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mercoledì 12 novembre 2008

Neurosis - A Sun That Never Sets



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Anno: 2001 Label: Neurot Recordings

Tracklist :
1. "Erode" – 1:49
2. "The Tide" – 8:49
3. "From The Hill" – 9:26
4. "A Sun That Never Sets" – 4:59
5. "Falling Unknown" – 13:11
6. "From Where Its Roots Run" – 3:42
7. "Crawl Back In" – 6:50
8. "Watchfire" – 8:27
9. "Resound" – 1:26
10. "Stones From The Sky" – 9:46

Line-Up :
Scott Kelly - guitars, vocals, percussions
Steve Von Till - guitars, vocals, percussions
Dave Edwardson - bass guitar, synthesizer, vocals
Noah Landis - organ, piano, samplers
Jason Roeder - drums
Josh Graham - visuals

Un sole che non sorge mai.
La speranza resa vana dalle aspettative future rivelatesi fallimentari.
E non possiamo far altro che perderci nella luce crepuscolare che esso emana.
Consci che nessun raggio bagnerà più i nostri giorni che inesorabili scivolano via, lontani.
Il cammino inesorabile della vita che ci vede allo stesso momento registi e spettatori non paganti.
Tutto questo è A Sun That Never Sets, il settimo album in studio di quella entità musicale capace di trascendere tempo e spazio, che prende il nome di Neurosis. Dopo l’oscurità pregna di impotenza e catartica osservazione del nostro animo, posta in musica dalla Triade, un’elevazione spirituale che ci riporta dopo tanto salire a una infernale discesa, riportandoci alla terra che aveva accolto la nostra nascita con il monolitico Times Of Grace. Ed è questa la via che la band decide di intraprendere con questa ennesima realease. Scegliere una nuova visuale, una visuale terrena comprensibile per l’uomo, scrutare dal basso l’enormità della volta celeste che si erge al di sopra delle nostre teste, che assiste alle nostre azioni, e non giudica, mai.
La collaborazione con il guru Steve Albini prosegue inesorabile, connubio perfetto voluto da entrambe le parti, capace di dare vita a mausolei sonori di rara bellezza, dinanzi ai quali ci si può solo prostrare, in ginocchio, chinare il capo e stringerlo tra le mani, in segno di resa e disperazione.
Il sound è legittimo figlio dell’evoluzione cominciata con Times Of Grace, ma riprende quel carattere buio che fece grande un capolavoro come Through Silver In Blood. Si parte quindi da una alleggerimento della struttura delle song, ma questa volta l’operazione risluta meno evidente e maggiormente omogenea, visto l’arricchimento della sezione orchestrale, magistralmente portata avanti da un Noah Landis che diventa davvero colonna portante della band, tassello essenziale nel mosaico Neurosis, che ora da sestetto si muove, grazie al contributo visivo di Josh Graham, che fondamentale per donare fisicità alle song in sede live e su video, grazie alle sue immagini forti e ipnotiche, segno che la creatura neurosisiana, oramai trascende qualsiasi schema conosciuto.
Si parte con Erode. Come avvenuto su Times Of Grace, ci viene presentata una strumentale che è di straniante bellezza. Ambient minimale che si muove come una serpe su ritmi cadenzati di percussioni e batteria, mentre Landis da libero sfogo ai demoni che risiedono nella sua mente, attraverso passaggi disturbanti e cesellati, piccole schegge che penetrano nella pelle per non uscire piu. Ed è in questo modo che si apre l’angosciante The Tide. Un crescendo acustico processato dalla voce di Steve Von Till che riesce a pizzicare le corde nascoste che risiedono all’interno del nostro animo, smuovendoci dentro, liberandoci dal rumore che alberga all’interno di noi, liberandoci dal rimbombante silenzio del cosmo. Violini soffici come piume al vento ci fanno strada all’interno della song, mentre flanger spaziali di sottofondo disegnano scenari di bellezza impercettibile, sussurrata all’inizio, ma che lentamente alza la voce e si alza, come la marea nelle notti di plenilunio quando regna la quiete e il cielo ci sorride beffardo. Le orchestrazioni di Noaha camminano mano nella mano alle chitarre di Scott e Steve, mentre entrambi si dannano alla disperata ricerca della voce del mare, che continua a sollevarsi, fino a sommergere ogni cosa.
Tutto mentre rintocchi di campana paiono segnare una lenta marcia versi gli abissi dell’oblio.
Una risultante di forze differenti e contrastanti, ben espresse nella monumentale From The Hill.
Da una parte la dannazione perenne inscenata dalla straziante preghiera di Scott, dall’altra parte, in un perfetto ossimoro sonoro, il vuoto totale della paste strumentale, poggiante su sfuggevoli distorsioni di chitarra e con soli di batteria e basso ad accompagnare questa marcia funebre che viene gelidamente accarezzata da cornamuse che scolpiscono nella mente nuovi paesaggi solitari e graffiata in maniera gelosa da chitarre che crescono con la massima imponenza e non curanza della pace circostante. Pace nuovamamente stuprata dal cucù iniziale della title track. Verrebbe da ridere se non si sapesse di avere a che fare con una band che non fa dell’allegria la sua arma principale, ed ecco a conformare le nostre certezze (come se ce ne fosse ancora bisogno) l’andamento decadente della song si mostra in tutta la sua durezza, ma per la prima volta Scott e Steve adagiano le loro clean vocals sopra uno spesso tappeto di chiatarra e non sopra soavi arpeggi acustici : manna dal cielo. Una capacità emotiva inaspettata ma quasi desiderata, a voler mostrare che non le anime della band non sono scisse e inconciliabili, ma anzi, forti di un incastro che rasenta la perfezione.

“A sun that never sets burns on.
New light is this river's dawn.”


Ogni essenza che si unisce ad un’altra, costruendo una barriera sempre più difficile da infrangere. E non osiamo neanche, incantati dalla ninna nanna di Falling Unkown : 13 minuti di poesia pura.
Carezze chitarristiche minimaliste si alternano a riff meditati e introspettivi, non più atti a deflagrare per fare male, ma quasi con una funzione filosica, atti a far meditare, come se fosse Freud stesso a insinuarsi nelle acide note della song e condurci verso i meccanismi più reconditi della nostra mente, a risolvere l’opposizone tra il nostro Io e un Super-Io proveniente da più fronti, capace di schiacciarci dall’interno, cibandosi delle nostre paure, e dissanguandoci dall’esterno, fortificato dall’egoismo delle masse che come anime possedute danzano lentamente intorno a noi. Danzano guidate dal ritmo post-rock che torna in seno alla band dopo una breve apparizione sul precedente album, andamenti ipnotici e acustici che diverranno il marchio di fabbrica dei Red Sparowes e degli ultimi Isis, ma i maestri sono loro, e lasciamo che il loro concerto continui indisturbato, chiudendosi in una finale epico all’inverosimile.

“With the wind at your back and the light in your eyes,
the freeze of your blindness will show.
Under the cloud cover, the flares signal change.
Will you ever know?
The fields they are burning, the smoke chokes your breath.
Will you stand or run?
You dream of a mountain, the peaks rise to the sky.
Will you answer its call?
Is your heart still beating? Can you feel this at all?
This landslide will bury us all.
With the storm on your mind and the clouds in your eyes,
will you survive?
Lie in wait, I will lie awake.
Falling through a world unknown.”


Legarsi indissolubilmente alla terra, e quale titolo è migliore per sancire questo legame di From Where Its Roots Run? Nessuno, infatti. Un ritmo tribale che riporta ai tempi di Enemy Of The Sun, sopra il quale si staglia il sermone di Steve Von Till, e in secondo piano il ballo rituale di Scott.
Si rimane a bocca aperta dalla freschezza che trasuda una song come Crawl Back In, aperta da riff non cupi, ma aperti e pregni di una luce lontana, ma sempre di luce si tratta, e non si può contestarla. Il mood è di quelli che si inculcano nella mente per non lasciarla più. Una confessione di un cuore che vuole liberarsi di un peso insostenibile, che fa male e sanguina, in maniera composta e silenziosa, aprendosi al pianto solo nel finale, quando le chitarre di Scott e Steve creano il giusto momento per lo sfogo. Un finale ispido e severo, crudo e sui denti, che si contrappone all’assordante desolazione di Watchfire. Riemergono le influenze soliste dei due leader della band, capaci di disegnare fumose immagini di introspezione che poggiano su Nick Cave e Johhny Cash, su Michael Cashmore e sull’isteria di Thom Yorke, relegano l’eplosiva essenza Neurosis a mirati frangenti di cattiveria controllata, che si protraggono fino allo spoglio finale della song.
Campane e batteria, ci portano verso la piccola pausa di Resound che volenti o nolenti, fa il verso al sound di Blood Inside degli Ulver. Lenta e martellante, senza spendere una goccia di sudore, ci porta alla suite conclusiva che prende nome di Stones From The Sky.
A guidarci verso un altipiano brullo a mirare il cielo è Scott Kelly, che riporta nella song tutta la passione verso il folk apocalittico riversata nel lavoro solista Spirit Bound Flesh, una song tra le più belle mai scritte dal combo, che cresce inesorabile e porta alla contemplazione, sorretta da flauti che portano la mente alle notti dei beduini nel deserto, che scrutano il cielo in cerca di un segnale propizio per un futuro incerto. Quasi dieci minuti da respirare a pieni polmoni, e lasciarci inebriare dal profumo caldo che sprigiona la song, mentre il sole finalmente sorge, ma non dinanzi ai nostri occhi, bensì all’interno della nostra anima.

“Sun of my soul be revealed. Walking amongst the stones
from the sky, feeling their rhythm wash over me


E tutto si finisce nei disturbi della frequenza causati dalla tempesta circostante, ma noi siamo al sicuro, non si sa per quanto, nell’occhio del ciclone che severo ci avvolge.

Neuros

martedì 11 novembre 2008

Neurosis - Times Of Grace


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Anno: 1999 Label: Relapse Records

Tracklist:
1. "Suspended In Light" – 1:59
2. "The Doorway" – 7:35
3. "Under The Surface" – 8:37
4. "The Last You'll Know" – 9:14
5. "Belief" – 5:56
6. "Exist" – 1:41
7. "End Of The Harvest" – 7:29
8. "Descent" – 2:57
9. "Away" – 9:35
10. "Times of Grace" – 7:11
11. "The Road To Sovereignty" – 3:53

Line-Up:
Scott Kelly (guitars, vocals, percussions)
Steve Von Till (guitars, vocals, percussions)
Jason Roeder (drums, percussions)
Dave Edwardson (bass, voice, moog)
Noah Landis (keyboards, samples, tapes)
Pete Inc. (live visual media)

Esperienze.
Fanno tutta la differenza di questo mondo.
Chi non è capace di guardare oltre, relazionarsi con altre realtà, evolversi, è destinato a sparire.
Figli di un Dio minore, i Neurosis hanno fatto dell’evoluzione la loro arma principale, e pochi altri hanno saputo raggiungere l’aulicità del loro processo. Dopo esordi acerbi e di rabbia come Pain Of Mind e The Word As Law, dopo la Triade imprescindibile (Souls At Zero, Enemy Of The Sun, Through Silver In Blood) che li vide mutare pelle e incarnare un’essenza superiore, ecco che la strada vira nuovamente, verso nuove direzioni, delle quali neanche loro conoscono la metà, ma sanno che la porteranno lontano, dove l’argento di Through Silver In Blood si tramuta in polvere cosmica, un pulviscolo stellare che pervade l’animo, da sempre l’universo più angusto e insidioso che esista, un universo al quale non tutti possono accedere. Se non ti chiami Neurosis.
Evoluzione quindi, e da dove iniziare se non dalla cabina di regia? Billy Anderson fece un lavoro notevole dietro Enemy Of The Sun e Through Silver In Blood, ma la band era insaziabile e decise di affidarsi a un guru musicale delle scena alternative, una figura che stesse vicino al sound della band, qualcuno che spingesse oltre le loro visioni, qualcuno, come Steve Albini. L’album, registrato nei suoi Electrical audio recording di Chicago nell’ottobre del 1998, fu la prima collaborazione tra i due pesi massimi, un’alchimia viscerale e quieta, atta a curare ogni minima sfumatura, e i risultati che andremo ad analizzare, beh, li sentirete da voi, ma fidatevi se Steve fece pressione alla aband per poter produrre i successivi capolavori, e la band dal canto suo, non chiedeva altro.
A un ascoltatore distratto, il percorso intrapreso da quest’album potrebbe rappresentare un involuzione per la band : niente di più sbagliato. Non perdersi, in una musica che fa perdere di suo. Ecco il nuovo intento della band. Sarebbe stato controproducente imbastire un Through Silver In Blood part.2, una scelta che avrebbe portato la band all’autocompiacimento e la stasi artistica. Allora come procedere? Semplice : snellire il sound. Non lasciatevi ingannare, le composizioni sono sempre di una pesantezza asfissiante, ma meno stratificate, a favore di una pischedelia mirata e melliflua, coadiuvata sempre maggiormente da parentesi atmosferiche di nero respiro. Gli spigoli vengono smussati e il tutto diviene un tondo andamento di logorio nervoso. Se il precedente album, pareva innalzarsi al cielo, questo poggia saldamente sopra la terra che ogni giorno calpestiamo.
Si pesta la nuda terra, già dall’intro Suspended Light, un angolo di ambient e psichedelica, che si regge su keys, effetti e basso, con leggeri tocchi di percussioni a scandire il tempo, che lento, passa inesorabilmente, sopra le angosce del nostro tempo. Un tempo che nelle nostre mani trova rifugio e compimento, protetto dalla fisicità di The Doorway. La mano di Steve dietro la consolle si sente eccome, le chitarre sono più grezze, dal gusto “rurale”, ma non per questo meno graffianti, anzi, senza indugiare squarciano il velo di Maya che imprigiona la realtà, per mostrarci la via da seguire. La song incide come una lama sempre nello stesso punto, ora ritmata, ora lenta e sulfurea, mentre echi metallici in sottofondo rendono il tutto scarlatto e pregnante di zolfo. Nel finale un vortice di basso e percussioni ci riporta indietro a Enemy Of The Sun, quasi a voler ribadire le radici terrene dell’album, e in distorsioni roboanti, si chiude la song. Ma non c è un attimo di tregua perché riprendendo il finale della precedente, arriva una delle song (a parere del sottoscritto la migliore) più belle di tutte della storia dei Neurosis : la possente Under The Surface. E cosa si trova sotto la superficie? Fredda terra, richiami di defunti sepolti, e tanto, tanto dolore soppresso. La song scivola possente sopra il ritmo tribale di base, ma esplode in maniera secca e viscerale, con riff che faranno la futura fortuna dei Mastodon. Il suono di chitarra non è più glaciale e si distacca da quel mood industriale che aveva caratterizzato i lavori della Triade. Se dovessimo attribuire una colore a questo, sicuramente sarebbe una tonalità di marrone : a volta chiaro, quando batte la luce del sole, ma nella maggioranza dei casi, scuro, e dai riflessi rossi, quando le profondità della terra ne fanno da padrone.

“Your shell is hollow, so am I
the rest will follow, so will I

Si placa nuovamente e riprende vigore di lì a poco, decantando la propria frustrata speranza. Speranza resa vana dal sopraggiungere di The Last You’ll Know.
Magnificenza assoluta, imponenza sovrana. Strutturata in maniera semplice, ma sorretta dal duetto vocale Kelly-Von Till e dalle cornamuse di Landis, si tramuta in una lenta cavalcata epica, che fa viaggiare la mente per paesaggi lontani e brulli, dove i violini ricamano arabeschi autunnali, che portano a sentire la caduta delle foglie sopra le nostre teste, dimenticando l’inferno sonoro che accade in secondo piano. Ed ecco che un nuovo intermezzo ambient riporta la quiete, cullato da effetti stranianti, che vanno a formare l’impalcatura per la deflagrazione finale. Rumorista e maligna, pare uscita da un qualsiasi album di black metal grezzo.
Malignità che si fa angoscia in Belief. Un crescendo ipnotico che implode in se stesso, senza fare rumore, una danza psichedelica e minimale, dove è la voce di Steve a fare da padrona, poggiante sopra le tastiere di Noah, il basso di Dave e piccole schegge di chitarra da lui stesso lanciate, mentre Scott da man forte al lavori di Jason alle percussioni. Una litania di rassegnazione e auto-commiserazione che si protrae strisciante dentro di noi e solo negli ultimi secondi prende vigore, come a voler dimostrare che la rabbia non è sopita, ma viaggia silenziosa all’interno di noi.
Una piccola oasi di calma viene imbastita da Exist, dove i richiami al post-rock più cupo sono evidenti, poche note di solitudine ripetute senza tregua, che vanno a spegnersi su loro stesse creando un ponte con la successiva End Of The Harvest. Psichedelica e minimalista, non nasconde i richiami ai Pink Floyd dell’era Barrett e Waters, infondendo una sensazione di sciagura imminente. E infatti al solito arriva a schiaffeggiarci e svegliarsi dai nostri sonni, un turbine di sabbia che pervade i nostri polmoni e vuole soffocarci, come pare essere la voce strozzata di Dave, presente anche lui in questo frangente, che silenzioso si spegne nella quiete che band come Explosions In The Sky sa donare, ma questi ultimi non si avvicinano minimamente alla violenza sprigionata nel finale dal combo di Oakland. Una fiera che ringhia, digrignando i denti, come appare nell’artwork.
E Descent ci accoglie, sola e arrendevole, dopo tanto peregrinare, forte dei suoi forti toni celtici, che spalanca dinanzi a noi lande desolate e brulle, prati infiniti battuti dai freddi venti del nord, dove lo sguardo si perde, ed è lecito commuoversi.

“Cease this long, long rest
wake and risk a foul weakness to live
when it all comes down
watch the smoke and bury the past again
sit and think what will come
raise your fears and cast them all away”

E Away è la summa di tutto ciò.
Una baracca di legno, con un arredamento scarno, essenziale. Un tavolo spoglio dove appoggiare le proprie poche cose, e soprattutto una bottiglia di Scotch, da versare nel piccolo bicchiere, per stemperare la solitudine che regna in noi. Una sedia dove poggiare le proprie speranze future e farle riposare, in vista di tempi più bui, mentre lo sguardo si perde nel fumo della sigaretta, che aspirata delicatamente dona un senso di pace e tranquillità, mentre un fuoco acceso nel camino dietro di noi scalda il nostro corpo e la nostra anima, mentre fuori, imperversa la bufera. Sono le sensazioni che danno solo i dannati come Neil Young e Nick Cave, e i Neurosis le fanno loro, in una parentesi di nove minuti dove tutto è giocato su sussurrati arpeggi di chitarra e la calda voce di Steve, menestrello accogliente e dannato, che nel finale prova a dare sfogo alla sua rabbia, ma non riesce, poiché sfiancata da tanto errare.
Ed ecco la tempesta si placa e il viaggio ricomincia, più austero che mai, insidioso come solo i Neurosis sanno fare, con la title track : doom sepolcrale e martellante, vocalizzi beceri e pause ingannatrici, in un’altalena che colpisce come un pugno allo stomaco, ma imperterriti si va avanti, feriti e logorati soprattutto nella mente.
E dopo tanto viaggiare, esausti e sull’orlo di una crisi, ecco il sentiero tortuoso si apre in un’ansa di pace dove, alla base di un albero, si può definitivamente riposare, questa volta per davvero, cullati dalla calda melodia di The Road To Sovereignty. Si ricorda il viaggio, le fatiche, mentre il lontananza trombe e violini elevano il nostro spirito e ci perdiamo in un sonno profondo e ristoratore, mentre un piccolo sorriso nasce sul nostro volto. Rigenerati apriamo gli occhi e volgiamo lo sguardo al cielo, per ammirare, un sole che non sorgerà.
Così inizia il nuovo tragitto, e come il precedente non si sa dove porterà, ma di una cosa si è sicuri, che sarà in salita, come ormai ci hanno abituato i Neurosis.

Neuros

Neurosis - Through Silver In Blood


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Anno: 1996 Label: Relapse Records

Tracklist :
1. "Through Silver In Blood" – 12:11
2. "Rehumanize" – 1:46
3. "Eye" – 5:17
4. "Purify" – 12:18
5. "Locust Star" – 5:48
6. "Strength Of Fates" – 9:43
7. "Become The Ocean" – 1:27
8. "Aeon" – 11:43
9. "Enclosure In Flame" – 10:19

Line-Up :
Scott Kelly (guitars, vocals, percussion)
Steve Von Till (guitars, vocals, percussion)
Jason roeder (drums, percussion)
Dave Edwardson (bass, voice, moog)
Noah Landis (keyboards, samples, tapes)
Pete Inc. (live visual media)

"Attraverso argento nell'anima
Ci leviamo in piedi giudicati
Non da occhi di carne, quando
I tempi del transito attraversano
La visione della preda consumata"

Sempre meno corpo.
Sempre più anima.
Enfasi di un cosmo che ognuno racchiude all’interno di sé.
Questo è Through Silver In Blood.
Registrato da Billy Anderson ai Brilliant and Coast Studios di San Francisco, Through Silver In Blood è il quinto full-length ufficiale dei Neurosis e in maggioranza assoluta è definito l’opera somma della band.
Nonostante realtà come il Death, Black e Thrash Metal fossero oramai affermate da anni, già Souls At Zero suonò come un campanello d’allarme nell’estremismo sonoro. Ed ecco che questa nuova opera del sestetto di Oakland sposta un gradino più avanti la concezione di estremo. Una violenza non fine a se stessa, né fisica, bensì morbosa e cerebrale, e nella musica pochi sono i paragoni che posso fare in questo ambito, ovvero Swans, Godflesh, My Bloody Valentine, Converge, Tool e pochi altri.
Curioso come silente e assassino il 1996 vide l’uscita di due album che segnarono l’avanguardia sonora : il masterpiece dei Neurosis e quello dei Tool, Aenima.
Un’intensità estrema e omogenea, ma non per questo priva di sfumature udibili solamente dopo decine di ascolti davvero attenti, un po’ come accade per il caleidoscopio sonoro che prende il nome di Focus dei Cynic.
Album dalla portata enorme, del quale si accorse la Relapse, che strappò la band dall’underground dell’Alternative, che scalzò definitivamente la Earache e portò il combo nell’olimpo della musica, donandole la visibilità meritata con determinazione, tirando fuori le unghie e sputando sangue, sangue che ora caccia chi ascolta i loro lavori. Ci addentriamo così in un universo mai così buio ed etereo, dove le caratteristiche della band trovano la loro perfetta dimensione, sempre più pregne di fughe dal sapore ambient, opera del nuovo membro Noah Landis e arabeschi acustici che portarono a coniare un termine per definire il sound della band, overro “apocalyptic folk”.
L’album si apre con la title track, così come si era chiuso Enemy Of The Sun, ovvero con un ritmo tribale trainato da percussioni e synth di sottofondo, che pare portarci alla scoperta di una foresta nel cuore della notte, echi di sottofondo si fondono con distorti arpeggi di chitarra, Roeder ormai è una granzia alle pelli, ma da quest album in poi le percussioni sono anche frutto dell’immenso lavoro della coppia Kelly-Von Till. Subentrano riff infetti e glaciali, sostenuti da un Jason mai così preciso ed efficace, mentre sottili polveri industriali si spargono nell’aria, in una continua progressione tra monolitici riff e armonie velenose. Mai i Neurosis hanno imbastito una tavola così ricca di sulfuree pietanze, e loro, da conviviali antichi declamano il nostro dissolversi, come bene evidenziano le quattro righe che introducono questa recensione. Distorsioni disturbanti ormai sono arma sanguinante della band, in quanto utilizzate per ferire anche nei precedenti lavori, ma continuano a sorprendere e far male, preludio di un finale che riprende il ritmo d’apertura, ma in maniera maggiormente frenetica e vorticosa. Più di dodici minuti di oblio.

“Bleeding one
Bleed alone
Breeding love”

La piccola parentesi campionata di Rehumanize, non fa altro che far crescere in maniera inesorabile la tensione, che sfocia inesorabilmente nei ritmi sincopati di Eye, song che riporta direttamente ai primi veri esperimenti sonori di Souls At Zero, tanto è grezza e deviata nel suo incedere. Frenesia messa in musica, disperazione e crudeltà.

“Our destiny awaits
Survival of our wrath
The frigid apparition
Waits silently transcendent”

I rumorismi che escono dalla chitarra di Steve altro non fanno che rendere l’atmosfera più claustrofobica possibile, rallentando quando necessario il mood della song, con echi che fanno ricordare appunto la devastante The Web, chiidendosi con sinistri echi metallici. L’ambient spaziale ci da il benvenuto in Purify, un piccolo anfratto di solitudine :

“Can you feel your fate
Can you see you're
Biding time hide
From your life”

che verrà ripreso dal lavori solisti di Scott e Steve (soprattutto da quest’ultimo); prologo che si interrompe in maniera solenne lasciando spazio a parabole malvagie disegnate da arcigni riff di chitarra, che lasciano il spazio a soffi di rumore inscenati dalle bacchette di Roeder e dal basso di Edwardson, e in sottofondo cornamuse disegnano spazi musicali stranianti e ipnotici mai uditi prima.
Un percorso mai così tortuoso, ma necessario per raggiungere anfratti spaziali dove regnano unicamente freddo, silenzio e la fioca luce delle stelle. Una più delle altre ci chiama a se, magnetica e calda, stella che guida le nostre menti e ci conduce al sapere supremo. Locust Star. Aperta da un cadenzato ritmo di percussioni, esplode in tutta la sua magnificenza, suggellata da chirurgiche schegge chitarristiche, che incidono sempre nel medesimo punto, senza perdere mai di vista l’obbiettivo, noi. Un’iconoclastia severa e nichilista che danza severa sopra le nostre teste.

“You all lower me
Christ's shine blinds
Your world
Your belief is scars”

Nel finale sono i latrati di Steve a fare da padroni, mentre in secondo piano i vocalizzi isterici di Scott, completano un quadro di perdizione e macabro piacere.
La tensione non accenna a calare, neanche con l’oscura litania di Strength Of Fates. Dolci note di piano e sussurri di synth ci accolgono con lo sguardo basso, quasi a non voler incrociare il nostro sguardo, mentre Scott narra tutta la sua frustrazione, implorando perdono e chiedendo conforto.

“On this earth - lay me down
Soil my blood - this shell will fade
Gods with eyes - i'm ready now
At the hanging tree - giver of life
Great mother heal - I will rise”

Conforto che non arriva, ma al contrario, viene rifiutato e condannato alla dannazione eterna da cadenzate chitarre e oscuri tocchi di keys. E ci si perde in un finale che è un trip dannato, una macumba dalla quale non si può scappare, e l’arrendevolezza porta a Become The Ocean, oasi buia prima del deserto di Aeon.
Un deserto battuto da una brezza leggera e suadente che prima è un piano sussurrato, poi una breve intermezzo tribale supportato dalla melodia acustica di Steve, ma la brezza ben presto si tramuta in bufera, una bufera di riff che portano via ogni cosa, che come nelle notti d’inverno si placa in pochi minuti lasciando spazio a una nuova brezza, ma echi metallici lontani ci annunciano che la calma è apparente, e una nuova folata violentissima torna a spazzare la nostra anima, sostenuta da un flavour industriale e meccanico che non fa prigionieri, mentre strisciano in secondo piano keys pompose e d’atmosfera, che portano verso luoghi siderali mai raggiunti. E all’improvviso tutto è quiete, una quiete che pervade e inibisce i sensi, portando la song a morire così come era iniziata.
Ci si aspetta un finale quieto come quello del suo predecessore, e invece no.
Through Silver In Blood mostra la sua coerenza fino in fondo. Un cammino di dannazione e dolore, di urla e silenzi. Arpeggi soffusi orchestrati dalla voce sospirata di Scott paiono un anestetico inebriante, ma a poco serve, per combattere il dolore che provocano le note sepolcrali che fanno da sostegno a Enclosure In Flame. Un retrogusto acido e doom pervade tutto il componimento, alternato alle ingannevoli pause di riflessioni, quasi come se fossero poste appositamente per pensare ai nostri peccati e liberarcene :

SIlently praying for
Enclosure within the
Flame of origin

Mai finale più azzeccato. La band ci purifica in maniera lenta e solenne, arrivando a una totale visione del nostro dolore, causa della nostra finitezza, elevandoci a status superiore, portandoci a un tutto uno con il cosmo che è in noi.
Questo è Through Silver In Blood. Espiazione e rinascita, che passano attraverso l’argento, e che possa piacere o meno, lo scopo dell’album e questo, e se alla fine di esso, sarete pervasi da una violenta emozione di tranquillità, allora la band avrà raggiunto il suo scopo, e non potrete più farne a meno.

Neuros

lunedì 10 novembre 2008

Neurosis - Enemy of The Sun

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Anno: 1993 Etichetta: Alternative Tentacles Records


Line-Up:
Scott Kelly (guitar, vocals)
Steve Von Till (guitar, vocals)
Dave Edwardson (bass, vocals)
Simon McIlroy (keyboards, tapes, samples)
Jason Roeder (drums and percussions)
Pete Inc. (visual media)


Tracklist :
1. "Lost" - 9:41
2. "Raze the Stray" - 8:41
3. "Burning Flesh in Year of Pig" - 1:37
4. "Cold Ascending" - 4:35
5. "Lexicon" - 5:41
6. "Enemy of the Sun" - 7:33
7. "The Time of the Beasts" - 7:59
8. "Cleanse" - 26:34



Ormai non si può più tornare indietro, quel ponte instabile che aveva il nome di The Word As Law è definitivamente crollato, utile unicamente per una traversata, tornare indietro significherebbe cadere in un fiume d’oblio, senza dimenticare che dietro di noi sono anche già chiuse le porte interne dell’animo rappresentate dalla carezza disperata di Souls At Zero, la prova da superare, a fatica, tra sudore sangue e nero catrame.
Ormai la direzione è prefissata, bisogna andare avanti, ma la destinazione, quella no, quella è ignota. E allora si va, chiusi nell’abbraccio del proprio io, senza l’interferenza di niente e nessuno, guidati unicamente dal proprio deviato raziocinio.
Enemy Of The Sun vede la luce solamente un anno dopo Souls At Zero, e si porta ancora più avanti del predessore, spingendo la band in universo proprio che la vede come demiurgo. Prodotto da Billy Anderson agli Razor's edge studio di San Francisco, il full-length è un vero pugno nello stomaco. I suoni si dilatano ancora e subiscono un nuovo rallentamento, e già dall’inizio di Lost si capisce che sarà come soffocare per più di un’ora; le lievi influenze primigenie punk\hardcore presenti ancora in Souls At Zero spariscono in maniera definitiva e a guadagnarne è l grave pesantezza dell’album, sostenuto da ritmiche mastodontiche e spesso tribali, contornate dagli ormai onnipresenti campionamenti e synth, rendendo l’album nudo e crudo, di un grigiore asfissiante, un blocco unico e indissociabile da cui è impossibile sfuggire. Il tutto condito da testi che si impegnano unicamente a scavare dentro, tralasciando la realtà circostante come se per essa la speranza fosse vana, e cercando di conservare almeno la proprià identità, che si porta avanti con una rabbia inaudita, miscelata alla frustrazione verso un passato ormai defunto. Un dialogo con se stessi, mettendo a nudo le proprie angoscie e paure, relazionandosi con una collettività fatta a persona quasi, capace unicamente di ascoltare, ma senza donare il minimo conforto. Ormai il metodo è chiaro, combattere il male con il male, e la cura comincia, nella maniera più brutale, con Lost.
Un campionamento di film ci introduce nell’essenza Neurosis, un meandro buio messo in mostra con i cupi giri di basso di Edwardson e la voce disperata di Scott Kelly, vocalist magari non pulito o tecnico, ma capace di donare emozioni vere. La luce si accende, una fioca illuminazione creata dalle chitarra dissonante di Steve, ed ecco che la composizione va a formarsi con i tocchi minimali della batteria di Roeder, e la deflagrazione arriva inaspettata, a colpire le nostre orecchie, in un sali e scendi di riff corrosivi e ossessivi, mentre alla sofferenza di Scott va ad aggiungersi la frustrazione vocale di Steve, istericismo toccante e profondo. I ritmi si fanno sincopati, singhiozzanti, e un tappeto di keys fa da base al caos meditato proposto dalla band. Meditato poiché all’improvviso interrotto da eterei arpeggi di chitarra, sopra i quali poggiano un lento e cadenzato solo e un piano. Ma ecco che che le carte vengono mescolate dall’incedere industriale del basso distorto di Dave e dai campionamenti di fabbrica di Simon, ai quali vanno ad aggiungersi rimanenti strumenti in un crescendo finale di rara bellezza. Bellezza che continua nella soave ed esotica voce femminile che introduce Raze The Stray. Un inizio ipnotico dove keys profondissime e tocchi di piano soffiati creano un tappeto che porta lontano verso un sogno, che tale non è, quando subentrano gli infernali riff di chiatarra della coppia Kelly-Von Till supportati dal drumming furioso e tribale di Roeder. Un incubo che inganna, con il ritorno delle precedenti atmosfere sognanti, ma che si tramutano in un crescendo asfissiante con il basso di Dave e gli accenni di riff di Steve, che si cimenta anche ad impersonare una fiera infernale con le sue raw vocals. Una nuova altalena sonora che richiama gli Helmet degli esordi ci percuote con violenza, come se stesse cercando il momento adatto per saltarci alla gola, la tensione sale e diventa opprimente, ma non trova mai sfogo, come è giusto che sia, infatti il vero cacciatore è quello che sa aspettare e giocare con la mente della preda. Difatti la morsa viene allentata e chitarre nuovamente acustiche tornano a rammentarci il carattere infimo e ingannatore delle belva Neurosis, che si muove barcollante come un ubriaco in una fredda notte invernale. Tanti paragoni per un’unica essenza : la disperazione racchiusa in ogni esistenza. E come tutto era iniziato finisce, triste ed evocativo dove invece del piano, sono i violini a fare da padroni.
Feriti ma vivi, proseguiamo attraverso la foresta rumorista di Burning Flesh in Year of Pig : quasi due minuti di campionamenti noise che pungono come spilli pregni di veleno. Il giusto preludio per l’inferno sonoro dell anthmica Cold Ascending.
Aperta da un ritmo che verrà poi ripreso dai Sepultura di Roots, la song cresce sotto i nostri occhi (anzi, orecchie); riff disturbanti e maligni vanno ad aggiungersi lentamente, rincorrendosi e sovrapponendosi, fino a divenire un tutto uno sotto gli ordini di Scott, che si staglia imperioso sopra il marasma sonoro, con la sua voce graffiante e rabbiosa, sempre supportata dai latratti di Scott, mentre la song si inerpica su stessa, con distorsioni e campionamenti che vanno a fondersi, in un incendio sonoro che brucia ogni cosa, che diviene con il passare dei secondi la perfetta colonna sonora per un esorcismo, trainato dal sciamano Kelly e da padre Edwarson. Naturalmente i posseduti siamo noi, e altro non possiamo fare che cacciare al di fuori il male che alberga dentro di noi. Si riamane impietriti dinanzi alle mastodontiche architetture del sound dei ragazzi di Oakland, vere e proprie muraglie sonore impossibili da salire o abbattere, di fronte alle quali si può solo spalancare la bocca e allargare le braccia per la rassegnazione. E il finale deviatissimo dove tutti gli strumenti paiono convergere in un’ unica direzione, mescolati in maniera sapiente dai samples, sono il giusto epilogo per quasi otto minuti di ordinaria follia. Follia che continua indomita in Lexicon, una scheggia impazzita dal carattere noise industriale che pesca a piene mani dal sound dgli Helmet di Meantime e dagli Unsane dell’esordio omonimo. Distorsioni disturbanti accompagnate na neri sabba vocali spalancano le porte per un andamento malsano della song che oltre ai già citati latrati vocali, presenta chitarre beffarde che entrano a loro piacimento nella struttura portante della song, sconvolgendola e sconvolgendoci. Intanto la messa procede indomita ricordando nuovamente i Sepultura, quelli di Ratamahatta. Una girandola dove le chitarre diventano quadrate e morbose, rendendo il tutto una parodia malsana degli echi “tribali” degli Swans. Quando pare che il peggio sia passato, arriva la title track in tutta la sua strisciante bellezza. Un intro fatta da campionamenti e contati tocchi di batteria, dal sapore ambient\drone, apre le danze al basso di Edwardson, che come una campana a morto scandisce i rintocchi della furia cieca che arriva all’improvviso, cogliendo di sorpresa. Chitarre violentissime che si alzano sempre più in alto come se volessero trovare la superficie dopo anni di vita sotterranea. Inquietudine allucinata e allucinante, dovuta a una nuova calma apparente che riprende il motivo iniziale, e una nuova discesa negli abissi, questa volta attesa, ma non meno assassina e paurosa. I ritmi si alzano sotto i colpi della sezione ritmica Roeder\Edwarson. Le chitarre spariscono e l’unico strumento che va ad aggiungersi sono le voci possedute di Scott e Steve. Ma il sound Neurosis è costruito su muri sonori di chitarra, ed eccole che arrivano come sempre in un’altalena di riff, che vanno a rincorrere gli interventi di basso\batteria, in una folle corsa che si potrae fino alla fine della song.
Siamo quasi giunti alla fine, ma il macello ancora non finisce, ed ecco che arriva The Time of the Beasts. Il tempo delle bestie quindi. E la song che presenta tutti i tratti del nuovo sound Neurosis, pare la colonna sonora per gli istanti dopo l’apocalisse, annunciata da trombe e violini che scavano dentro. Se si chiudono gli occhi pare di vedere le immagini di città distrutte, macerie ovunque, sangue e disperazione, richieste di aiuto che non trovano risposta, pianti di bambini rimasti soli : specchio di una realtà futura che sarà se non si ci si unisce per decidere, se non si pone da parte l’egoismo e non si inizia a esistere per il prossimo.
L’album si chiude con i 26 minuti e più della bellissima Cleanse, strumentale che riprende il mood portante dell’album, ovvero un carattere tribale, dal carattere arcaico e misterioso, sorretto unicamente da basso, campionamenti e percussioni, che pare voler tracciare la via e denunciare un’evoluzione che porta alla perdizione dell’uomo, oltre che alla distruzione della realtà circostante.
Da alcuni ritenuto l’anello debole della triade che iniziò con Souls At Zero e che culminerà con Through Silver In Blood, ma io dico invece che è una perla di nera bellezza, nonostante il suo carattere ostico ed elitario.
Una foto sul futuro lontano, per migliorare quello prossimo, così il viaggio continua, in salita ma con un barlume di speranza

Neuros

Neurosis - Souls At Zero

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Anno: 1992 Label: Alternative Tentacles Records

Tracklist :
1. "To Crawl Under One's Skin" – 7:51
2. "Souls at Zero" – 9:18
3. "Zero" – 1:41
4. "Flight" – 4:07
5. "The Web" – 4:55
6. "Sterile Vision" – 6:20
7. "A Chronology for Survival" – 9:34
8. "Stripped" – 8:01
9. "Takeahnase" – 7:56
10. "Empty" – 1:36

Line-up:
Scott Kelly (guitar, vocals)
Steve Von Till (guitar, vocals)
Dave Edwardson (bass, vocals)
Simon McIlroy (keyboards, tapes, samples)
Jason Roeder (drums and percussions)
Adam Kendall (visual media)

Ed ecco che attraversato il ponte si ergono dinanzi a noi le porte dell’anima. Abbiamo paura ad entrare nel buio, ad alienare i nostri sensi, sentire l’inebriante profumo dl vuoto, lasciarci cullare dal nulla infinito. Non vorremmo trafiggere l’oscurità, ma una mano rassicurante ci fa cenno di proseguire, la mano di chi è ormai abituato ad aggiungere orma su orma, ed è riuscito a manovrare quella materia che prima si ergeva dinanzi, o dentro di noi. La mano di una band che si è spinta oltre, plagiando l’inquietudine interiore a propria immagine e somiglianza, incorniciandola e rendendola manifesto sonoro di un dominio che dura nel tempo, erigendo un muro sonoro sul quale saranno infissi in seguito i successivi capolavori, tramutando quel muro in una galleria davanti alla quale non si può far altro che rimanere a bocca aperta, contemplando con infinita ammirazione entità che fino a poco prima temevamo avvicinare. Questa è la grandezza dei Neurosis.
Registrato da Bill Thompson agli Starlight sound di Richmond tra il marzo e l’aprile del 1992 l’album abbdanona in maniera quasi totale la furia giovanile hardcore, a favore di un sound ormai lento e ipnotico, fatto da song ormai della durata media di sei e più minuti, ma che ha poco a che fare anche con gli accenni sludge di The Word As Law, poiché il sound è potente e maestoso ma le chitarre allo stesso tempo paiono vibrare libere e leggere nell’aria costruendo affreschi sonori nuovi e d’avanguardia, riuscendo a fare luce nel buio, proprio grazie alle tenebre che portano dentro, coadiuvate dalla nuova presenza di strumenti come trombe, flauti e violini, dando spazio maggiore a quelle chitarre pizzicate di matrice folk (apocalittica a loro dire) che saranno predominanti in futuro. Il carattere introspettivo è reso in maniera chiara anche dai testi, mai così ispirati e influenzati dai moti che colpirono Los Angeles nei primi mesi di quell anno e sfociati e nei 4 giorni di guerra civile che portarono alla morte di 54 persone, dovuti al proscioglimento dei poliziotti che massacrarono Rodney King, nonostante vi fosse un filmato visto dalla nazione intera a testimonianza della barbarie compiuta. Testi che sono quindi specchio di violenza e inquietudine, malessere e speranza vana, dolore e morte. Ma in fondo a questo macabro tunnel una pacata protesta, intelligente, che sta a simboleggiare la voglia di cambiamento. L’album si apre con un classico (a posteriori) della band : To Crawl Under One's Skin; subito si respira il cambiamento, un’aria nuova, ma non fresca e limpida, ma perfetta nel suo carattere lugubre ben definito. Rintocchi di campana e successiva distorsione aprono le danze, cesellati dalla recita effettata di Scott. Tutto si ferma per qualche secondo ed ecco che subentrano prima effetti chitarristici nuovi, poi chitarre acustiche e per finire i mastodontici riff trainanti della song. L’effetto è straniante, ditorsioni continue paiono presentare l’instabilità mentale dell’uomo, mentre tribali patterns di batteria aprono l’esplosione che arriva di lì a poco. Ed ecco che pare evidente la fonte dalla quale attingono tutte le band dedite al moderno post-hc. Tempi precisi e mai elevati, efferatezze vocali che risuonano lontane, arabeschi dove si incontrano riff acidissimi e arpeggi sognanti. Progressioni sonore dal carattere multiforme, dentro le quali si ripresentano preghiere sofferte e ritmi tribali instabili, e come tali esplodono nuovamente, malgni come non mai, finendo in una disturbante distorsione. Ancora scossi dal martirio sonoro iniziale arriva la title track, con il suo riff esotico (ma sempre nell’ottica Neurosis) contornato da un piano venefico e schizoide, mentre iniziano a odersi i ritmi lenti e sulfurei in lontananza. Un minuto di trip assoluto dove è lecito perdersi che si frantuma in schegge impazzite che finalmente citano il carattere industriale degli Swans (quelli della metà degli anni ’80). Nessun cedimento, nessuna tregua per le nostre orecchie flagellate, che riescono a cogliere la linfa originaria dalla quale hanno preso spunto i Mastodon. Melodie agrodolci si presentano beffarde nel corso della song, come a schernirsi della nostra disperazione. Un vortice sonoro che si chiude con il sound martellante e ossessivo che avevamo trovato all’inizio della song, con quella melodia infima che continua a fare capolino. Zero è pseudo strumentale che riprende il motivo trainante della track precedente, inquietante come poche. Arriva Flight, il “volo” , e la song pare davvero elevarsi, introdotta dal basso di Edwardson e dalle chitarre possenti di Scott e Steve che montano pezzo su pezzo un impalcatura noise che riprende il soun di Unsane ed Helmet, circondata da keys imponenti che ne elevano il pathos ai massimi livelli. Un blocco di sedimenti che scendono da una montagna, e all’improvviso la quiete assassina dell intermezzo acustico di chitarre, flauti e violini dove Scott pare uno sciamano moderno, intento ad ipnotizzare le masse, protraendo il proprio sermone sino alla fine della song. Ma non c è tragua perché uno spezzone tratto da un film fa da antipasto al riff devastante e schiacciasassi di The Web. Intrappolati nella ragnatela costruita da Roeder, il quale inizia a stuprare la sua batteria in maniera precisa e minimale mentre le voci di Scott (la più sguaiata) e quella di Steve (quella più profonda) si rincorrono rabbiose e frenetiche si intrecciano e si mollano creando un buco nero di suoni al quale anche Dave contribuisce con i suoi giri di basso magnetici, meno presenti sicuramente, ma più ragionati, inseriti al momento giusto, per arricchire il mosaico, che viene finito con le chitarre tirate e la batteria ossessiva. Un momento di tragua inscenato dall’intro di Sterile Vision ci fa abbassare la guardia per un momento, e scoperti arriva la sterzata elettrica che ci colpisce e fa male, cresce, si increspa, percorre indomita il suo cammino, e come un onda che colpisce il litorale, si ritrae e pare ritornare la calma, ancora con le chitarre acustiche che si ergono sopra un tappeto di keys, ma l’illusione di quiete dura poco, perché la rabbia non è ancora sopita e l’onda colpisce nuovamente ora sostenuta da apocalittiche trombe che paiono preannunciare la fine di ogni cosa, rendendoci deboli al loro cospetto. La song termina addirittura cullata da armonizzazioni di chitarra che si spengono lentamente, perse nell’oblio, e succedute per un attimo dall’intonazione di una funzione religiosa. Ed ecco che maestosi e profondi giri di basso al quale vanno ad aggiungersi soffusi arpeggi di chitarra fanno da incipit per la song manifesto dell’album, la più lunga e complessa, più di nove minuti di trip mentale con A Chronology for Survival. Entrano le chitarre distorte e la voce di Scott che pare lanciare anatemi antichi, con la sua voce che pare posseduta (non per altro vengono definiti “Shamans”) a fare da contrafforte alle chitarre che si alzano imponenti e massiccie, i ritmi si alzano ed effetti si sampler vanno a creare un’atmosfera spaziale di sottofondo che va a riposarsi per un attimo nel basso di Dave e nella chitarra di Steve, per poi riprendere forza, più di prima e muovendosi violenta come una belva in gabbia. Non si riesce a controllarla, ma ecco pronto il sedativo di chitarra e violino che addormenta la realtà circostante. Anche quando subentrano nuovamente chitarre possenti tutto pare immobile ed etereo, sintomo che il violino, che ancora suona, subisce l’effetto sperato, ovvero incantare l’ascoltatore. Il cammino è quasi giunto al termine ma ancora è presto per cantare vittoria perché Stripped arriva appunto per denudarci della speranza, forte di tutte le componenti dellìalbum : arpeggi, voci gemelle, muri sonori dal falvoru industrial, noise, e in alcuni frangenti sludge, distorsioni profondissime e nervose, litanie vocali, gong, keys evocative, campane tombali, esplosioni ieratiche, flauti e addirittura un solo in dirittura d’arrivo della song. Il buio e il dolore ormai fanno parte di noi, la paura per essi è svanita e una nuova linfa si appresta a crescere e diffondersi, con un rinnovato animo ci si appresta ad ascoltare Takeahnase, che parte acustice e sofferta, come una pioggia autunnale, ma esplode in un attimo come un urlo di liberazione che squarcia la notte, tutto è quadrato e violento, dalle chitarre alla batteria, strisciante ed epico allo stesso tempo. Ritorna la calma, prendiamo fiato, qualche secono per fare mente locale e possiamo riprendere ad urlare con più vigore di prima. Il riff portante è uno dei più evocativi mai sentiti, pregndo di una melodia maligna e pungente, chiave di volta della song, che lentamente si porta a morire, chiudendosi su esso. La rabbia è svanita, e un sentimento di pace ci pervade, racchiuso nella track finale e delicata di Empty. Un paradosso, poiché di vuoto dopo quest album non ne rimarrà traccia, anzi riesce a trasmettere nonostante la sua ostilità, un sentimento di pace interiore, unico e indescrvibile.
Da molti considerato il migliore dei Neurosis, altri (come il sottoscritto) lo considerano un ennesimo gradino posto al posto giusto per il futuro elevarsi del sound della band, altri lo paragonano a Through Silver In Blood, sta di fatto che l’album è un grezzo capolavoro di musica d’avanguardia.
Il viaggio subisce una svolta quindi, ora si è pronti per addentrarsi nelle profondità dell’animo, sicuramente più nascoste e misteriose, ma non più buie, perchè oltre il nero è impossibile vedere.

Neuros

domenica 9 novembre 2008

Neurosis - The Word As Law

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Anno: 1991 Label: Lookout Records

Tracklist :
1. Double Edged Sword – 4:05
2. The Choice – 4:07
3. Obsequious Obsolescence – 5:12
4. To What End? – 6:23
5. Tomorrow's Reality – 5:47
6. Common Inconsistencies – 4:24
7. Insensitivity – 0:47
8. Blisters – 7:18
9. Life On Your Knees – 2:54
10. Pain Of Mind – 3:10
11. Grey – 3:01
12. United Sheep – 3:15
13. Pollution – 4:09
14. Day Of The Lords – 5:17
15. Untitled – 10:41

Line-Up:
Dave Edwardson (bass)
Scott Kelly (guitar, vocals)
Steve Von Till (guitar, vocals)
Jason James (drums and percussions)

Aria di cambiamenti.
Dopo due anni di rodaggio in fase live e di maturazione a livello strumentale, il combo, capitanato da Edwardson e Kelly, comprende le proprie capacità, e cercano di fare mente locale su cosa potranno essere i Neurosis in futuro. Il primo passo è la dipartita di Chad Salter, sostituito dal giovane e talentuoso Steve Von Till, ragazzo con la passione per il metal old school, ma anche (soprattutto?) per la musica folk statunitense, quella che puzza di bettole, sudore e paesaggi sconfinati.
Il secondo passo e chiudersi negli Sound & Vision Studios di San Francisco dove nel dicembre dell’89, vengono composte le track inedite, mentre nel febbraio del 1991, la band sceglie di aggiungere alcune track di Pain Of Mind registrate in maniera migliore, una track dell’ep Aberration (1989), una cover e un hidden track di cui ci occuperemo in seguito.
La band pare fermarsi a riflettere, mentre in California cominciano ad affiorare i dissapori per le enormi disparità economiche tra gruppi sociali, causate dalla statica situazione finanziaria Usa (caro-petrolio), e le infamanti situazioni di pregiudizio razziale, che andranno a influenzare pesantemente il mood del successivo full-length, che porteranno a una vero rapporto tra Io e Società, mentre in questo pervade la denuncia, e una rabbia sopita, che desidera emergere, ma lo fa a piccole dosi, covando la maggior parte del sentimento, in modo tale da trasformarlo in cura.
Double Edged Sword parte con un arpeggio soffuso (saranno l’elemento nuovo dell album, dovuti all’ingresso di Steve Von Till) che apre le danze infernali della song sostenuta da riff maligni e dal basso abissale di Edwardson, una song dai tempi sostenuti che riprende la furia di Pain Of Mind, ma la plasma in un mood più ragionato e meno caotico, impreziosito da ispiratissime chitarre che nella parte centrale rallentano facendo da roccaforte alla disperazione vocale di Scott in un finale che richiama le mastodontiche dicese dei Metallica, una song di protesta e incertezza verso il futuro dell’uomo, sempre più diviso tra il denaro e la felicità. The Choice parte cadenzata sorretta da virtuosismi di basso sempre manipolati da Dave, contribuendo a mantenere la song su ritmi sostenuti ma non forsennati, e sui quali si erigono anche le vocals di Steve, più sporche e gutturali di Scott, creando un intrico sonoro semplice e pregevole; i riff sono mortiferi ma mantengono una giusta dose di melodia grezza e affascinante. La song si portrae in questo modo fino a spegnersi nel finale, presentandoci il riff industriale (nuove avvisaglie sonore) di Obsequious Obsolescence, sulla cui distorsione arriva come al solito Edward con il suo basso a rendere il tutto asfissiante e malato, perverso, come i riff che subiscono una frenata brusca, garantendo alla song un incedere granitico davvero ostico, che esplodono in repentine e sfuggevoli accelerazioni che danno dinamicità alla song, grazie anche agli arpeggi che compaiono nel finale (anche questi monito del sound che verrà) . Il cammino sofferto prosegue con To What End? Dove riff semi-distorti ci introducono verso un martirio sonoro dale chiare influenze marcie del sound sabbathiano. Anche qui arabeschi ascustici donano un’atmosfera malsana alla song che prosegue imperterrita il suo cammino di nichilismo e graffiante dolore, come poteva essere nella triade Self Taught Infection-Reasons To Hide-Black del precedente full-length. L’album è ostico, un vero pugno di fango scagliato verso l’ascoltatore dove meglio son focalizzate le primigenie influenze, impreziosite dal chitarrismo mai banale di Steve. La band continua a camminare nel tortuoso percorso della propria musica con l’oscura Tomorrow's Reality, song che analizza i rapporti ipocriti tra gli uomini, dove emergono le influenze della nascente corrente sludge statunitense, alla quale anche loro hanno contribuito, ma ben presto se ne distaccheranno, lasciando l’onere di questa evoluzione agli Isis. Un possente muro sonoro difende la song da qualsiasi intervento di melodia, dando vita a una cornice malsana che tale rimane anche quando i ritmi si alzano, sorretti dal drumming semplice ma preciso di James. Common Inconsistencies si apre apocalittica con campane funeree che adornano distorsioni marce , adibite da antipasto per una song deviate fino al midollo, che per nevrosi procurata di avvicina nuovamente alle visioni del noise. Insensitivity è la scheggia che non ti aspetti del lotto. Un vortice sonoro dove ogni tassello è al suo posto : dal basso di Dave , adito a toccare le più profonde cavità della nostra pische alle chitarre acide e sui generis di Scott e Steve, passando per l’efficace drumming di James e i testi acidi sull egoismo delle masse. 47 secondi dove si rasenta la perfezione. Blisters è l’ipnosi messa in musica, costruita sugli arpeggi di Steve e sul basso metrnomo di Dave, sopra i quali si erige la voce dal carattere quasi dubbioso nel suo incedere di Scott. La song è lunga, cesellata anche dalla comparsa di pesanti riff di sottofondo e un semplice solo nel finale molto epico, supera i sette minuti di durata, fatto inconsueto per la band del periodo, nella regola per i canoni Neurosis post 1992. L’album prosegue con quattro song riprese dall’esordio e vestite con nuovi abiti di produzione, che ci portano così agli ultimi due capitoli dell’album. Il primo di questi tratto dall’ep Aberration (1989) è Pollution. Una song noise deviatissima e ipnotica dove le chitarre creano arabeschi stranianti prima di sfociare in una cavalcata memore dei precedenti furori hardcore. Non è finito il cammino perché a incorniciare l’album arriva la stupenda cover dei Joy Divison “Day Of The Lords”, bella, bellissima, che non snatura il carattere oscuro e intrigante dell'originale, arrivando così all’Hidden Track finale. Lenta, funerea, strumentale. Il nucleo del sound Neurosis futuro risiede tutto in quei dieci minuti finali, padri non-voluti di un certo sound drone che verrà (non per i Neurosis). Sofferenza pura, instabilità mentale emergono dal maelstrom sonoro conclusivo, che si spegne, mentre ancora ci si chiede il perché di tutto ciò.
Il ponte è costruito, ogni mattone è al suo posto, ora può essere attraversato.
Sull’altra sponda del fiume c’è l’Evoluzione che segnerà la musica d’avanguardia.

Neuros

Neurosis - Pain Of Mind

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Anno: 1988 Label : Alchemy Records

Tracklist :

1. "Pain of Mind" – 3:06
2. "Self-Taught Infection" – 3:01
3. "Reasons To Hide" – 3:02
4. "Black" – 4:56
5. "Training" – 1:02
6. "Progress" – 1:46
7. "Stalemate" – 2:30
8. "Bury What's Dead" – 2:06
9. "Geneticide" – 2:34
10. "Ingrown" – 2:23
11. "United Sheep" – 3:06
12. "Dominoes Fall" – 3:00
13. "Life On Your Knees" – 2:20
14. "Grey" – 2:41

Line-Up:

Dave Edwardson (bass, vocals)
Scott Kelly (guitar, vocals)
Chad Salter (guitar, vocals)
Jason James (drums)

E in principio fu hardcore.
Eccoli, giovani e acerbi, marci e violenti, strafottenti e indignati.
Era il 1988, quando sulla scena pesante statunitense, irrompevano quattro ragazzi da Oakland. Quattro ragazzi con la voglia di fare, intelligenti, fuori dal comune, che mai agli esordi, avrebbero pensato di sovvertire i canoni dell’avanguardia sonora. Correva l’anno1985 quando Dave Edwarson e Scott Kelly, non ancora maggiorenni, abbandonati i Violent Coercion, diedero vita al progetto Neurosis, con l’obbiettivo di martellare le orecchie dell’ascoltatore con un sound mutuato dal punk\hc di band quali Black Flag, Amebix, Die Kreuzen, dal rock marcio dei Melvins, e da sonorità che riprendevano il thrash bay area più becero e d’impatto.
Il risultato di tutto, fu Pain Of Mind.
Un album semplice se vogliamo, ma fondamentale per capire cosa crearono in seguito i Neurosis, e soprattutto, per comprendere il modus-operandi che diede vita a quel calderone sonoro che oggi chiamiamo (quasi con paura, ma ipnotica ammirazione), post-hardcore.
Si parte con la sfuriata punk\hc della title track, violenta e veloce, nella migliore tradizione di Black Flag e Discharge, passando per il terzetto principe di questa piccola gemma grezza, ovvero Self Taught Infection-Reasons To Hide-Black, tre song che guardano in avanti, chiave di volta per l’inizio dell’evoluzione che avverrà nell’album successivo e prenderà forma con Souls At Zero. Alle classiche sfuriate, vanno ad aggiungersi pericolosi rallentamenti sabbathiani, giostrati in maniera sublime dal basso abissale Edwardson. S-T.I è il prototipo, scarna ma efficace, Reasons To Hide viene impreziosità da vorticosi riff di chitarra, che si intrecciano e si inseguono, e Black porta tutto un gradino più avanti, presentata arpeggi di chitarra lugubri e toccanti, preambolo ci ciò che sarà negli anni.
Training è un assalto frontale che va oltre l’hc e lambisce lidi violenti di Slayer e thrash bay area in generale, che prosegue nella successiva Progress, dove è innegabile l’influenza dei primi Voivod, maestri nella composizione di trame pesanti ma ipnotiche e veloci al medesimo tempo. Stalemate rallenta i tempi riprendendo andamenti sulfurei quasi doom, e poi si arriva a un’altra perla dell’album, preceduta dalla veloce Bury What’s Dead, quella Geneticide, che da strumentale fa il verso addirittura al death metal grezzo ma di classe dei primi Entombed, forte del suo chitarrismo tagliente. Ingrown parte lenta e sofferta per poi esplodere nel finale come nella consuetudine dell’album, succeduta dalla grezzissima e furente United Sheep, e da quella Dominoes Fall che anticipa l’influenza successivamente più marcata degli Helmet. E l’album si chiude così in scioltezza con le bordate finali di Life On Your Knees e Grey, anche questa sorretta dal basso onnipresente di Dave. Scott Kelly è ancora un chitarrista novizio, che conosce quei pochi e basilari accordi, Edwardson mostra giàle sue capacità, ma tende ancora a perdersi nella tecnica fine a se stessa, James fa il suo modesto lavoro da batterista in erba e Salter si diverte a seguire ciò che fa Scott, ma niente toglie a quest’album la bellezza grezza e primordiale di cui è portatore. Non sarà un ascolto imprescindibile, ma del resto, a quei tempi, il trend del debut-album era quello, poiché era in seguito che la band doveva mostrare le proprie reali capacità, al contrario di ciò che accade oggi : un esordio perfetto e ben confezionato e poi il nulla.
Non sottovalutiamo quindi questo disco, soprattutto se si vuole davvero conoscere il souno Neurosis.
Questo è solo l’aperitivo. Il bello, beh, deve ancora arrivare.

Neuros