, in un pezzo che ricorda le tentazioni drone di The Eye Of Every Storm, dove quella piana di chitarre imbavagliava la tempesta, e ora invece accarezza la nuda terra. Pochissimi riff, tirati allo spasmo, e solo nel finale prendono vita come le faccie degli spiriti di cui parla Steve, ormai principale voce della band, lasciando a Scott i fondamentali ricami vocali in secondo piano, creando un atmosfera satura e sibillina. Quasi un rito purificatore che ancora non può avvenire perché…Water Is Not Enough.
L’acqua come l’argento, per lavare via la memoria e il passato. I ritmi son quelli di Times Of Grace, e salta subito alla mente il paragone con la grandezza di Under The Surface; all’inferno vocale dei due leader si alternano i loro lamenti pulti e sofferenti, mentre i riff scorrono via solenni, puntellando di aghi il loro perscorso, sul loro finale, accennando una mefitica melodia, donando nuovamente spazio alla natura, al firmamento, un ritmo che non da riposo, che tiene svegli, giusto in tempo per vedere i guerrieri che ci portano al cielo:

“The volted antenna saints that will the fire
The hand is gnawed
The end is nigh
The warriors remain and they bring us to the sky
We'll burn in the sun
And we'll fall to the moon”


E ormai si è su, osservando lo sciame che brulica lontano di coloro che non ce la potranno fare. E in religioso silenzio si apre Distill (Watching The Swarm), che poi d’un tratto esplode con clangore metallico sopra ogni cosa, giocando con dissonanze e distorsioni che si inseguono e su fondono, creando un vortice sonoro di irresistibile fierezza, guidato ancora una volta da Steve.
E così come erano nato, il turbine di sabbia si spegne e lascia solo vuoto e rovine, ma non è ancora finito, poiché ben presto riprende forza porta il suo attacco finale verso il mondo che noi tutti conosciamo. Eccola, la fine arriva, silenziosa e mortifera, guidata dalle tastiere di Noah che disegnano quadri solitari di paesaggi brulli, un silenzio così profondo che neanche le urla finali di Steve riescono a spezzare, poiché grido che solo lui può sentire, nella sua mente.
Nine si può configurare nel trittico ingannevole interrotto con Shadow, rumore puro. Grave.
Ma il tempo per giocare è finito. La terza mossa è quella finale, quella vincente.
La prima inganna, la seconda disorienta, la terza…
No, nel loro caso non uccide, non rientrerebbe nella loro armonica visione del mondo.
Porta all’origine, quello sì.
Ed è così che la band si guarda dietro, in maniera dialettica, riconoscendosi in tutte le sue evoluzione, facendole proprie a un livello superiore, e vestendole per un ultimo viaggio in Origin.
Quì son presenti tutte le faccie del sound dei Neurosi, che ormai abbiamo imparato a conoscere.
E lascio che sia la musica a parlare, per la traccia forse migliore dell’album, e lascio che siano i versi a chiudere il pensiero sull’ennesimo capolavoro dei Neurosis :

“Le stelle acide hanno sfregiato la mia mente e mi hanno lasciato come un fantasma
Ruppi la mia maledizione e la diffusi attraverso la terra dove io vago guidato,
sporco e scuro il progetto guarda arcigno,
espulse, le cattive luci anonime mi tirano in un buco nero psichico e riflesso”


Neuros

Neurosis - The Eye Of Every Storm


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Anno: 2004 Label: Neurot Recordings/Relapse Records

Tracklist :
1. "Burn" – 7:07
2. "No River To Take Me Home" – 8:43
3. "The Eye Of Every Storm" – 11:57
4. "Left To Wander" – 8:11
5. "Shelter" – 5:18
6. "A Season In The Sky" – 9:50
7. "Bridges" – 11:36
8. "I Can See You" – 6:10

Line-Up :
Scott Kelly - guitars, vocals, percussions
Steve Von Till - guitars, vocals, percussions
Dave Edwardson - bass guitar, synthesizer, vocals
Noah Landis - organ, piano, samplers
Jason Roeder - drums
Josh Graham - visuals

“Questo mondo di fredda pietra non dà niente in cambio
A coloro che dormino mentre senza conforto bruciano
Ci sono pochi guidata alle fiamme
I più son contenti di annegare nel risveglio dei sogni.”

Nell’occhio del ciclone che severo ci avvolge, rimaniamo in attesa.
Un esodo durato otto album (ufficiali, targati Neurosis), e vent’anni di iconoclasta devozione alla musica. Per arrivare a scegliere il male minore, come ormai la nostra società è abituata.
Pur di non implodere per la gravità che comporta l’elevarsi spiritualmente, per guardare la realtà dall’alto, viene scelta una nuova via, cominciata con Times Of Grace : tornare alla terra che ha visto trascorrere i secondi, i minuti, le ore, i giorni, le settimane, i mesi e gli anni delle nostre flebili vite, e sancire l’armonia con essa, madre amorevole e sincera che non giudica mai, il cui desiderio è solo quello di ascoltarci e amarci, sempre.
Poggiare i piedi laddove è presente ogni soffio di creazione, sia essa divina o no, per avere una visione spirale e totale, a 360^, per comprendere definitivamente l’essenza delle piccole cose.
Ancora una volta le due anime , le due facce della medaglia che creano questo immenso e variopinto riquadro sonoro, opera le cui sfumature oscillano sempre tra il grigio e lo scarlatto : una è quella del maestro, il capitano, il guru Steve Albini, che con band quali Shellac, Big Black e Rapeman ha segnato la via per concepire una nuova maniera di plasmare la musica e renderla espressione dell’animo, nonostante le mille sfaccettaure, spesso fredde e matematicamente incastrate fra loro.
Dall’altra parte le mani sapienti di una band che tutta, muovendosi in gruppo, ha seguito la strada indicata da Steve, e, con diligenza e pazienza, ha saputo divenire allievo più importante, e ora comprende di avere definitivamente le carte in regola per superare il proprio maestro.
Un percorso compiuto a capo chino, in maniera umile, senza mai alzare la voce, se non per sfogare in solitudine la propria rabbia nascosta, per non scaricare la propria fragilità su di un mondo che non merita neanche di lenire il nostro dolore, al di fuori di poche e fondamentali persone, che amiamo.
“Negli oceani io posso trovarti, io posso vederti, io posso vederti”.
Il sound?Beh muta ancora, come da tradizione per la band, come un serpente che necessita di cambiare pelle ogni stagione, per tornare più forte e che mai e poter riaffermare la sua supremazia.
Le architetture sonore, a dispetto di una sempreverde ricercatezza nelle sovrapposizioni timbriche, come creato da Souls At Zero in poi, sono ora più scarne, scevre anche di quella pienezza orchestrale che ha fatto capolino nel precedente lavoro. Sottraggono, scremano gli strati di suono per sviscerarne l'essenza. Momenti di crescita verso alti picchi d'intensità si liquefanno in un batter di ciglia per dar spazio ad amniotiche aree di decompressione, come se un limbo ci catturasse per assorbirci al suo interno. A volte lo strato di suono è così sottile nella sua pienezza, da parire etereo.
Lo sguardo si volge intorno, verso paeasaggi bruciati che ardono l’anima, un bagliore fortissimo che anticipa la deolante catastrofe nucleare incorniciata da Burn. Non manca l’intro presente in Times Of Grace e A Sun That Never Sets, ma viene integrate all’interno di un’unica song : una gusto agrodolce dove danzano serene le vocals desolate di Steve Von Till e le chitarre appena accennate di Scott, mentre Jason guida la fila con precisione chirurgica, andando a sezionare il caos sprigionato all’improvviso dai riff dei due leader, e rendendolo inoffensivo, riducendolo unicamante a un’ eco lontana, sovrastata da keys di ambient puro che solo il migliore Burzum meglio poteva giostrare. Ma una quiete perenne è difficile da mantenere, ed ecco infatti tornare la violenza meditata che tanto è vicina alle ire dei Breach, dove chitarre taglienti come rasoi squarciano l’aria.
Una song sussurrata all’orecchio che narra di solitudine e speranza lontana, pacato amore per chi è lontano, lottare insieme a qualcuno in un mondo ostile, dove imperversano gli eremiti.

“Feel the freeze burn skin
salt your open wounds
a burning desire clears your eyes
a willful air fills your lungs"


Comprendere che tutte le strade sono in salita e che esiste No River To Take Me Home.
Lo sciabordio lontano delle onde che mosse dalla corrente portano lontano e cercando di dividere, armonizzazioni buie si muovono sopra un plateau di riff dilatati e compressi, dal sapore quasi drone, mentre in superficie l’esperimento ripetuto nella precedente opera, viene ripetuto, nuovamente in maniera eccezionale : un Von Till che dona la sua voce calda e pulita a muri sonori troppo spessi da sembrare reali. Ma non si lamenta solamente, è capace ancora di digrignare i denti e inveire contro un destino così beffardo, e niente si può fare, se non urlare, in maniera sommessa, su arpeggi che riprendono i (da loro stessi influenzati) Red Sparowes, Tone, Grails. E nel silenzio più profondo la song va a spegnersi, la notte e sopraggiunta e tra incubi si muove inquieta,

“Let them come
Be my eyes, lead me on
Lift me out, tear me up, spark to fire
Whatever comes through me I will be
I had three signs thrown down on me
Fate frees my heart
Whatever comes through me I will be”

tormentando anche le anime dei puri, ma per loro, il giorno arriva sempre, dopo ogni tenebra.
Ed ecco infatti i raggi di luce, ma i così belli e accoglienti che chiudono in maniera definitiva un componimento che splende di luce propria e da solo vale il disco.
Giunge l’alba di un nuovo giorno e si percepisce che l’aria è carica di elettricità, inquietudine e paura abbracciano l’animo, sbigottito dalla presenza contemporanea del sole e delle nuvole circostanti, come è giusto che sia ne The Eye Of Every Storm. Una tranquillità beffarda che non culmina in niente, ma riesce a mantenere una tensione altissima, visto il pensiero passato di un esplosione imminente, capace di logorare dentro, e il disagio è manifestato dalle voci malinconiche di Kelly, Von Till ed Edwardson, che solcano il limite sottile tra realtà e sogno con sussurrare chitarre, mentre Noah disegna affreschi elettronici eterei e quasi fischiati in un primo momento, per poi dettare con la voce pacata di Steve che pare accarezzata da soffici venti di fine estate : il marchio di campionamenti e delle keys è ormai padrone del sound Neurosis, e la song ne è la prova.
Goccie di pioggia che arrivano dalle nubi circostanti bagnano il nostro volto di pietra, troviamo conforto, come è espresso dalla voce trattenuta di Scott, che vede le anime di chi è stato meno fortunato, alzarsi, librare nell’aria come pilotate e sorvolare silenti, l’occhio del ciclone.

“So I crawl through the hailstones
My eyes fixed on my return (oath breaker sinks low)
Time brings them all home to the eye of every storm”

Dopo dodici minuti di catarsi, vediamo la tempesta allontanarsi lentamente con Left To Wander, ma con una colpo di cosa mostra ancora tutta la sua forza, obbligatorio scatto d’orgoglio, condotto da un Reoder devastante e da un Landis che riproduce fedelmente il suono di tuoni e vento. Ma la coda del ciclone è ormai lontana, e ci permette di vedere meglio la distruzione circostante. Arpeggi distorti che si uniscono da soli, in un crescendo che ricorda il mood dei Soundgarden di Superunkown, e vanno a spegnersi nuovamente in arpeggi che prendono linfa dal suono di band come i Tortoise.
La speranza è più consistente ora, quasi mossa dalla vista di superstiti che escono da anfratti di macerie, e strabuzzano gli occhi a un sole ancora scuro e maligno, figlio di un mondo nuovo.
E arriva Shelter a riempire il cuore di educata speranza, sottile e melliflua, che incide poco a poco, per non illuderci, ancora chitarre psichedeliche e appena accennate, sorrette da piccoli campionamenti che ne concludono il suono, rendendo il tutto perfetto e uniforme, un finale imbarazzante per semplicità e bellezza, manifesto di una band che è grande con poco.
Ancora non si è consapevoli della propria salvezza, e la mente torna a quei momenti drammatici, quando la tempesta era vicina e minacciava ogni cosa, immagini sfocate di morte e distruzione, narrate da un Von Till che con voce strozzata e capo tra le mani scava nella propria mente, non più nella nostra, mentre l’atmosfera circostante è quieta come non mai, una sorta di world musica riletta in chiave oscura e malinconica. Gli ingredienti son gli stessi : arpeggi di chitarra, basso profondo, keys e campionamenti latenti, ma ogni volta, ogni volta che la band ne fa uso, lo fa con maestria e passione, senza abbandonarsi mai a ripetizioni, ma costruendo arabeschi sempre nuovi con gli stessi mezzi di sempre, come solo le stirpi superiori sanno fare. Anche le consuete deflagrazioni della band cambiano di volta in volta, a volte anche all’interno della song, piccoli particolari che fanno invece tutta la differenza di questo mondo. Nuovamente le immagini delle anime che salgono al cielo invadono la mente, in un ricordo che dura effettivamente nove minuti e più, ma che dentro, rimane per sempre, quasi a scongiurare una perenne Season In The Sky.

”The leftovers were playing with my memories of love
I screamed at my god and he let me go
I drifted silently to the desert and began to pray
I came to a pile of ashes and sifted through it looking for teeth
A snake spoke through me again
But I could not heal their wounds”

Si ritorna al presente, ma con uno sguardo rivolto al passato soprattutto a livello concettuale, con Bridges. Parlai di ponti costruiti e ponti crollati in The Word As Law e Souls At Zero, ed ecco che si presentano nuovamente, in un rimprovero dalle tinte delicate, preso in braccio da tocchi di piano di classe cristallina, mentre in lontana percussioni ossessive ma poco rumorose fanno da contorno a tappeti spaziali dal sapore Floydiano. Un vento leggero spazza i nostri pensieri e l’ordine torna nella mente, e di chi ci sta di fronte. Ormai è inutile tornare indietro, ogni legame è stato reciso, ogni ponte abbattuto, ed è inutile riparare quelli che portano a luoghi di desolazione e solitudine, necessario è invece crearne di nuovi verso i luoghi dove ancora risiede la speranza. Per chi ci sta di fronte è difficile da accettare, e ci guarda in maniera assente : a testimone di ciò piccoli rintocchi e visioni di piano ci scrutano, e allora la pazienza viene meno, quando subentra il nervosismo, messo in scena da un muro di riff liquidi, senza alcun intervento ritmico, che si presenta invece nel finale, come uno schiaffo in pieno volto, sofferto, ma necessario, per spalancare la vista di chi non vuole vedere.

“You'll drag your house down, when truth comes calling at your door
Stare through the misty wonder, the life of men's souls
Your cup is empty and you are running out of time
Caving your head in, don't dare to dream it will implode”

Un sorriso abbozzato e un arcobaleno all’orizzonte suggellano il momento.
Ed ecco sopraggiungere l’ abbraccio tanto sospirato di I Can See You. Una dolce poesia di blues acido e minimale, dove keys lontanissime abbozzano un nero che non tornerà , ma sempre da temere e conoscere.
E Scott che canta la sua sommessa felicità, rivolta verso un amore che è simbolo di vita e rinascita.

“In the oceans we can find you
For the sun we praise your name
In the dirt we pray for god to bring you back again
I can see you, I can see you
In the void the stones are turning and turning and turning”


Neuros

giovedì 13 novembre 2008

Neurosis - Sovereign (ep)



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Anno: 2000 Etichetta: Neurot Recordings

Line-up:
Steve Von Till : Guitar, Voices, Percussion
Scott Kelly : Guitar, Voices, Percussion
Dave Edwardson : Bass, Voices, Moog Synthesizer
Noah Landis : Keyboards, Sampling, Sound Manipulation, Voices, Engineer
Jason Roeder : Percussion, Drums


Tracklist:
1.Prayer
2.Offering
3.Flood
4.Sovereign

Capita spesso di essere sommersi dal quotidiano, di dimenticare ciò per cui al mattino si mise la testa fuori dal cuscino, le grandi cose, le piccole cose.
Nella mente c’è un viaggio sempre desiderato, ma forse perché lontano o vicino all’utopia, si tende ad accantonarlo.
Poi tutto di un tratto si trova un vecchio biglietto per partire, coperto di polvere, ma ancora valido, non è un’ultima chiamata, ma da adoperare nel momento giusto, giusto per l’animo, per la mente, per il cuore. Un biglietto a prezzo stracciato, un vero affare.
Il biglietto che presento io è vecchio di sette anni, ma nonostante i segni del tempo, la carta è ancora integra, intrigante, e si può sentire il profumo del mistero, dell’avventura che sta dietro ogni viaggio. Un biglietto che porta ai Neurosis.
Un biglietto che presenta ogni tappa del loro viaggio, in quest’ordine : acustica, elettrica, rumore, sunto.
L’ep, primo lavoro del combo di Oakland sotto la loro Neurot Recordings incarna la loro definitiva evoluzione. Dopo la triade e un album di transizione come Times Of Grace, Sovereign è la nuova anima dei Neurosis. Dopo la strabordante ferocia bilaterale di Through Silver In Blood non si poteva esasperare il suono, allora lo si è spogliato, con ToG per poi rivestirlo di una nuova veste.
Prayer non lascia seconde considerazioni, inizia come recitata, come una preghiera dalla sorella di Steve, che presta le sua voce alla band del fratello, che compare dalla nebbia, così come fece su Away nel precedente album, e come sciamano si divincola tra gli arpeggi di chitarra, che cerimoniali scorrono, e l’unica scossa che muove la terra, è data proprio dalla sua voce, capace di fare il bello e il cattivo tempo, un mare impetuoso che improvvisamente diventa bonaccia, ma senza preavviso ritorna a infuriare per abbattersi sulla costa. E’la violenza insita nella band, ora non più divisa tra lato fisico e psichico, ma batte sempre su quest’ultima parte, non un riff, un rumore, ma la tensione è palpabile, è presenza.
Se questa era la parentesi acustica, si è consapevoli che An Offering non sarà una passeggiata, infatti i brevi campionamenti iniziali non sono altro che una farsa che apre riffing mai così doom nel loro incedere, cupi e dilatati, massicci, neri. Dove le brevi parentesi sono solo le vie di fuga per la luce, che morirebbe in tutto quel buio. Nel finale scorie malefiche di drone elettrico sono una mannaia che lacera l’aria, che inizia a divincolarsi tra le correnti e menare fendenti con le chitarre assassine di Scott e Steve, mentre Noah disegna in sottofondo scenari di sporchissimo gelo.
Ed ecco che arriva il loro modo di intendere il rumore, Flood, lande ghiacciate che disturbano i sensi, che penetrano nel profondo, mentre la batteria di Jason severa scandisce il tempo.
E’ la loro Giudecca, ma non c’è Lucifero alcuno, questa tortura interiore basta. E avanza.
E come promesso, nel finale arriva il sunto di questo ep dal valore di un album, vuoi per le canzoni che lo compongono, vuoi per la loro singola durata e quella totale, che supera la mezz’ora di inediti, vuoi per la qualità elevatissima che i tristoni di Oakland come sempre propinano.
In Sovereign si chiude la strada iniziata appunto con Road To Soverignty, traccia di chiusura di Times Of Grace, Sovranità, strada che porta…al sovrano.
La chiusura è il sunto di tutto quello sentito in precedenza, 15 minuti di maestria, di forza, di potere dimostrato sotto ogni forma, non c’è spazio per etica alcuna. Ancora un suono doomoso, il basso di Dave in primo piano, Noah che impazzisce dietro la consolle a disegnare scenari psicotici e lussuriosi, di malsano piacere, è il 35° canto lo scrivono loro, inghiottono tutto, Inferno e annessi, perché niente fa più paura di quello che sta dentro di noi, che è vero, ci conviviamo, e ancora una volta, loro conoscono bene questo buco nero:

“Faith in this will bring us all to her
We will know and feel all that is real”

Neuros

mercoledì 12 novembre 2008

Neurosis & Jarboe - Neurosis & Jarboe


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Anno : 2003
Etichetta : Neurot Recordings

Tracklist:
1. Within
2. His last words
3. Taker
4. Receive
5. Erase
6. Cringe
7. In harms Way
8. Seizure


Line-up:
Jarboe : Vocals
Scott Kelly - guitar
Steve Von Till - guitar
Dave Edwardson - bass guitar, synthesizer
Noah Landis - organ, piano, samples
Jason Roeder - drums
Josh Graham - visuals



Una parentesi che tralasciai a posta, perché a se stante, da considerare unica nel suo genere, e per questo isolata dal resto della discografia dei Neurosis. Passarono appena due anni dall’uscita dello psichedelico e mastodontico A Sun That Never Sets, e un nuovo full-length era in arrivo, ma la band di Oakland, non paga di ciò, scelse comunque di realizzare, forse più per amor proprio che per amore dei fan, un album unico, mettendo per un attimo da parte le voci di mille demoni rappresentate da Scott e Steve, chiedendo umilmente la collaborazione della demonessa per eccellenza, della loro musa ispiratrice, niente meno che Jarboe.
Proprio lei, la voce degli Swans di Michael Gira (suo compagno anche nella vita), una delle donne che hanno fatto della voce uno strumento, capace di mettere a nudo l’animo umano.
Dalla svolta dei Neurosis, esplosa definitivamente con Souls At Zero, la sua influenza è stata fondamentale, e proprio grazie a quell’album le due entità vennero a contatto. Jarboe sentì un loro brano, trasmesso da una radio indipendente (bei tempi penso io, ma anche bel posto gli States), e ne rimase impressionata, contattò la band e da quel momento rimasero in stretto contatto, un rapporto di amicizia allievo/maestro, fatto di rispetto e ammirazione reciproca. Finalmente, arrivò così la collaborazione, fatta di jam session della band, arrangiate poi dalla signora Jarboe in base ai suoi sinuosi, austeri e solenni arabeschi vocali. Il suono? Niente di più semplice, la psichedelia di ASTNS, il minimalismo frutto del processo compositivo del successivo The Eye Of Every Storm naturalmente, l’influenza della signora Gira, quindi un dark-industrial dalle tinte tribali, con forti accenni psichedelici.
L’album si apre con Within, introdotta da un suono che più spaziale non si può, in quanto ricorda un motore in partenza, per chissà quale siderale destinazione, e l’alieno che è nella band esce allo scoperto, con tribale ritmo di batteria, e campionamenti che si sdraiano uno sopra l’altro.

“I tell ya, if God wants to take me He will - He’s coming . . . “

L’inizio è dei più belli e apocalittici mai sentiti, prima i sussurri che non lasciano speranza e ripete questo verso all’esasperazione, poi brevi frase intonate con una voce che è dell’angelico, ma è tutta finzione, perché poi il basso di Dave subentra e benvenuti a un martirio sonoro tribal-industriale.
E il finale è ancora suo, di Miss Jarboe, che sa incantare con la sua voce.
Lei è capace di sotterrare l’anima dell’ascoltatore sotto strati di emozioni suscitate, che si alternano nel giro di pochi secondi, che vibrano al cambiare della sua ugola.
E allora spazio ai sussurri elettronici di His Last Words, dove la sua voce soffusa e filtrata arriva lontana e delicata, con i ricami elettronici di sottofondo, un semplice contorno alle chitarre che suonano leggere e ovattate, non ostiche come ci hanno insegnato i Neurosis. E aleggia sempre, la presenza dei Nine Inch Nails di Trent Reznor, quelli di Downward Spiral per essere sinceri.
Gli effetti finali della canzone portano a Taker, aperta da leggeri arpeggi chitarristici che suonano molto shoegaze, e timida ma sensuale Jarboe, si muove leggiadra come un predatore che fiuta la sua preda, e danza intorno a questa, ripetendo nella sua mente

“I don't care about yours
I'll eat you alive
It's up to you to push me out
I'll just keep taking
It’s the law of the jungle
EAT OR BE EATEN
EAT YOU ALIVE
And I take and I take and I take and I take and I take and I take and I take and I take and I take and I take and I take and I take and I take and I take an a mal an a mal an I mal an I mal an I mal an I mal an I mal ANIMAL ANIMAL ANIMAL ANIMAL ANIMAL ANIMAL ANIMAL”


Il rumore di sottofondo è la giungla che si anima quando il predatore afferra alla gola, e uccide.
Receive è strettamente legata al sound della sua band più importante, riportando alla mente le escursioni apocalittiche che poi i Neurosis presero come loro e le portarono in un contesto più violento, ma la matrice folk è la medesima, intimista e secca. Un piccolo spazio di tranquillità dove abbandonarsi ai propri pensieri, cullati dalla voce di Jarboe. Ma la musica cambia presto quando arriva Erase, che parte distorta e ipnotica, accenni di riff strozzati, con la sua cantilena in sottofondo, e la batteria di Jason che da il la alle danze, una base chitarristica rumoriste, e la miss che cambia le carte in tavola, cancellando, come dice il titolo, ogni cosa, con una prestazione vocale al vetriolo, capace di far impallidire una qualsiasi vocalist metal moderna, pizzicando il sistema nervoso e giocando a nascondino la nostra psiche, inibita dai loops sintetici di Noah.
Cringe è una pausa sintetica e incalzante, dove la voce di Jarboe prende forme astratte, poche parole, molti respiri e sussurri, incastonati in suono freddo e siderale. E le tastiere del finale sono di un’infinita bellezza, eterre, intime, ricordano i capitoli più belli dei Sigur Ròs, non quelli di Takk.
Un album dal potere inibitore elevatissimo, capace di lasciare il segno nonostante non porti con se una tale violenza sonora da permetterlo, ma a questo loro non badano, né i Neurosis né Jarboe, che hanno fatto della violenza psichica la loro arma migliore, lontani dai decibel, dalle cieche sfuriate, loro picchiano, martellano, pungono silenti e costanti, come un metronomo.
E il crescendo finale di In Harms Way e quanto di più vicino ci sia al sound neurotico, un lento sabba crepuscolare, gelido e cerimoniato dalla sacerdotessa Jarboe.
E il tutto si chiude con gli undici minuti di Seizure. Ritorna il folk minimale, ritornano campionamenti distorti e giri elettronici siderali, una summa di tutto quello che hanno fatto nell’album, e una summa delle caratteristiche più visionarie dei due artisti in questione, con la voce di Jarboe che è un sogno, soave, che duetta con Steve, raggiungendo un pathos impressionate, un suono che diverrà fondamentale in TEOES, che dolcemente entra sotto la pelle per non uscire più, capace di dischiudersi lentamente e propagarsi, che vorrebbe esplodere, ma non riesce, che trova il vuoto, in fondo al cuore

“I'm naked and I'm empty
But I can't absorb this void
Even as I sleep
I feel you at my heart”

Neuros